[0:00]Buongiorno, buon pomeriggio e buonasera. Oggi leggiamo insieme la sera fiesolana di Gabriele D'Annunzio e la analizziamo.
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[0:24]La sera fiesolana è stata pubblicata nel 1899 nella nuova antologia e poi è stata inserita in Alcone, nella parte relativa alla tarda primavera. Se avete bisogno di ripassare la vita e le opere di Gabriele d'Annunzio, vi lascio il video qui sopra. Abbiamo, in questa poesia, tre strofe di 14 versi che hanno una varia lunghezza e sono intervallate da tre riprese di tre versi. Quindi il primo verso rima con l'ultimo della strofa precedente, come vedete, Perla e Perla. Le strofe sono di 14 versi, quindi questa è un'estensione aurea della lirica italiana, 14 come il sonetto, ma non solo. E la ripresa richiama la struttura della lauda francescana, Lauda, sì, come nel Cantico di Francesco. Vediamo ora la prima strofa e la ripresa. Fresche le mie parole nella sera, ti si income il fruscio che fa le foglie del gelso, né la man di chi le coglie. Silenzioso, e ancora si attarda a l'opra lenta, su l'alta scala che s'annera, contro il fusto che s'inargenta con le sue rame spoglie. Mentre la Luna è prossima alle soglie cerule e par che innanzi a sé distenda un velo ove il nostro sogno si giace. E par che la campagna già si senta da lei sommersa nel notturno gelo e da lei beva la sperata pace senza vederla. Vediamo qui la parte relativa alle figure retoriche. Vedete che abbiamo diversi enjambement. Notiamo l'anafora, ti sia in come, che tornerà al verso 19, ed è nel secondo verso. Abbiamo poi l'allitterazione di fresche le mie parole nella sera ti sia in come il fruscio che fa le foglie. L'antitesi, s'annera e s'inargenta. E poi varie metafore, come le soglie dal colore azzurro, la pace sperata, il viso di perla. Fruscio è anche un'onomatopea, e troviamo anche il velo, il velo che viene disteso dalla luna che quindi viene personificata. La mia poesia, limpida come acqua, sia per te nella sera come il fruscio delle foglie di un gelso sulle mani di un contadino che le coglie in silenzio e che si attarda in questo compito paziente. Mentre sta su un'altra scala, scura nell'oscurità della sera, contro il fusto color argento del gelso, ormai privo di foglie. Mentre la luna emerge dall'orizzonte e sembra che stenda di fronte a sé un velo, dove riposa il nostro sogno estatico. E sembra che la campagna nel gelo della notte si senta ricoperta da lei e da lei beva il refrigerio notturno senza scorgerla. Quindi come vedete, il chiarore lunare fa presagire quello che poi la luna diffonderà sulla campagna. E una luce fredda della luna che viene associata al refrigerio notturno. Peraltro abbiamo varie reminiscenze, carducciane e virgiliane. Infatti Carducci scrive la poesia Virgilio, dove troviamo, come quando su campi arsi la pia luna imminente il gelo estivo infonde. Vedete chiaramente che c'è un rimando a Carducci. E poi abbiamo anche la fonte virgiliana, dove abbiamo la sera fresca che tempera l'aria e la luna rugiadosa già ristora le balze boscose, quindi dalle Georgiche. Poi qui la ripresa. Laudata sii pel tuo viso di perla, o Sera, e per i tuoi grandi umidi occhi ove si tace l'acqua del cielo! Laudata si e o sera tornerà in anafra in tutte e tre le riprese. Inoltre, abbiamo sera che è anche un'invocazione alla sera, il viso di perla, quindi una metafora e abbiamo i grandi umidi occhi della sera, quindi una personificazione, perché la sera ha gli occhi. O sera, si lodate per il tuo colore perlaceo e per le pozzanghere, quindi gli umidi occhi, dove si ferma silenziosa la pioggia del cielo. Vedete qui, Laudata si dovrebbe subito rimandarvi all'idea di Francesco D'Assisi, al cantico delle creature. Badate bene che io utilizzo il termine Francesco, come quando parlerei di un filosofo parlerei di Agostino d'Ippona e non di Sant'Agostino, perché noi lo studiamo dal punto di vista, diciamo, letterario o filosofico in quel caso e non dal punto di vista teologico. Comunque troviamo la ripetizione della formula Laudato, si. E questa scelta è stata proprio voluta e rimanda proprio a Francesco d'Assisi. Perché? Perché