[0:03]Ma anche no, a cura di Don Fabio Rosini.
[0:18]Sono Don Fabio Rosini e sto proponendo questo viaggio sulla deassolutizzazione, sul salvarsi dalle banalizzazioni e dalle fissazioni assolutistiche che nella nostra vita sono tanto frequenti e che abbiamo chiamato ma anche no.
[0:49]Una forma paradossale di intitolare una serie per indicare questa arte dell'ET ET cioè noi cattolici diciamo abbiamo una fede paradossale. La nostra fede non è una fede lineare semplicemente con equazioni matematiche o 2+2 uguale 4. No, la nostra fede è cattolica, cioè annette, implica la assunzione degli estremi, cioè non esclude, è inclusiva, non è selettiva nel senso della polarizzazione. Ecco, la vita in se stessa è paradossale e la vita annette l'esperienza, lo scontro con situazioni difficili, complicate per dei paradossi che richiedono delle soluzioni. E molto spesso la nostra soluzione è escludere qualcosa, tagliare via l'opposto e quindi fissarsi, fossilizzarsi su un estremo. E così appunto facciamo le assolutizzazioni e bisogna navigare in questa realtà incerta che è la vita sopravvivendo alle derive della nostra voglia di sicurezza, della nostra ansia di certezza che ci spingono a scorciatoie logiche, semplificanti, primordiali, come abbiamo spiegato nella prima puntata, è un processo naturale della mente umana, quel processo che i bambini devono fare della scissione. Cioè devono suddividere il bene dal male perché devono riconoscere ciò che gli fa bene e riconoscere ciò che gli fa male, per evitare ciò che è mortale e assumere ciò che è vitale. Però questo tipo di riconoscimento che è un primo punto di contatto con la realtà che è una scissione, appunto, è un processo che si deve poi riequilibrare nel processo della maturazione, in tutto quello che è il cammino della maturazione umana e la maturità si caratterizza per equilibrio. Cioè riconoscere che il male non è tutto da una parte e il bene tutto dall'altra. Riconoscere che il male non sono mai io e non sono mai le persone, cioè non identificare il male, non personalizzarlo nel senso della prendere su di sé il peso della difficoltà della realtà è colpevolizzarsi oppure colpevolizzare. Queste cose qui sono un processo lungo e molto importante che deve essere portato avanti per tutta la vita e che se non è fatto ci dà una mentalità faziosa, una mentalità che tende alla colpevolizzazione o di se stessi o degli altri e questo è molto pericoloso. Le assolutizzazioni sono la natura proprio essenziale dei problemi relazionali che noi abbiamo, per cui non abbiamo la capacità di prendere tutti gli aspetti della realtà, perché ci fissiamo in maniera semplificante, solamente su qualche cosa che può essere, come dire, semplice, facile. Sono scorciatoie, linee rette che tiriamo nel cervello per semplificarci la vita. Ecco, noi abbiamo iniziato nella trasmissione precedente presentando un po' tutta questa tematica. Adesso abbiamo fatto un momento di remind per ricordare un pochino come funziona questa cosa e dobbiamo iniziare a impugnare la prima arma che dobbiamo usare per salvarsi dalle assolutizzazioni e anche dalle banalizzazioni, perché ogni assolutizzazione implica una banalizzazione. Cioè quando io assolutizzo questo è solo male, sto banalizzando qualcos'altro e sto banalizzando certi aspetti di questa stessa cosa e le banalizzazioni sono molto pericolose, perché ci appiattiscono su una vita mediocre, su una vita da quattro soldi. Banalizzare tutto, si può vivere così con modi di leggere la realtà insufficienti, superficiali, stare sulla pelle della realtà senza andare alla profondità. Ecco, è molto grave vivere di assolutizzazioni. Noi dobbiamo pensare che nel nostro parlare noi possiamo avere un tasso di assolutismo. Che cos'è il tasso di assolutismo? È quell'uso preponderante di avverbi come sempre, mai, e usare aggettivi che sono troppo carichi, meraviglioso, spaventoso e usarli un po' troppo, usare il superlativo fuori luogo, meravigliosissimo, spaventosissimo, cioè bellissimo, quando le cose sono molto più semplici. Ecco, vivere di assolutizzazioni è pericoloso e comunicare in maniera assolutizzante preme sull'ascoltatore in maniera anche pericolosa, per quanto riguarda l'attenzione dell'ascoltatore, perché si sente manipolato, si sente così una comunicazione che grava un po' troppo sugli aggettivi, un