[0:04]Mentre Carlo Gambino costruiva il suo impero in America, a Corleone un nuovo personaggio aveva preso il potere. Si chiamava Luciano Leggio e i suoi uomini lo chiamavano Liggio.
[0:20]Il padrino di Corleone era Don Michele Navarra.Liggio chiamava il suo capo Upatrino, Padre Nostro, come la preghiera. Liggio era un killer temibile e voleva rendersi autonomo.Il padrino diede ordine di ucciderlo, ma invece fu lui a uccidere Upatrino, Don Navarra. Liggio era un mafioso di nuovo tipo, un gangster sanguinario che si capo della banda dei corleonesi. A contrastarlo fu inviato a Corleone un eccezionale giovane ufficiale dei Carabinieri. Il suo nome era Carlo Alberto dalla Chiesa.
[1:02]Liggio fu arrestato e liberato diverse volte.Rimase latitante per 16 anni. Poche ore dopo una delle sue liberazioni vennero registrate interviste in cui la paura spingeva la gente comune a solidarizzare con i mafiosi. Ah, Liggio è una brava persona.Siamo contenti perché sono i nostri paesani che tornano al proprio paese. Quando Liggio finalmente fu condannato all'ergastolo, al posto di comando subentrò Totò Riina, chiamato Totò Curtu per via della sua statura di 1,60 m.
[1:41]I Corleonesi cominciarono a uccidere gli altri padrini per farsi largo nel mercato della droga.
[1:50]Niente attacchi agli uomini dello Stato, aveva detto Lucky Luciano, ma la sua lezione era ormai sbiadita. I Corleonesi uccisero poliziotti e Carabinieri e scatenarono la prima guerra di mafia. In tutto questo Corleone lottava per non essere conosciuto solo come il paese della mafia. Voglio dire che Corleone, quando c'era un'enorme Omertà, è cambiata moltissimo.C'è un risveglio e un rinnovamento eccezionale.
[2:28]Il banchiere Michele Sindona, in tanti anni di attività, aveva avviato giri vorticosi per riciclare il denaro sporco. Ma anche lui andò a sbattere contro un gentiluomo d'altri tempi, uno proprio come il vecchio Emanuele Notarbartolo, il direttore del Banco di Sicilia, ucciso a coltellate sul treno alla fine dell'800. Quel gentiluomo, l'avvocato Giorgio Ambrosoli, non diede tregua al banchiere e mise in gioco la sua vita in uno scontro mortale. Giorgio Ambrosoli aveva ricevuto l'incarico di liquidare una delle tante società di Sindona. Scoprì i legami della mafia con la grande finanza.Don Michele Sindona aveva messo le mani sulla Franklin National Bank e i giudici americani che indagavano chiesero la testimonianza dell'avvocato Ambrosoli. Poco dopo l'interrogatorio, Giorgio Ambrosoli venne ucciso. Dal killer si risalì al mandante e Michele Sindona fu chiuso in carcere.
[3:24]Per lavare il denaro sporco bisognava farlo girare veloce come in una centrifuga, di società in società. Invece a quel punto, con l'arresto di Sindona, tutto si fermò attorno a lui. I padrini chiesero conto dei loro capitali.Sindona si vide perso e minacciò di parlare. Aveva 65 anni e alla sua età doveva sapere che minacciare i padrini era sempre una mossa falsa. Prese un caffè in cella.Berlo fino in fondo fu il suo ultimo errore. Era corretto al cianuro.
[3:58]La banda di Luciano Liggio si appropriava delle terre, uccideva sindacalisti, controllava l'acqua, rubava animali, gestiva il mercato della carne di Palermo. Aveva buoni rapporti con le truppe americane e con mafiosi ritornati dagli USA. Quando nel 1958 Liggio uccise il vecchio Capo Mafia, Michele Navarra, non lo fece con l'usuale lupara, ma con centinaia di colpi di mitra, alla maniera dei gangster americani. Luciano Liggio stava in un luogo di grande tradizione mafiosa e quindi lì riuscì a occultare bene le sue attività criminali. e a diventare fin da giovane l'esponente di una quella che viene detta una nuova mafia. Lo arrestarono infine nel 1964 e a Corleone il suo commento beffardo: Quale onore vedere tante autorità attorno a me. Ma non restò a lungo in carcere.Affetto da tubercolosi ossea, ha trasferito in ospedali e cliniche da cui facilmente scappava. La sua vicenda arrivò molte volte in Parlamento.In decine di sedute infuocate in cui la sinistra accusava magistratura e Ministro degli Interni di proteggere la latitanza del bandito.
