[0:00]Buongiorno, buon pomeriggio e buonasera. Oggi analizziamo e leggiamo Sublime specchio di veraci detti, una poesia di Alfieri che mi piace tanto. Prima però, ricordatevi di lasciare un mi piace qui sotto, di iscrivervi al canale e di seguirmi anche su Instagram. Mi trovate come Diario di Charlotte.
[0:22]Innanzitutto, Sublime specchio di veraci detti è un sonetto che è stato scritto il 9 giugno 1786 da Vittorio Alfieri. e che si trova sul retro del ritratto dipinto da François Xavier Fabre. Questo dipinto che si trova agli Uffizi, ci regala delle chicche. Per esempio, l'anello di Alfieri con, guardate un po' qui, Dante. Questo sonetto è un sonetto giovanile, conosciuto anche come l'autoritratto. È un sonetto, quindi un componimento di 14 endecasillabi divisi in due quartine e due terzine. Le quartine sono a rima alternata, mentre le terzine sono a rima invertita. Questo è un autoritratto e diventerà il modello per altri autori, per Solcata fronte di Nicolò Ugo Foscolo e per l'autoritratto di Manzoni. Anche di questi autoritratti ne parleremo. Questo autoritratto è molto affascinante, in quanto è un autoritratto non soltanto fisico, ma anche psicologico. Nelle quartine, Alfieri si tratteggia minuziosamente dal punto di vista fisico e nelle terzine, invece, riflette sul suo carattere e sull'interiorità. Sublime specchio di veraci detti, mostrami in corpo e in anima qual sono: capelli or radi in fronte, or rossi pretti; lunga statura, e capo a terra prono. Oh, sonetto, quindi sublime specchio di veraci detti, quindi abbiamo un'invocazione. Che sei come uno specchio che riflette parole veritiere, quindi è il sonetto ad essere uno specchio. Mostra come sono realmente nel corpo e nell'anima, quindi nel fisico e nello spirito. Capelli radi in fronte e completamente rossi. Alto e sempre con la testa china. Attenzione, la testa è china non certo davanti ai tiranni, ma perché studia molto. Notiamo qui anche questo or or, quindi una geminazio. E ci dice per l'appunto che ha il suo capo, la sua testa prona per lo studio. A chi si rivolge il poeta? Allora, sicuramente, come vi dicevo, un'invocazione al sonetto, no? Che è lo specchio di come lui è e riflette, dunque, parole vere, veraci, veritiere. Allo stesso tempo, si rivolge però anche al ritratto dipinto da Fabre. Quel capo a terra prono, naturalmente, come vi dicevo prima, è prono perché lui medita, riflette, come il pensatore di Rodin. sottil persona in su due stinchi schietti; bianca pelle, occhi azzurri, aspetto buono; giusto naso, bel labbro e denti eletti; pallido in volto più che un re sul trono
[3:32]Come notate, qui abbiamo bianca pelle, quindi abbiamo aggettivo sostantivo. Dopo segue occhi azzurri, quindi sostantivo, aggettivo. Aspetto buono, sostantivo, aggettivo. Giusto naso, anche qui nuovamente aggettivo, sostantivo. Bel labbro, aggettivo, sostantivo. Denti eletti, sostantivo, aggettivo, quindi abbiamo una serie, no, di chiasmi. Dunque, abbiamo un'un corporatura sottile, però su due stinchi, quindi delle gambe ben dritte. Una pelle candida, gli occhi chiari, un aspetto buono, un naso regolare, delle belle labbra e dei denti perfetti. E pallido in volto più di un re sul trono, quindi vedete qui un accostamento tra il suo pallore e la tenuta regale del re. Il pallore del volto, quindi è segno degli affanni che lo tormentano ed è più intenso di quello di un tiranno che dubita della fedeltà dei sudditi. or duro, acerbo, ora pieghevol, mite, irato sempre, e non maligno mai; la mente e il cor meco in perpetua lite: per lo più mesto, e talor lieto assai, or stimandomi Achille ed or Tersite uom, se' tu grande, o vil? Muori, e il saprai Quindi, a volte duro, a volte acerbo, a volte arrendevole, mite, sempre irato, non sempre arrabbiato, sempre ricco di passioni, ma mai maligno. Non maligno mai perché non è pieno, no, di un'ira, diciamo, grezza, ma è pieno di sdegno e di rabbia nei confronti delle ingiustizie. Infatti la mente e il suo cuore sono in una lite continua, no? Notate anche qui questa enumerazione di aggettivi per asindeto. Per lo più mesto e talora lieto, quindi a volte è, diciamo, abbacchiato, altre volte invece è pieno di gioia, di impeto, ossimoro. Ora si ritiene Achille, quindi un grande eroe, ora si ritiene Tersite, conosciuto come l'uomo più brutto e anche nell'Iliade troviamo proprio dei passi dedicati a questo Tersite, questo antieroe dell'Iliade.