po' troppo poco sui sostantivi e sui verbi. Per cui gli aggettivi sono manipolatori tendenzialmente, tendono a coartare l'opinione di chi ci ascolta senza lasciargli il tempo di definire lui l'aggettivo delle cose, gli attributi delle cose. Ecco, questo è per dare così un piccolo assaggio di quanto è importante questo discorso, vivere in una maniera assolutizzante, polarizzata è pericolosissimo, perché questo poi può diventare la chiave della lettura dei nostri rapporti. Per cui in un matrimonio se si assolutizza la visione del proprio coniuge, l'altro diventa un mostro oppure diventa un santo, mentre non lo è per niente. Per cui magari ci si sposa con la persona sbagliata perché si è sopravvalutato l'aspetto positivo della sua personalità, oppure si va a distruggere un matrimonio perché si sopravvaluta l'aspetto negativo dell'altro. Non si può né banalizzare né assolutizzare. Come dobbiamo fare? La prima tappa che dobbiamo fare è il distacco, cioè per evitare le assolutizzazioni, per evitare questo uso sconsiderato della comunicazione, per evitare di farsi un'opinione storta e di vivere in maniera storta e troppo faziosa, dobbiamo avere un distacco dalle cose. Il distacco che cos'è? Allora bisogna capire che il distacco deriva dalla attitudine cristiana tipica dell'ascesi. L'ascesi che cos'è? Da Askeo, Askesis, Askete in greco, che all'origine fa riferimento all'esercizio fisico. Gli atleti, i soldati devono fare esercizio fisico, quindi in secondo piano, nel linguaggio greco, fa riferimento all'esercizio dell'intelligenza e della volontà, in parallelo al termine melete, che vuol dire applicazione attenta e progressiva. Cioè, quando ci si applica a qualche cosa in maniera seria, bisogna essere addestrati, e quindi si arriva al culto della vita religiosa. Ma cosa c'entra questo col distacco? Beh, questo discorso è il discorso dell'esercizio di non essere, diciamo sì, nell'errore di coltivare l'attitudine buona, coltivare il bene. I padri del secondo secolo chiamano l'asceta è l'atleta, cioè colui che si esercita nelle cose buone. Ecco, è un senso che implica un'attività di difesa del bene e un esercizio negativo del distacco dal male. Abnegazione, rinuncia, spogliamento, distacco sono tutti i termini che sono collegati alla rinuncia. Ecco, è molto importante per mantenere un equilibrio nella lettura della realtà, essere distaccati, cioè essere in un atteggiamento di rinuncia, di non possesso. Infatti dice Luca 14 chiunque di voi non rinunci a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo. È interessante questo fatto, cioè bisogna rinunciare a tutti i propri averi per poter essere discepoli di Gesù Cristo. Noi possiamo pensare che questo riguardi qualcuno, ma invece riguarda tutti. Se io sono attaccato a qualche cosa, a qualcosa non posso dire di no, questa cosa mi condiziona e leggerò tutta la realtà semplicemente per difendere quel possesso. Questa è un'attitudine molto pericolosa, quella per cui io sono in realtà coartato mentalmente a priori, prima ancora di rendermene conto dal fatto che non voglio mettere in pericolo un certo possesso. Mettiamo, tanto per capirci, per fare un esempio che sia un pochino più concreto, che io sia molto attaccato alla mia immagine. No, se sono attaccato alla mia immagine, io evito mentalmente, anche inconsapevolmente, tutti i percorsi che non mi permettano o meglio mi permettano di preservare la mia immagine. Quindi nelle scelte io avrò questo movente, inconsapevole o forse consapevole, per cui io faccio le cose perché la mia immagine sia sempre preservata, curata e forse foraggiata. Conseguentemente il mio discernimento non è più lucido perché io ho questo possesso che è come un difetto di convergenza, è come se la macchina che Guido butta tutta da una parte, butta dalla parte della mia propria immagine. È un esempio come un altro, possiamo prendere altre cose. Ci sono genitori che hanno un rapporto con i figli assolutamente viscerale e non oggettivo, non c'è quel distacco, quella capacità di lasciare i figli crescere, diventare adulti e staccarsi da loro. La maternità è un processo di distacco, dobbiamo ricordare. Molte donne dimenticano di praticare questo atto di distacco e pensano di essere comunque loro quelle che devono in tutti i modi e sempre preservare e garantire la vita dei figli. E questo