[0:00]MORTEBIANCA.
[0:12]Se siete cresciuti nelle marche, sicuramente saprete che lì c'è un grosso ospedale, partendo da Monterreale, inoltrandovi nella valle dell'Aterno. In mezzo al nulla, quasi una cattedrale nel deserto, svettava quel policlinico, il policlinico Gallo. Come carabiniere ne ho sentite tante di leggende macabre nella mia vita, ma questa la conoscevo anche prima di arruolarmi. Questo ospedale era noto da generazioni per una particolarità: tutte le vecchiette dei paesini vicini che spesso ci dovevano andare conoscevano la leggenda e la sussurravano prendendo dovuti provvedimenti: La legge dello scambio diseguale. Per ognuno che esce, due devono entrare. Non c'è trucco né inganno, uomini, donne, bambini o anziani, persone apparentemente sane o malati terminali, non importa per quale motivo ci entri in quel policlinico, per uscirne dovranno entrare altre due persone. La voce è stata verificata indipendentemente un sacco di volte. Un'anziana signora è entrata in ospedale, c'è rimasta per mesi, una brutta polmonite. Non volevano dimetterla per sicurezza, non ne è uscita finché non hanno ammesso altri due pazienti, solo allora le è stato permesso di uscire. E lei stessa ricorda una sua compagna di reparto, diceva che era lì da settimane, era stata lei l'ultima ad arrivare in precedenza. E ora che erano entrate entrambe, c'era stata una dimissione, solo allora, mai prima. E proprio quel giorno, sempre entro 24 ore legali, sempre la regola dei due. Questo test è stato verificato da più persone, gente che stava bene in salute andava in ospedale chiedendo di fare una visita, quando il computo era giusto, ma se tornava anche solo un giorno dopo, quando qualcuno era uscito, quella stessa persona con la stessa salute di ferro veniva internata per improvvise alterazioni nei risultati delle analisi. La regola valeva solo per le uscite, chiunque poteva entrare, il numero di ingressi minimo era dato dalle uscite, ma il numero di ingressi poteva anche aumentare oltre quello che giustificava le uscite. A prescindere dalla stagionalità, che poteva influenzare i malanni del sistema immunitario, a prescindere da giovani in ferrea salute o anziani con gli acciacchi, questo ospedale ha qualcosa di strano. La mia ossessione nel verificare tutti questi dati, incrociando interviste e visite e parlando con gli infermieri, mi ha portato a convincermi che la leggenda è vera e che c'è una sorta di aura, una maledizione tra queste mura. Ci sono stato molte volte nella mia vita per vari motivi, non ne ho il ricordo, ma sono nato qui, ho fatto qui le prime visite pediatriche. I miei primi ricordi in questo posto sono vaccini, oculistica, studi legati alla postura. Mi sono reso conto che, se questa maledizione dell'ospedale è vera, io ho rischiato un sacco di volte di ritrovarmi incastrato qui dentro. E magari non uscirne più. Oppure ne sono uscito grazie a qualcuno che è entrato. La mia ossessione ovviamente non è nata per caso, è iniziata quando mio nonno è stato ricoverato qui dentro. In teoria godeva di ottima salute, nonostante l'età, era strano che lo avessero chiamato per un controllo, ma lui ci andò. Lo abbiamo visto venire visitato e il cardiologo disse che c'erano da fare alcuni accertamenti. Mio nonno è salito sul lettino. È stata l'ultima volta che l'ho visto. Un nonno totalmente sano che entra in un ospedale e non ne è mai uscito e così neanche un altro tizio venuto poche ore prima. Quel giorno, un paziente che era messo malissimo, praticamente un caso disperato per un tumore inoperabile al quarto stadio, già in ampia metastasi e resistente ai farmaci, venne dimesso per una a dir poco meravigliosa regressione totale, senza residui. Persino gli organi intaccati sembravano rigenerati. Fu questo singolare evento e il fatto che i medici furono sempre piuttosto ambigui sui dettagli della morte di mio nonno a suscitare il mio primo sospetto che non si è mai più fermato. È stato per risolvere questo mistero che mi sono unito ai Carabinieri, ma ho passato la mia carriera a risolvere tutt'altra tipologia di casi. L'ospedale aveva un sacco di file a suo carico, ma nessuna indagine arrivava mai da nessuna parte, tutte venivano sospettosamente archiviate. Anche perché essendo