ce lo dice d'Annunzio stesso nei taccuini d'Annunziani e dice che, appunto, ha contemplato la campagna proprio di Assisi. Peraltro io sono stata ad Assisi in Umbria durante la scuola media, un viaggio d'istruzione che è stato veramente bello e che mi ha molto toccata e vi consiglio di andare ad Assisi. A questa poi impressione si sovrapporrà il paesaggio di Fiesole, perché la sera è fiesolana. Questa sera che noi troviamo, inoltre, rimanda anche un po' al dolce stil novo, quindi qui avrete delle reminiscenze del programma di terza superiore, quando avrete parlato del dolce stil novo e anche delle caratteristiche della donna angelicata. E quindi il biancore, il candore della pelle, era uno tra i requisiti delle donne Angelo. Color di perla ha quasi, dice Dante in Donne ch'avete intelletto d'amore, questa poesia splendida e dice, dove Dante dice che le donne, appunto, hanno il potere di capire l'amore. Le pozze d'acqua sono degli occhi, e una nota al manoscritto indica proprio che questa poesia è stata scritta la sera del 17 giugno dopo la pioggia. Quindi anche qui vediamo poi un altro riferimento allo stesso d'Annunzio, perché questa immagine si trova anche in un'altra poesia, Lungo l'Affrico, dove troviamo, grazia del ciel come soavemente ti miri nella terra abbeverata, sempre il riferimento alla luna. Qui ricapitoliamo dunque le figure retoriche che abbiamo già visto insieme, direi di passare oltre. La seconda strofa, invece, vede questo inizio. Dolci le mie parole nella sera, quindi prima le parole erano fresche, ora sono dolci. Ti si in come la pioggia che bruiva tepida e fuggitiva, commiato lacrimoso della primavera, sui gelsi e sugli olmi e sulle viti e sui pini dai novelli rosei diti, che giocano con l'aura che si perde e sul grano che non è biondo ancora e non è verde. E sul fieno che già patì la falce e trascolora, e sugli olivi, sui fratelli olivi che fan di santità pallidi i clivi e sorridenti. Laudata sii per le tue vesti aulenti, o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salice il fien che odora! Come vedete qui, abbiamo sempre moltissimi enjambement. Notiamo poi il ti si in come, vi avevo detto che torna in anfora. Inoltre, troviamo il verbo bruiva, che è un'onomatopea. Troviamo poi varie personificazioni, i pini dai novelli rosei diti. I fratelli olivi, i pallidi clivi e sorridenti e le vesti aulenti. Pel cinto che ti cinge è una paronomasia, per ricordarvelo, potete ricordare che è un bisticcio di parole, infatti si fa anche fatica un po' a leggere. E troviamo poi il polisindeto sui gelsi, sugli olmi, sulle viti e sui pini e sul grano e sul fieno e sugli olivi. La sinestesia, dolci le mie parole, e poi varie similitudini. Dolce sia per te il mio canto serale, come la pioggia che picchietta tiepida e rapida, come un addio della primavera. Su gelsi, olmi e viti, sui pini, come le pigne novelle che sembrano dita che giocano con il vento e sui campi di grano non ancora maturo, né ancora verde. E sul fieno che è già stato mietuto e che cambia il suo colore e sugli olivi fraterni che imbiancano come se fossero santi e rendono liete e felici le colline, i clivi. O sera, sii lodata per le tue vesti che mandano profumi e per la cintura che ti cinge, come il salice che lega il fieno odoroso. Iniziamo quindi dalla pioggia. La pioggia bruisce, è un francesismo da bruit, che vuol dire rumore. E preso da Verlaine, quindi abbiamo già visto che questo poeta viene apprezzato da d'Annunzio, ci sono vari rimandi. In d'Annunzio quindi la parola assume un valore onomatopeico, bruiva. Gli olivi sono fratelli, quindi anche qui riferimento a Francesco D'Assisi e al Cantico. L'ulivo, infatti, nella tradizione è un simbolo di pace e di umiltà, però caratterizza anche il paesaggio dell'Umbria. Quindi qui potete vedere le varie figure retoriche che si incontrano in questa poesia. Sono davvero tante. Potete anche appuntarle e poi andare avanti. Procediamo ora con la terza e ultima strofa e la sua ripresa. Io ti dirò verso quali reami d'amore ci chiami il fiume, le cui fonti eterne all'ombra degli antichi rami parlano nel mistero sacro dei monti.