crescerà degli infantili, questo crescerà delle persone immature che non sapranno gestirsi la vita da soli con una pericolosità rispetto alla loro esistenza globalmente intesa molto grossa. Ecco, la capacità di separarsi, di dire addio, di staccarsi è interessante che è tutta collegata proprio al discernimento. Il discernimento, discernere, scindere, sono tutti i verbi che hanno una connessione fra di loro. Il discernimento viene dal verbo discriminare, per quanto brutto possa sembrare, comunque questo significa disettare, discriminare è l'atto del discernimento. A qualcosa devo dire di no. Io devo saper dire di no a qualcosa, devo sapermi separare, se io non posso separarmi da qualcosa, non posso avere discernimento su questa cosa, perché i medici normalmente non possono curare i loro pazienti, perché normalmente non possono le persone occuparsi professionalmente dei loro congiunti, perché non sono oggettivi sui loro congiunti, sono collegati. Allora la prima cosa da fare è staccarsi, rinunciare, essere indipendenti. Questo è punto, perché tutto ciò a cui tengo, poi diventa ciò che mi ricatta. Tutto ciò che io voglio avere a tutti i costi, è ciò che poi mi rende succube, mi rende dipendente e questo non mi permette di salvarmi dalle assolutizzazioni. Leggerò la realtà, qualcuno ha detto che se vogliamo sapere che cos'è l'inferno, basta entrare in una chat di mamme della scuola e sapremo cos'è l'inferno, che cosa sono le lotte aggressive, le comunicazioni violente che si possono creare nella visceralità a riguardo di la gestione di un figlio. C'è qualcosa che storie di gente che porta malati in pronti soccorso dove ci sono aggressioni ai medici, perché non c'è la capacità di essere un pochino distaccati, calmi, aspetta un momento, le cose non sono come pensi tu. Le cose forse c'è da aspettare, forse c'è da ci possono essere errori, ma bisogna sempre guardarli a mente fredda, a mente distaccata. Molto spesso c'è un'incapacità di prendere un respiro, fare un passo indietro rispetto alle cose, per cui uno è dentro congestionato, incastrato, catturato dalla realtà e non riesce a leggere quello che vede. Ecco, pensiamo un esempio a riguardo della necessità del distacco. Se io mi metto dentro una foresta e mi metto con la faccia attaccata a un albero e mi chiedono quanti alberi ci sono in questa foresta, essendovi attaccati a quell'albero, dico uno e ne vedo uno solo perché sono troppo vicino a quell'albero, non vedo altro. Se invece io faccio un passo indietro, mi chiedono quanti alberi ci sono in questa foresta e dico, beh, è una foresta, sono tantissimi, perché finalmente li vedo, perché non vedo solo quello. Ecco, questo è il problema. Le assolutizzazioni sono molto pericolose, perché, come abbiamo già detto, portano anche a infettare le nostre relazioni, dove in un attimo chi ci sta accanto diventa un mostro, perché ha detto una cosa che ha toccato una parte viscerale del nostro essere, ha toccato un nostro attaccamento. E quindi a quel punto non sappiamo più leggere, sappiamo assumere le critiche, ci sono persone a cui non si può fare mezza parola di critica. Ci sono persone che non sanno accettare di crescere con lo scontro con il contrario, con l'assimilazione anche del diverso, cioè le diversità. Le alterità spesso fanno suscitare visceralità, eh scatenano visceralità, alterità, aggressività e cose di questo genere. Ecco, è molto importante capire questa arte. Innanzitutto capiamo quindi che il distacco, cioè l'oggettività, dipende dalla capacità di lasciare i possessi. I possessi sono molto pericolosi, in realtà da ogni cosa dobbiamo essere separati, dobbiamo essere distaccati. Non dobbiamo dimenticare che anche la stessa parola santo in ebraico Kadosh vuol dire separato, cioè altro, distinto. È la capacità di distinguere le cose, la capacità di riconoscerle diverse l'una dall'altra implica una distanza. Ecco, il distacco è tanto simile alla parola distanza, bisogna prendere distanza dalle cose tante volte. Sulle cose bisogna dormirci sopra, bisogna aspettare prima di pronunciarsi. Una buona norma è che se si scrive una mail, mai mandarla quando la si è scritta, sempre aspettare per una giornata e poi rileggerla e vedere gli errori o gli orrori o le assurdità scritte e scoprirsi molto diversi perché si è meno congestionati, presi da altre cose.