l'unico policlinico nell'aggio di parecchi chilometri, qui c'è morta un sacco di gente. Ho chiesto ai più anziani, ossia a quelli che in quell'ospedale ci sono stati più volte e loro mi hanno rivelato che un tempo non era un policlinico, un tempo era uno studio privato. Ebbene sì, a quanto pare, tutto è cominciato con un singolo dottore di origini Valdostane. Questo dottore venne quando i villaggi circostanti erano ancora minuscoli e si occupava di fare da ginecologo e ostetrico. All'epoca le due mansioni erano praticamente indistinguibili e studiate insieme, più con la pratica che con la teoria. Il dottore aveva la fama di riuscire a far partorire in maniera sana due donne su tre. Ah! Con i soldi procurati, il dottore allestì uno studio privato, che poi ingrandì assumendo personale sempre più diversificato per rendersi il lavoro più facile. Lo studio divenne un ambulatorio, l'ambulatorio divenne clinica privata, chiamando medici da tutto il Nord Italia, apparentemente suoi colleghi. È stato il figlio ad ereditare da cosa e a trasformare l'ambulatorio in un ospedale privato, tra i più grandi sotto il Po. Sebbene l'ospedale sia nato come centro per le famiglie e per i parti, con l'urbanizzazione, l'abbandono dei piccoli villaggi si è specializzato in patologie dell'anzianità, diabetologia, malattie immunitarie, cardiologia e neuroscienze, fino a diventare un policlinico estremamente completo e competente. I pazienti più recenti dicono tutti la stessa cosa: l'ospedale è un casino continuo, non c'è un singolo giorno in cui non ci siano lavori. Lavori, lavori e ancora lavori, ogni volta espandono un reparto, aumentano il numero delle sale, creano più aule per gli studenti di medicina, dormitori per i medici, infermieri, operatori sanitari e persino studenti. Da policlinico pare che stia diventando anche un polo universitario per medicina, biologia, farmacologia, chimica e altre facoltà affini al settore medico. Laureandi, specializzandi, era un eco mostro perché architettonicamente l'ospedale era orribile, tutto blu esteriormente e fatto con un'architettura monumentale che ricordava vagamente le colonie di villeggiatura con ostentazione neoclassiche vagamente post Mussoliniane. E poi lo stile architettonico, a prescindere dal gusto soggettivo, non era costante, ogni aula, ogni corridoio, ogni nuovo edificio o modulo, sembrava costruito alla bell'e meglio per dare spazio, senza una coerenza stilistica con gli edifici prima. Intere aule demolite e ricostruite, muri abbattuti, stanze separate, tutto per una quantità di pazienti serviti sempre più alta e con un numero record per la durata delle degenze. Probabilmente c'è gente dall'alto che non vuole che questo buco nero di finanze e posti del lavoro venga meno, unione incestuosa di pubblico e privato e di conseguenza rimane attivo. Tutto questo fino al Covid. Un periodo già orribile di suo, che ha stressato tutti, si è portato via un sacco di anziani prematuramente, ha obbligato le persone ad affrontare i propri demoni chiusi in casa e ha intensificato i drammi familiari con la clausura forzata. E ha anche obbligato certi bambini a crescere prima del tempo. Ricordo ancora questo bambino. Ci chiamavano praticamente ogni mese i vicini di casa per i suoni orribili che giungevano dall'appartamento. Io, così mi hanno raccontato, sono stato il primo a far parlare il bambino perché, sapendo che suo nonno era morto di Covid, ho potuto parlargli del mio di nonno e così lui si è aperto. Purtroppo, questo era uno di quei casi di prove circostanziali, moglie che non parla per paura o per sottomissione, il marito alla fine tornava sempre a casa e il ciclo ricominciava. Durante il Covid, le visite si sono intensificate e ogni tanto mandavano anche me a controllare. Facevo richiesta io stesso, ormai mi ero affezionato al bambino e saperlo in quella casa orribile mi faceva solo sognare di abbandonare il lavoro e finirci in carcere, ma almeno fare in modo che il padre crepasse nel modo peggiore possibile. Il bambino ogni volta che mi vedeva era felice. Quanto avrei voluto che non si abituasse così alla mia presenza, come se fossi uno zio. Purtroppo altri parenti non ne aveva. Il Covid è stato la peggiore disgrazia che potesse