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Il potere delle parole giuste | Vera Gheno | TEDxMontebelluna

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[0:19]Stando di una cosa molto semplice, che ci riguarda tutti, che è come usiamo le parole.
[0:19]È un po' la mia fissazione, nel senso che io passo la vita a parlare di parole e a cercare di usarle bene e prima di tutto ho provato queste cose su di me.
[0:19]La prima cosa che vi voglio dire è questa, non ci riflettiamo mai abbastanza, ma il linguaggio è la cosa che ci rende umani.
[0:19]Pensate agli animali che avete in casa, un gatto, un cane, sapete bene che il gatto non dice solo miao e il cane non dice solo bau.
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[0:19]Stando di una cosa molto semplice, che ci riguarda tutti, che è come usiamo le parole. È un po' la mia fissazione, nel senso che io passo la vita a parlare di parole e a cercare di usarle bene e prima di tutto ho provato queste cose su di me. La prima cosa che vi voglio dire è questa, non ci riflettiamo mai abbastanza, ma il linguaggio è la cosa che ci rende umani. Noi siamo gli unici animali che hanno il potere della parola. Pensate agli animali che avete in casa, un gatto, un cane, sapete bene che il gatto non dice solo miao e il cane non dice solo bau. Ma il gatto dice un sacco di miao diversi, il cane un sacco di bau diversi eppure nessun animale per quanto intelligente riesce a usare uno strumento sofisticato come il linguaggio umano. Il professor Chomsky in un'intervista molto buffa rilasciata a Ali G, che è il rapper inventato da Sacha Baron Cohen, risponde così alla domanda che gli fa il rapper, che è, professore, ma lei che è 80 anni che si occupa di lingua, non si è stancato? Sempre di parlare di lingua, di linguaggio, di. E lui risponde così, no, in realtà no. Perché la lingua è la caratteristica nucleare che ci rende esseri umani. Noi non possiamo fare a meno delle parole eppure siccome la lingua madre ce l'abbiamo da sempre, praticamente gratis da quando nasciamo, non ci pensiamo mai abbastanza. Eppure ogni parola che noi scegliamo ha un sacco di usi, serve a un sacco di cose. La prima cosa che noi facciamo con la realtà, con la lingua è questa, descriviamo la realtà che ci circonda. Pensate bene, noi parliamo della realtà e decodifichiamo la realtà mettendole dei cartellini e ci riusciamo a intendere perché siamo d'accordo su questi cartellini. Potrei citare un famoso sketch di Aldo Giovanni e Giacomo, che forse conoscete, è quello della Cadrega. Carega, per chi è veneto. Come funziona lì? Che due persone mettono alla prova un'altra per capire se fanno parte della stessa tribù, perché non c'è accordo sul significato della parola Cadrega. Infatti Aldo prende una mela e dice, buona questa Cadrega, gli altri capiscono che lui è un estraneo. Quindi a noi serve la lingua per descrivere ciò che ci circonda. Vi faccio notare un'altra cosa. Siccome la realtà cambia di continuo, è in evoluzione perenne, allora anche la lingua cambia di continuo. Non è detto che questo ci piaccia, ma su questo torniamo fra un attimo. La lingua ci serve per comunicare, ovviamente, fra di noi. E come vi dicevo prima, oltre che comunicare e basta, la lingua definisce la mia tribù. Quindi io identifico le persone che appartengono alla mia stessa tribù, noi pensiamo di essere andati avanti rispetto al concetto tribale, ma così non è. Siamo ancora estremamente tribali come esseri umani e allo stesso tempo identifico le persone che non fanno parte della mia tribù. Quindi mi permette di individuare gli altri. Pensate allo sketch che vi ho raccontato prima. La lingua serve per una terza cosa molto importante, che forse è quella che ci interessa di più. Ogni parola che usiamo è letteralmente un atto di identità, cioè io dico agli altri chi sono, faccio una dichiarazione. Quand'è che ci si innamora veramente di una persona? Ci si può invaghire dell'aspetto fisico, ma la cosa veramente che ci colpisce sono le cose che dice e in che modo dice quelle cose. Ovviamente, essendo il linguaggio la proprietà nucleare delle persone, noi ci innamoriamo di questo, cioè della parte più profonda della persona. Infatti spesso ci si innamora anche di brutti, perché non è così importante. L'importante alla fine è quello che dice.