[15:16]Finalmente con la mente risciacquata da altre attività si è più limpidi, si è più pronti a leggere bene e anche a formulare quella sana autocritica che è fondamentale per una qualità nella comunicazione.
[15:56]Riprendiamo il nostro viaggio, approfondendo un pochino questo concetto di distacco, questo distacco necessario per valutare le cose con una dimensione più adulta e completa, con uno sfondo più oggettivizzante, con un contesto più reale delle cose. Le cose senza contesto non sono cose, non sono reali, non sono in questo mondo. Se oggettivizziamo le cose, assolutizzandole, la visione vedendole solo e per se stesse, senza uno sfondo, senza un colore d'intorno, noi non capiamo le cose. Bisogna capire l'effetto sfondo nella comunicazione, se io sul nero parlo del nero, non lo vedo. Se io il nero, un oggetto nero, lo metto su uno sfondo bianco, lo vedo perfettamente. Ecco, questa acquisizione di sfondo, però questa capacità di vedere un po' tutta la foresta e non guardare un albero solo, come dicevamo nell'esempio fatto precedentemente, richiede un pochino di essere capito meglio. Ma che cos'è questo distacco di cui parla Luca 14? Chiunque di voi non rinunci a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo. È interessante che questa abnegazione di cui si parla è abnegazione, cioè in mezzo c'è il proprio ego. Il possesso in realtà non è semplicemente possesso materiale, ma è generalmente una proiezione del proprio ego sulle cose. Io credo che attraverso l'acquisizione di un cellulare di ultima generazione cresca il mio ego attraverso una macchina, non so particolare o una casa, non so, il mio ego cresca o no. Che abbia una casa piccola o una casa grande, che abbia un cellulare bello o molto povero, comunque il mio ego è il mio ego, la mia persona è la mia persona, i mezzi sono solo mezzi, la persona è la persona. Ma perché io svendo il mio essere alle cose? Proietto il mio io sulle cose, è un processo di, come dire, di espansione o rassicuramento del mio ego attraverso gli oggetti, è una passione materiale che cerca di risolvere il problema del mio essere. Io so di avere dei limiti e questi limiti cerco di ovviarli con gli oggetti, la materia, le cose. Ecco, molto spesso il processo del distacco implica distacco dalle cose, però questo processo di distacco dalle cose può non significare niente, se non è un distacco dall'ego, dal sé. È una riacquisizione del mio io, perché l'ho svenduto sulle cose, molto spesso per fare tante cose, non facciamo più niente, per risoppondere a tante domande, vogliamo fare contenti tutti, poi alla fine perdiamo la nostra propria volontà. E facciamo, conquistiamo il mondo intero, dice Gesù Cristo, e poi perdiamo noi stessi, perché dobbiamo avere successo, dobbiamo possedere cose, dobbiamo stare bene, e tutte queste cose qua che sono proiezioni, in realtà finiscono per schiavizzare il nostro essere, il processo idolatrico, dove uno proietta il proprio io, come abbiamo già detto, sulle cose o sulle idee o sui progetti, peggio ancora, che sono i materiali, per cui diventano dei despoti assoluti della nostra vita, per cui se non si compie quel progetto, noi non abbiamo nessun senso nella vita, è un'assurdità totale.