capitare con questa maledizione. Il numero di pazienti crebbe mostruosamente in quel periodo e la quantità di pazienti che dovevano entrare per farli uscire non c'era, semplicemente non c'era. Quasi come un ragno che tesse la sua ragnatela nel posto adatto, il nipote del fondatore aveva sempre rifiutato di spostare l'ospedale in una grande città, mantenendolo qui in mezzo alle campagne dove la gente non fa che invecchiare e di giovani ce ne sono sempre meno. E con il Covid, queste lande, l'ospedale se le è letteralmente mangiate, tirandole tutte nel suo buco nero, da cui nulla esce. E con il Covid, l'ospedale era diventato così grosso che divenne convenzionato. Si era anche parlato di nazionalizzarlo, ma farlo si è rivelato impossibile perché l'ospedale era un autentico, cito testuali i giornali, inferno burocratico. Le precise date di fondazione, i documenti di trasformazione, la sua estensione, i confini del catasto, tutto quanto era un pasticcio confuso che rendeva acquisirlo un'impresa più costosa già solo da studiare che da effettuare. Ma l'ospedale nei fatti è come se fosse nazionalizzato, non fa profitto da un sacco di tempo a causa dei lunghissimi tempi di degenza e dei decessi. Inoltre tutti gli ospedali circostanti sono gradualmente caduti in disuso e abbandonati perché la gente tendeva a farsi ricoverare lì, essendo più grosso. E chi si faceva recuperare lì, era più probabile che ci rimanesse. L'attrazione di studenti e fondi comunali, regionali, italiani ed europei ha fatto il resto. Era troppo grande per fallire e quindi riceveva tutto quello che era necessario che ricevesse in termini di fondi, materiali e logistica. E comunque la sua funzionalità la svolgeva meglio delle alternative. Avevo intenzione di esplorare l'ospedale in prima persona, ma mi rifiutavo di farlo per un semplice motivo. L'ospedale era il luogo più probabile per venire intrappolati lì dentro. Ci entri per una visita di routine, trovano un tumore. Doveva essere una degenza di un giorno, massimo due, resti per mesi. Entri per accompagnare un parente, il dottore vede un piccolo rigonfiamento sotto l'orecchio o vicino al pomod'Adamo e vuole controllare pure te. Entri per un lavoro, ti offrono una visita gratuita e se anche rifiuti tutto, scivoli nel pavimento e ti rompi qualcosa. Ti cade la penna e nel raccoglierla ti viene il colpo della strega, cammini tranquillo e un pezzo di tetto ti cade addosso slogandoti qualcosa. Il complesso di edifici, ormai simile ad un piccolissimo villaggio interamente ospedaliero, era un posto da evitare il più possibile. La stessa zona lì nelle Marche, nel bel mezzo del niente, esposta al sole cocente era sede di incidenti stradali e malori. E neanche studenti e lavoratori erano salvi, era ben noto che venire assegnati al Gallo era un'occasione di crescita professionale. Stipendi maggiorati, voti alti, qualifiche importanti, esperienza, responsabilità, ma era anche noto che era un viaggio di non ritorno. Non sembrava un grande complotto, dai medici agli inservienti, dai pazienti ai dirigenti, tutti loro sembravano per una coincidenza o per l'altra venire assegnati lì. Per un tirocinio che poi diventava assunzione, un periodo di prova che diventava contratto a tempo indeterminato, un trasferimento come punizione o premiazione, a seconda se eri nato sopra o sotto il Po che poi diventava permanente. Richieste di trasferimento finivano nel dimenticatoio, annunci di lavoro o studio altrove venivano annullati oppure lasciati ad altri. La regola è sempre la stessa, il Gallo, per lasciarne andare uno, ne vuole due. In tutto questo, la domanda ha ottenebrato il mio cuore, mi ha tolto il sonno e non l'ho più ritrovato. Abbiamo libero arbitrio? Se malattie da decenni concatenate per svilupparsi in modo che la data coincida con una visita. Se le nostre scelte ci portano lì e le nostre azioni non possono cambiare il destino d'uscita dal buco nero che è quell'ospedale. Siamo burattini, privi di potere? A scuotermi dalle mie riflessioni filosofiche è stato l'evento peggiore possibile. Il padre di quel bambino ha alzato il gomito un po' troppo. Stavolta la moglie è finita in prognosi riservata, proprio al Gallo. Potremmo stare qui a discutere e ci ho provato del fatto