[4:35]Poi a che altro serve la lingua? Ovviamente se io racconto delle cose di me, quelle parole le devo pensare bene. Perché che cosa voglio che gli altri capiscano di me? Ve lo chiedete mai quando, per esempio, rilasciate un pezzettino di frase su Facebook, in pubblico? Che cosa penseranno gli altri di me leggendo quella cosa che ho scritto? Poi magari me ne pento e voglio cancellare, ma come sapete tutti, esiste Dio screenshot e quindi anche cancellare un po' un'utopia. Dice Searle, non è possibile pensare con chiarezza se non si è capaci di parlare e scrivere con chiarezza. Cioè il nostro modo di comunicare spiega anche agli altri quanto è chiaro il nostro pensiero. Quanto siamo in grado di concepire un pensiero lineare, perché se il pensiero è lineare, allora siamo anche in grado di veicolarlo in maniera lineare. Un po' quello che diceva Nanni Moretti, eh, ve lo ricordate? Siamo sempre in quel campo lì. Ovviamente le lingue, tutte, hanno molte più parole di quelle strettamente necessarie. Facciamo un attimo di statistica. L'italiano ha dalle 300.000 al milione di parole. È difficile fare una stima precisa perché dipende da quali parti, per esempio, dei dialetti consideriamo parte anche del lessico italiano. Una persona mediamente colta, diciamo, alla fine degli studi superiori, conosce circa 35-40.000 parole. Ma non le usiamo tutte. Noi nelle nostre attività quotidiane ce la caviamo con circa 2.000 parole. Molte di più sono quelle che sentiamo e quindi conosciamo perché, per esempio, i media le usano spesso. Non lo so, penitenziario, meteorologico e via dicendo. Abbiamo un patrimonio sterminato di parole e secondo me più o meno tutti intuiamo abbastanza chiaramente che le parole non sono tutte uguali. Una parola può essere un bacio. Una parola può essere un proiettile. Allora il modo più facile di identificare le parole è fare una lista di quelle brutte. Pensate che è quello che si fa spesso online. Io mi faccio una blacklist di parolacce e quindi se una persona usa quelle parolacce, io non pubblico il post, quel post viene censurato. Ma è sempre così? Pensate a una parola come negro. Tutti quanti rabbrividiscono. Se la dice un bianco in senso offensivo nei confronti di un afroamericano, è chiaro che è una parola brutta. Ma avete notato che, per esempio, i rapper afroamericani le usano nei loro testi per autodefinirsi? Perché è un modo di sottolineare il Black Power. Quindi neanche una parola brutta come negro può essere stigmatizzata a priori. In realtà dipende dal contesto in cui quella parola viene usata. Ma facciamo qualche esempio più vicino a noi. Potrebbe essere un ortaggio, finocchio, oppure un modo molto maleducato di riferirsi a un omosessuale. Usiamo una frase. Entro in una mensa e dico, uh, oggi a pranzo ci sono i finocchi. Mi sto riferendo al piatto che probabilmente molti di voi amano, eh, i finocchi, fanno bene, drenanti, eh? Entro nella stessa mensa, c'è un tavolo di attivisti LGBT. Uh, oggi a pranzo ci sono i finocchi. Stessa frase. Ma cosa cambia? L'intento comunicativo. Che faccio? Flaggo a priori la parola finocchio perché è negativa? No, perché a questo punto dovrei censurare metà del mio lessico, cagna. Cagna nel corso degli anni, da cane femmina, ha assunto un altro significato che forse vi ricordate perché è diventato famoso anche grazie a una serie televisiva, quello prima di attrice scadente e poi, appunto, usato in senso negativo nei confronti delle donne. Talmente questa parola ha assunto un significato negativo che i padroni di cani femmine preferiscono fare delle circonlocuzioni. Non dicono porto fuori la cagna, se no qualcuno potrebbe pensare alla moglie, no? Ma piuttosto dicono la canetta, la canina, la cana, no? Ci autocensuriamo perché se no uno potrebbe pensare male. Vi stupisco con una terza parola, signora. Come, signora è negativo? Allora se ne parlo coi ragazzi, i ragazzi mi dicono, sì, signora è negativo, nel senso che magari uno è giovane, sarebbe una signorina, allora chiamata signora si offende. Ma è molto più sottile quello che vi faccio notare. A me è successo diverse volte, unica donna in stanza di uomini, tutti professionisti. L'uomo che entra nella sala chiama dottori, i maschi e signora la donna. Anche io di solito reagisco piuttosto male. Quindi perfino una parola che, in realtà, voglio dire, è positiva come signora, se usata in un certo senso, potrebbe diventare, non dico offensiva, ma comunque per lo meno dare fastidio a qualcuno. Allora capite che non basta la lista nera. Non basta la lista nera, non basta la censura, ma ci vuole una cosa fondamentale, che è la nostra intelligenza. Dobbiamo pensarci noi. Anche perché le parole non sono solo parole. Pensate a un'altra cosa che fanno le parole. Le parole compiono azioni. Se io sono un professore, ho il potere di