[19:23]Ecco, allora riacquisire il proprio ego attraverso la perdita, molto spesso succede che quando c'è un distacco, ci si ritrova, si ritrova il proprio cuore, si ritrova la propria realtà. Ecco, il termine distacco nel Vangelo indica qualcuno che non vuole più conoscere qualcosa, cioè qualcuno che il rinnegamento, rinnegare, cioè è il contrario dell'affermare, cioè io affermo le cose e poi lo rinnego.
[19:53]L'etimologia italiana è un po' complicata, ma in greco è un pochino più chiaro, è quella cosa per cui io ho affermato una cosa e poi non la affermo più. Staccarsi da un possesso non vuol dire staccarsi da una cosa che sta lì, semplicemente uno dà un calcio e la allontana. No, è qualcosa in cui io mi sono proiettato, come abbiamo detto abbondantemente, quindi devo far sanguinare il mio io, se mi voglio distaccare, perché devo riprendere possesso del mio io che è lì appiccicato, appopato a quella cosa, non se ne stacca più, e qui la realtà è che quello è un processo di verità, è un processo di libertà. Per questo nel digiuno, nel distacco, normalmente c'è un grande appagamento interiore, cioè una grande felicità quando si perdono le cose, quando si fa un'elemosina seria, quando si fa un atto di rinuncia serio, normalmente c'è un'euforia interiore che è benedetta, che è sana e buona, perché ci si sente veramente liberi da un peso. Si scopre che quello che in realtà sembrava, cioè che sembrava nella mente un aumento, un'acquisizione, era una zavorra, era un peso perché quando proiettiamo l'io sulle cose, quando dobbiamo difendere qualche cosa, in realtà quella cosa, come abbiamo già detto, ci schiavizza, ma quella cosa diventa il nostro padrone. Appunto, diventa quella realtà da cui dipende la nostra vita. Per cui non posso vivere senza una casa, non so di che genere, non posso vivere senza una macchina, non posso vivere senza un cellulare, siamo impazziti. Io posso tranquillamente vivere senza tutte queste cose qua. Allora le occasioni di perdita divengono processo tardivo di acquisizione adulta di oggettività e smarcano dall'infantilismo. Questo è il punto. Infatti tutto questo tema, ma anche no, è il processo della maturazione fino alla dimensione adulta. La dimensione adulta è quella che consegna e non possiede, nutre e non si nutre, riconosce l'esistenza dell'altro, sottolinea l'io dell'altro, lo ama, lo custodisce, lo cura, lo coccola e così perché è libero da se stesso. Ecco, noi vorremmo incontrare persone che hanno capacità di essere libere dal proprio ego. Quando vai sul lavoro speri che il tuo collega sia libero dal suo ego, quando ti sposi con qualcuno speri di sposare una persona che sia libera da se stessa, cioè che sia capace di amare. Ecco, tutto questo processo è un processo necessario, qui non stiamo parlando di qualche cosa che titilli un po' la nostra spiritualità per fare delle cose un po' così. Fare pure questa, non so, di una accumulazione seriale di catechesi radiofonica o quello che sia, poi purtroppo c'è tanto rischio, anche quella è un'assolutizzazione, come se tutto dipenda da questa o quella pratica. No, tutto dipende dalla nostra realtà, dal nostro rapporto con la realtà e in questo il Signore è fondamentale, perché tutto questo discorso ha un rischio. Tutto quello che ho detto in questa trasmissione ha un rischio di essere una cosa un po' orizzontale, una cosa che facciamo noi su base semplicemente psicologica. No, qui è il Signore che con la storia ci aiuta a staccarci dalle cose, per questo le occasioni di perdita sono molto importanti, bisogna saper accettare i no che la vita ci dice per farli diventare libertà e non semplicemente frustrazione. Le frustrazioni della vita sono occasioni di liberazione, sono molto importanti le frustrazioni per arrivare a un desiderio compiuto, vero. Ecco, in questa puntata, appunto, abbiamo tentato di spiegare un po' che cos'è il distacco come prima tappa di liberazione da un atteggiamento congestionato, assolutizzante e troppo attaccato alle cose e troppo tendente alla polarizzazione nei ragionamenti e negli atteggiamenti.