che il bambino si sia fatto male da solo per depressione e abbandono familiare e abusi ripetuti, oppure se, come sospetto, lo abbia fatto nel disperato tentativo di salvare la madre dalla maledizione dell'ospedale. Ma la causa non è importante, è importante che quel bambino è finito poco tempo dopo in quel buco nero. Siccome a parlare e investigare da fuori non si ottiene nulla, ho deciso di andare in ospedale, rischiando la vita, ma almeno scoprirò che succede davvero lì dentro. Non solo, siccome voglio che il mio sacrificio non sia inutile, entrerò sano, in modo da liberare per metà qualcuno. Se sono predestinato, almeno voglio assecondare emotivamente il mio destino. Non ho scelta nel farlo, dunque non ho merito, ma ne trarrò godimento, o almeno minor sofferenza. Mi sono assicurato di vivere bene, allenarmi, mangiare sano per mesi prima e poi mi sono diretto in ospedale perché già da tempo mi frullava in testa quest'idea. Insieme a me sono entrate altre sette persone, quattro ne stavano uscendo. Il mio destino era segnato. Mi trovarono un piccolo nodulo che è meglio controllare. Mi dissero che la prima visita libera era tra un mese. Non pensavo di potermene andare così tranquillamente. Feci per uscire, mi dissero che sarei stato ospedalizzato comunque, perché perdere tempo? C'erano posti letto per tutti. Subito mi venne assegnato un medico, sì, un medico per me, con uno specializzando, tre tirocinanti, due infermieri. Questo posto aveva una quantità di personale enorme, anche se ovviamente ognuno di loro aveva più pazienti. Mi venne data una stanza. E qui non importava quanto fossi obbediente, quanti esami facessi, non mi facevano uscire mai. Sempre nuovi esami, sempre nuove incertezze, sempre richiesto un nuovo lasciapassare. Ho chiesto in giro agli altri pazienti, chi di loro era qui da più tempo. Questo era un reparto di novellini, tutti loro rispondevano al massimo qualche settimana. Nessuno di loro era mai stato nei reparti pediatrici, non sapevano neanche dove fossero. E in effetti i bambini non ne ho mai visti in giro. Ma è normale, l'ospedale è gigantesco, potresti vivere nel tuo reparto, tanto è autosufficiente e grosso, avresti ben pochi motivi per incontrare gente fuori e uscirne. Però ho saputo di gente che è qui da molto tempo, oliando bene i meccanismi, ho dato le migliori razioni in base ai gusti dell'interlocutore. Ho iniziato a farmi presentare dottori eminenti, infermiere con esperienza e pazienti anzianissimi. Uno di loro, in sedia a rotelle, mi ha detto di essere qui sin da quando era piccolo. Per un motivo o per l'altro non lo hanno mai fatto uscire, tra operazioni, controlli, disguidi burocratici e pandemie. Questo anziano ha detto che non intende uscire, non saprebbe come sopravvivere fuori dal policlinico. Conosce a memoria il posto, d'altronde, conosce tutti, è rispettato dai medici e addirittura ha preso un bel po' di medicina e farmacologia sentendo gli altri parlare fino ad impararla a memoria. Gli studenti chiedono a lui consiglio. Può sembrare un lieto fine, ma non lo è, non ha mai visto suo nonno morire. Non era al funerale di suo padre, si è perso il matrimonio di sua sorella, non si è mai sposato, i suoi nipoti sono morti in questo ospedale e sono stati gli unici parenti che lui ha conosciuto, ma loro non conoscevano lui. La sua intera vita è stata qui, dentro l'ospedale. Ho immediatamente compreso l'opportunità e ho cercato di ingraziarmelo. Ha visto immediatamente le mie carte e non si è fatto problemi. Ha detto che tutti qui dentro vogliono uscire, tutti vogliono un aiuto, lui lo sa e gioca il suo ruolo. Lo chiama il ruolo suo nella catena alimentare. Bizzarro che lui paragoni un luogo come un ospedale, sicuro, alla giungla. Ma io gli dico che non intendo andarmene, intendo trovare un bambino. Lui ha la faccia spaventata. Guarda che io ero uno dei fortunati. I bambini non durano molto qui dentro. Ok, questo non lo sapevo e ora ancora più fretta di trovarlo. Gli chiedo di dirmi dove si trova l'ospedale pediatrico. Lui mi risponde che sta vicino al centro assoluto dell'ospedale. Il policlinico è strutturato come una spirale di vari edifici. Ogni reparto viene regolarmente spostato e allargato con nuove ale a spirale ed