[11:19]E ti dirò per qual segreto le colline su i limpidi orizzonti s'incurvino come labbra che un divieto chiuda e perché la volontà di dire le faccia belle oltre ogni uman desiderio. E nel silenzio lor sempre novelle consolatrici, sì che pare che ogni sera l'anima le possa amare d'amor più forte. Laudata sii per la tua pura morte, o Sera, e per l'attesa che in te fa palpitare le prime stelle! Vedete anche qui diversi enjambement, l'anafora, io ti dirò, ti dirò, e poi nella ripresa abbiamo sempre chiaramente lodata sì e l'invocazione alla sera. La figura etimologica, amare d'amore. La metafora pura morte che rappresenta la sera che muore. Quindi che viene meno e la personificazione, ci chiami il fiume, le cui fonti parlano, la similitudine, come labbra. Ti rivelerò a quali regni d'amore ci condurrà il suono del fiume, le cui sorgenti ci richiamano all'ombra dei rami antichi nel mistero inviolabile dei monti. E ti svelerò la verità per cui le colline si piegano sull'orizzonte limpido come delle labbra chiuse da un divieto. E ti dirò perché la mia rivelazione poetica renda tutto ciò splendido, oltre ogni desiderio umano. E perché nel silenzio le labbra chiuse hanno ugualmente una funzione consolatrice, così che ogni sera la nostra anima possa amarle sempre di più. O sera, sii lodata per il tuo passaggio alla notte e per l'attesa che in te fa risplendere le prime stelle. Avete visto che la curva delle colline è paragonata alle labbra, chiuse da un misterioso segreto. Però queste labbra desiderano rivelare i segreti e quindi, ehm, sono consolatrici e la sera le ama di un amore sempre più forte. Vediamo ora l'analisi della poesia sulla base delle strofe. Nella prima strofa noi troviamo una teofania della luna. Dobbiamo dire innanzitutto che ogni strofa è autonoma dalle altre e forma quasi una specie di lirica a sé. Tant'è che infatti d'Annunzio aveva intitolato la prima strofa la natività della luna, quindi la teofania di una divinità. Sappiate che la luna ha tre facce, anche nella mitologia. C'è Ecate, la dea oscura della luna calante. Selene, la prima dea lunare, saprete tutti la storia di Selene e del suo amato Endimione. E Artemide, invece, la vergine selvatica della luna crescente, molto rigida anche per quanto riguarda la verginità delle ninfe e il mito di Calipso. La poesia in questa lirica vedete che è una sorta di formula magica, un abracadabra, perché la parola del poeta evoca la nascita della luna. Quindi le sue parole fresche, sono come una specie di formula magico-liturgica che propizia questa apparizione della luna. Troviamo anche delle analogie segrete tra la luce lunare, il gelo, la pace e l'apparizione divina di questa luna. La sera è personificata, perché è una divinità femminile, ha un viso di perla e come la luna porta il refrigerio della pioggia. È una vergine? Diciamo che questo carattere della figurazione femminile potrebbe anche rimandare alla Vergine, alla religiosità francescana. Il viso di perla ricorda un po' le vergini nella pittura duecentesca. La seconda strofa, invece, è dedicata alla pioggia. Infatti il titolo originale era La pioggia di giugno. La parola in questa strofa diventa suono puro, grazie anche alle rime, alla modulazione degli accenti, però non manca anche il rimando religioso. Infatti, la strofa si chiude con i fratelli olivi che fanno di santità pallidi i clivi. Che vuol dire? Vuol dire che i fratelli olivi rendono argentei questi colli. Il verde delle loro foglie un po' argentato, dà una sfumatura di pallore alle colline. Inoltre, l'olivo è simbolo di umiltà. La terza strofa, invece, vede il panismo. La sera ha delle vesti profumate ed è sensuale e voluttuosa. Quindi dalla sacralità, si passa poi alla musicalità e infine alla sensualità panica. Le fonti dei fiumi, inoltre, parlano di un mistero sacro, quello dei monti all'ombra degli antichi rami, quindi una sorta di culto antico, quello delle ninfe dei boschi, no, che abitavano in queste radure e che si riunivano anche attorno alle fonti. Dunque c'è un segreto, un messaggio nascosto che poi rimanda anche al reame d'amore, al regno dell'amore. Le colline diventano delle labbra chiuse da questo segreto ineffabile e oltreumano.