[6:07]Uomo, sei tu grande o sei un vile, sei un codardo? Muori e lo scoprirai. Come dicevamo, Alfieri, quindi, è animato da un furore di animo nobile, non una volgare rabbia. È sdegnato davanti alle miserie e alla viltà degli uomini. È un romantico e dotato di un forte sentire. Si distacca dalla gelida matematica e colloca al centro della sua esperienza umana il forte sentire. Come dicevamo, quindi, a volte si sente un Achille, a volte un Tersite, quindi un eroe greco valoroso, oppure l'antieroe, questo uomo brutto che sputa veleno contro Agamennone e i Greci. Atride, perché ti lamenti? Che cosa vuoi ancora? Hai le tende piene di bronzo e di schiave, che tu scegli per primo, ogni volta che prendiamo una rocca. I due simboleggiano due stati d'animo opposti e rappresentano, come dice Alfieri nella Vita, il gigante e il nano del suo animo. Ma mi par giusto di aggiungere qui una particolarità bastantemente strana per consolare con essa i malevoli miei e nello stesso tempo far ridere alle spalle mie chiunque esaminando sé stesso si riconoscerà meno infermo d'animo e meno bambino ch'io non mi fossi. In questa particolarità, la quale in me si troverà accoppiata con gli atti di forza che io andava pure facendo, si scorgerà da chi ben osserva e riflette che talvolta l'uomo o almeno che io riuniva in me per così dire il gigante ed il nano, quindi il valoroso e l'antieroe. Il sonetto termina con Uomo, sei tu grande o vile? Muori e lo saprai. Atteggiamento titanico nell'affrontare la morte. Il modo in cui si affronta la morte è concepito come prova di coraggio. La morte è un atto supremo di dignità eroica. In questo sonetto troviamo anche, dunque, la polemica contro la tirannide quando Alfieri ci dice che è più pallido di un re in trono. Tiranno, ci dice Alfieri, era il nome con cui i Greci (quei veri uomini) chiamavano coloro che appelliamo noi re. Tuttavia, oggi, quando parliamo di tirannide, adesso questo nome, con l'andar del tempo, è diventato esecrabile e tale necessariamente farsi dovea. Quindi ai tempi nostri, quei principi stessi che la tirannide esercitano, gravemente pure si offendono di essere nominati tiranni. Tra le moderne nazioni non si dà dunque il titolo di tiranno, se non se (sommessamente e tremando) a quei soli principi, che tolgono senza formalità nessuna ai lor sudditi le vite, gli averi, e l'onore. Tirannide indistintamente appellare si deve ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzione delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto eluderle, con sicurezza d'impunità. Bisogna opporsi alla tirannide, ogni società che lo ammetta è tirannide, ogni popolo che lo sopporta è schiavo. Infatti Alfieri in Tacito orror di solitaria selva, ci dice proprio non mi piacque il mio vil secolo mai. Perché si sente oppresso da un.