espansioni laterali. Il centro è ancora il reparto di ostetricia. Sempre nel nucleo ci sono ginecologia, sì, le tengono separate, neonatologia e poi pediatria. Non sarà facile raggiungerle, ogni passaggio di reparto è sorvegliato. Ma aiutare tutti quegli studenti nelle degenze lo ha aiutato. Conosce ogni primario, anche perché per un motivo o per l'altro è stato ricoverato ovunque. Gli ho chiesto cosa vuole in cambio di questo aiuto, mi ha risposto che quando uscirò da qui, dovrò portare il suo addio al suo ultimo parente in vita fuori dall'ospedale. Non vuole essere assente anche da quest'ultimo evento. Glielo garantisco. E così inizia il nostro viaggio, io lo trascino con la sedia rotelle per delle visite. Siccome lo conoscono ovunque, assumono che avrà dei controlli ovunque, tanto vecchio com'è. L'ospedale è talmente grosso e labirintico che ci mettiamo ore, sì, ore, a navigarlo verso il centro, anche perché i vari complessi non sono tutti uniti. E il reparto di pediatria è sotterraneo. Più ci immergiamo nei piani nel centro, più mi rendo conto di quanto spaventosamente autosufficiente è questo complesso. Mense gigantesche di cibo con magazzini sotterranei. Inizio a pensare che qualcuno potrebbe addirittura nascerci qui, crescerci qui, laurearsi, lavorarci e poi farsi curare in vecchiaia, morirci e donare gli organi. Il suo corpo non uscirà mai dal complesso. Il pensiero mi fa rabbrividire. Più ci addentriamo, più gli edifici, non ristrutturati, mantengono l'architettura di stili ormai vecchissimi, pareti che portano i segni del tempo, ramificazioni di muffa. Ogni volta lo devo lasciare per parlare con qualche medico, per farmi indicare uno spogliatoio, dove magari trovare un camice disponibile. Alla fine ne trovo uno. In conclusione arriviamo alla porta del reparto di pediatria. Mi giro per chiedergli come faremo qui, visto che un anziano non ha posto qua, ma lui è sparito. Da qui in poi devo andare da solo. Apro la porta ed entro nel reparto. Vedendo il camice, assumono che io sia un tirocinante. I bambini ci sono, non so perché, ma in qualche modo mi sento sollevato dallo standard. Però nessuno di loro è il bambino che cerco. Chiedo in giro, ma solo ai bambini, per evitare di suscitare sospetti e passare per un impostore o per un tirocinante appena arrivato da identificare. Ma i bambini sono peculiarmente silenziosi, soprattutto quando inizio a parlare del bambino che sto cercando. Mi convinco che lo conoscono e per qualche motivo non me ne vogliono parlare. Allora sussurro ad un bambino che mi sembra un po' più grandicello che sono un Carabiniere e che posso aiutarli se c'è qualcosa, qualunque cosa che non vada. Il bambino mi chiede se sto dicendo bugie. E dopo qualche rassicurazione, mi supplica in lacrime, ma sempre sussurrando, di farlo uscire di qui il prima possibile. Quando gli rispondo, mi intima tra il supplice e l'ordine di parlare a bassa voce, anche se sono appena udibile. Gli chiedo che cosa sta succedendo. Mi risponde che se si comportano male, o se si lamentano, vengono portati nel sotterraneo e nessuno è mai tornato da lì. Se fanno domande, se cercano di scappare, la punizione è sempre quella. Non sa cosa succede nel sotterraneo e non lo vuole sapere. Ma oggi si è comportato male e ha visto i dottori guardarlo in modo severo, alle ore contate. Non ho alcun mezzo per contattare l'esterno, ce l'hanno tolto all'ingresso. Gli dico di stare tranquillo e che non dirò niente ai dottori. Mi guardo attorno, vedo uno dei medici andare verso uno spogliatoio. Lo seguo e lì, mentre alcuni di loro si spogliano, intravedo un mazzo di chiavi che riesco a rubare e portare via uscendo. Seguendo la planimetria a spirale, sempre più facile, mi addentro sempre di più fino ad arrivare a quelli che ritengo essere gli edifici dei dirigenti e dei magnifici rettori delle facoltà. E qui trovo un ascensore, entro dentro. Ma prima che io possa chiudere la stanza, un dottore entra a sua volta, occupando da solo gran parte dell'ascensore. È, infatti, morbosamente obeso e mi sento quasi schiacciato alla parete pur di non toccarlo onde evitare imbarazzo sociale. Non incrocio il suo sguardo, non dico niente, la minima frase mi potrebbe tradire. Trattengo il