promuovere o bocciare uno studente. Se io sono un sindaco, ho il potere di sposare le persone. Se io sono un medico, ho il potere di dichiarare la nascita e la morte, avete presente nei Medical Drama, la persona non è morta finché una persona non ha un'altra persona nel ruolo giusto, non ha dichiarato il decesso. Cioè noi compiamo atti con le parole. Compiamo atti di continuo. Pensate all'atto supremo, giurare. Giurare è una cosa serissima, ma ha delle conseguenze pratiche se io spergiuro, in realtà no. Ma fra le persone c'è una specie di patto per cui se io giuro, penso veramente a quella cosa lì. Non giuro con leggerezza, anche se in realtà sappiamo tutti che nessuno ci fulminerà. Questo è il potere della parola. Allora in un mondo così sovraccarico di parole, perché è vero che è sovraccarico, siamo circondati continuamente da parole, io vi invito a fare una cosa, riprendiamoci il potere della parola giusta. Questa è una cosa che possiamo fare tutti. Perché non implica imparare cose strane. Implica prendere in mano una competenza che abbiamo tutti, che è quella della parola e usarla meglio. Vi do tre consigli in questo senso. La prima. Coltivare il dubbio. Noi viviamo in un'era che a causa della quantità di informazioni presenti, ci dà l'illusione della conoscenza. Ovviamente conoscere non è googlere. Conoscere è qualcosa di molto più approfondito. Allora noi giorno dopo giorno, in qualsiasi settore della conoscenza, dobbiamo chiederci i limiti delle cose che sappiamo. Quanto poco so. Quanto poco so di tutta l'immensità di informazioni che mi circonda. E questo vale anche per la lingua. Ogni giorno io, se conosco 35.000 parole su un milione, è normale che io ogni giorno possa incontrare parole che non conosco. Allora davanti a quelle parole, io avrò un'impressione una sensazione di fastidio, perché io voglio certezze nella vita. Gli esseri umani vogliono certezze. I cambiamenti, le cose che non conosciamo, ci spaventano. Però, almeno in campo linguistico, è facile risolvere il problema, vado su un vocabolario. Beh, oggi è ancora più facile, posso googlere, ma alla fine la cosa è la stessa, cioè incontro una parola che non conosco. Vi faccio un esempio dal gennaio di quest'anno, gelicidio. Gelicidio ha creato un sacco di scontento. Molti hanno pensato che fosse una parola nuova, un neologismo, è una parola del 1360. Quindi ha 700 anni. E allora come mai non la conoscevo? Perché ognuno di noi conosce solo una piccola parte di tutto il lessico che abbiamo a disposizione. Quindi la prima cosa è il dubbio che è fecondo, perché l'unico modo di aumentare la conoscenza è sapere di non sapere. Nel momento in cui siamo convinti di sapere tutto quello che ci serve, la nostra capacità di imparare cose nuove si atrofizza. Prima cosa. Seconda. Possiamo riflettere il tempo di un respiro. In realtà è semplicissimo. Perché? Perché ne abbiamo la facoltà. Abbiamo un po' l'illusione di doverci muovere sempre, di essere sempre di corsa, di non avere il tempo di pensare alle cose, ma non è vero. Anche quando abbiamo voglia di fare un post su Facebook, per fare un esempio, possiamo sempre fermarci 10 secondi a pensare a quello che vogliamo veramente dire. Riprendiamoci il lusso di riflettere su quello che stiamo per immettere, diciamo, nel mondo che ci circonda, quel micro particella di informazione. Pensiamoci un attimo di più, non è difficile. E poi un terzo consiglio altrettanto semplice. Quando non siamo competenti e non sappiamo le cose, cosa che succede molto spesso, possiamo sempre scegliere il silenzio. Noi viviamo in una società che è abituata a polarizzarsi su tutto e invece a volte si può scegliere di non dire nulla. Anche perché se io dico le cose sbagliate, occorre che ci ricordiamo che le cose che abbiamo digitato, soprattutto rimangono. Ci rimangono attaccate e contribuiranno alla creazione della nostra personalità online. Vogliamo veramente dire questa cosa che poi rimane lì, attaccata a noi, come una specie di cartaccia che abbiamo immesso nel mondo? Quindi, come vedete, le cose sono semplici, dubbio, riflessione, silenzio.

[15:15]Alla fine di tutto questo, vorrei farvi notare una cosa. Queste competenze non sono immediate. Occorre lavorarci tanto, è quello che io chiamo, bisogna essere contadini della lingua. Perché cosa fanno i contadini? Beh, forse voi le avete presente. I contadini si impegnano giorno dopo giorno, non si stancano mai. Sanno che dal momento in cui dissodano il campo, al momento in cui cresce la piantina, passa molto tempo. Passa un sacco di tempo. Bisogna proprio che si impegnino tanto. Allora l'ho riassunta così, e la conseguenza di fatica, sudore, costanza, resilienza e anche fiducia in sé, è questa piantina qui che alla fine ha bucato anche l'asfalto.

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