[5:50]Ma lei, dunque, in qualche peccatuccio si riconosce colpevole?Ma io non ho mai detto, ma io non ho mai detto di essere un santo, e sarei, sarebbe assurdo pensare che sia un santo.Non sono un santo. E se un altro tenta di pestarmi i piedi, non mi piace.E se posso, e quando si nega male, che cosa fa?Niente, non mi piace, gli dico di, di smetterla, che non, non non non l'accetto questo discorso.
[6:17]E se non smette, e se non smette gli pisto il suo.E' normale.O che dice, facciamo fatta.Vai che faccio?Quello che dice Gesù Cristo, se uno ti do uno schiaffo, ci metto l'altra guancia.Non faccio così.E a guancia dove, non so io, se dove dare una guancia sempre a ognuno che vuole dare uno schiaffo. Quando guancia deve avere, per tutti questi molluschi che credono di diventare uomini accanendosi su di me.Che la maggioranza di questi che si accanisce su di me, sono l'ultimo anello fangoso della società. Molluschi, chi è pederasta, chi è licenziato dalla moglie, chi è, allora credono di diventare duri, di diventare uomini, scagliandosi sul Liggio.Ma è così.
[7:02]Il 16 maggio 1974 a Milano viene arrestato Luciano Liggio da quasi 20 anni ai vertici della mafia. Divenuto padrino dei Corleonesi dopo aver eliminato il vecchio boss Michele Navarra, Luciano Liggio, diventato Liggio per l'errore di trascrizione di un brigadiere, nasce a Corleone nel 1925 in una famiglia povera che lavora la terra. Ha già nove fratelli, ma è un bimbetto svelto e impara presto ad arrangiarsi per sopravvivere. Come delinquente esordisce con un colpo modesto, è un giovanottino e si arrangia rubando nelle stoppie covoni di grano. Tre guardie campestri lo vedono, uno lo denuncia.Primo arresto e all'uscita dalla camera di sicurezza, primo morto. La gente deve imparare a tacere.Quando nelle aule giudiziarie entra Luciano Liggio, i testimoni non ricordano o si smentiscono. Signor Leggio o Signor Liggio, come preferisce?Io il cognome fa Leggio, però per tutti sono Signor Liggio. Quindi tanto che io lo sto usando questo Liggio come nome in arte.E lei si è fatto un'idea che cos'è la mafia, secondo lei? È una cosa riprovevole, senta, io l'idea mia è stata sempre quella che parlo sulla mia esperienza.
[8:30]Lei parla anche di Dio senza averlo mai incontrato.Certo, ma dalla mia esperienza, dandomi del mafioso sempre continuamente, non credo che ho niente da rimproverarmi o di aver fatto male a chi che sia nella mia vita. O di aver approfittato di una qualsiasi sfida o chiunque a provarmi diversamente di quello che dico.
[8:55]Leggendo vari autori che hanno parlato su sta parola mafia, un mafia e rifacendomi al Petri, che è uno dei grandi cultore della lingua antica.
[9:11]Mafia doveva essere una parola di bellezza, come bellezza non solo fisica, ma anche bellezza come spiritualità. Nel senso che si incontrava una bella donna, diceva, è mafiosa sta femmina, è una bellezza. Un bel cavallo, è mafioso sto cavallo, un bel cappotto, è mafioso sto cappotto.Il cappotto è mafioso, cioè, era la parola, il significato, sì signore, era un complimento, era un sinonimo di bellezza. Io se è così, se è così, lei non si offende se io dico che il mafioso è Liggio.No, non mi offendo.Non solo, se mi si mente, mi duole, credo non ho tutta quella ricchezza spirituale e fisica di esserlo, un mafioso, insomma, di essere mafioso nel senso bello della parola, va.
[11:05]Queste sono mafiosi. A me mi pare dei poveracci.Eh, caro Gianni, questo è quello che ti vogliono fare credere.Però non è che dobbiamo cadere nel tranello di pensare che questi qua sono innocui. Tra queste persone ci sono fior di criminali. Guarda questo, guarda, la tuta.Ammazza, quant'è brutto, oh.Eccolo, ti presento Luciano Liggio. Se non che Luciano, non accetta, non si piega a nessun ricatto.No, non credo di, non è.No, tenta di.Né con la libertà, né con il denaro, né con niente.