fiato. Lui, purtroppo, parla, invece. All'inizio è normale, trattare i bambini non è da tutti, serve uno stomaco forte, poi ti passerà. Eravamo tutti così un tempo, mi dice. Si gira verso di me, tutta la sua faccia raggrinzisce. Dalla tua condotta dipende il tuo destino. Buona fortuna con i tuoi studi. Apre la porta dell'ascensore, se ne va. Io premo i pulsanti per arrivare all'ultimo piano in fondo. Riprendo fiato. L'ascensore si ferma rumorosamente, mi viene quasi un colpo. Apro la porta e tutto buio. Tocco a tentoni il muro fino ad accendere l'interruttore. La stanza è rosa, le carte da parati e tutta rosa. C'è un enorme orsacchiotto di peluche nell'angolo, alto e grosso più del dottore di prima. Ma soprattutto sono le pareti in alto vicino al tetto a spaventarmi, sono piene di trofei di caccia e sono tutti cervi maschi dalle ampie corna. Non capisco cosa c'entrino con un ospedale e con una stanza palesemente pensata per bambini. Tutto il resto sembra fatto per tranquillizzarli, questo invece è inquietante. La stanza ha una porta dall'altro lato ed è molto ampia. Mi avvicino e apro anche quella porta. Ed è qui che trovo, lungo il corridoio, una serie di volti familiari che mi tranquillizzano tra le fotografie. Foto dei rettori, dei dirigenti dell'ospedale, insieme ai generali dell'Arma, insieme a presidenti di No Profit e varie organizzazioni di bene. Ci sono anche grandi nomi della politica, VIP di varia natura e parecchi grandi imprenditori. Nella stanza successiva, appena aperta la porta, ho sentito prima l'odore. E solo dopo è stata la vista a rendersi conto di ciò che avevo davanti. Era una stanza di sviluppo di fotografie, con la luce rossa molto tiepida e per il resto abbastanza buia. Ma appese su diversi stendini e fili in giro per la stanza non erano fotografie. Erano pelli e interiora, arti di dimensioni troppo piccole per essere di un adulto, ma troppo elastiche per essere di bambolotti. L'odore era insopportabile, ma non c'era una singola mosca in giro né una zanzara. C'era anche odore di alcol o una sorta di aceto, non so ben descriverlo. C'erano le facce, solo lo strato della pelle, come maschere strappate via dalla testa e appese a seccare. Tutte quelle facce avevano, pur mancando di ossa e cartilagine e occhi dietro, una distorta espressione di orrore e dolore. Mi veniva da vomitare, stavo perdendo l'equilibrio, mi aggrappo a qualcosa, un mobile bianco, no, non è un mobile, è una cella freezer. L'apro ed è ancora più pesante perché mi sento le braccia deboli. All'interno, organi minuscoli, cuori, polmoni, fegato, reni, c'erano anche cassetti, pieni di sacchetti di plastica trasparente. Sangue, plasma e cellule staminali, stando alle etichette, mi gira la testa, non ci sto capendo più niente. Sento una porta che si apre, mi vado a nascondere dentro uno stipetto. E sento una voce familiare, la voce del paziente anziano, il suono delle ruote della sua sedia a rotelle. Non so con chi stia parlando, ma so di chi sta parlando, parla di me. Chiede perché non mi hanno ancora trovato. L'altra voce che non riconosco lo ringrazia di nuovo per tutti gli agenti sotto copertura e tutti i ficcanaso che ha attirato. Lui dice che ormai è abituato. Quando inizi con i tuoi compagni di classe e poi finisci i parenti, alla fine ne fai un mestiere. Finiti i parenti. Ho visto poi due uomini posizionarsi a vista d'occhio. L'uomo in piedi ha fatto un'iniezione al vecchio, poi la puntura finisce. E il vecchio si rabbia dicendo che gli dispiace che non si possa usare la carne usata, ma che se pagano più del valore degli organi, ci possono fare quello che vogliono. Dovrebbero essere grati, il dottor Gallo lo ha fatto anche con me e mi ha insegnato tanto, lo facevano anche in Grecia. L'anziano poi si alza dalla sedia a rotelle, seppur con molta fatica. L'importante è non morire mai, finché non muori, non importa cosa hai fatto in vita, dice. Poi prende un piccolo coltello e inizia a tagliare qualche fetta di carne dal bancone e a mangiarla cruda. Renderemo le marche una zona blu superiore allo gliastra. Ha detto. Mentre mangia, lui si scuote e schiocca le dita, dicendo di avere un'idea per il prossimo spot da trasmettere in pubblicità. Il policlinico Gallo è ancora più grande.



