[0:02]Ehi tesca. Sì.
[0:09]Buongio. Buongiorno.
[0:15]Ecco. Diciamo che siccome noi sentiamo leggermente Sì. Eh certo, lo dico che sono qui, eh, chiaro? Ti do così, eh. Cosa fanno? Ma lo molllo. Quella fallo pure vedere la bottiglia che Eh no. Facciamo vedere che il grano. Ah, certo. Si forniscono. Quando volete, eh. Scusa. Dove vuoi? Ehi, direi. Eccoci qui. Ci troviamo vicino al Palapens di Chiasso, dove questa sera si svolgerà un concerto molto atteso, importante quello di questo signore che tutti sicuramente riconoscerete, è il più popolare cantautore, forse il più importante cantautore italiano degli ultimi vent'anni, Fabrizio De André. Il concerto si inizierà dopo le 22:00, ci sono naturalmente ancora biglietti, quindi il pubblico è atteso. Approfittiamo dell'occasione per scambiare quattro chiacchiere con De André, che non ama molto parlare di solito, almeno forse questo è un cliché di una volta. Ma non è che sia un cliché, una volta che uno fa le canzoni, crede di aver espresso tutto nelle canzoni, quindi è quasi superfluo. Certo. O spiegare le canzoni, oppure spiegare perché sono nate. Fabrizio, dicevo, vent'anni sulla breccia, in questo 1984, anno di Orwell, che stagione stai vivendo? Sto vivendo una stagione intensissima di concerti, e spero di riuscire a finirli, appunto, entro la metà di ottobre. Probabilmente ricomincero verso metà di novembre facendo i teatri. Non è detto che non venga anche in Svizzera. Farò Austria, Germania, soprattutto all'estero. Per quanto riguarda il resto, spero di avere anche il tempo utile per occuparmi dei miei figli. Ho visto che nel frattempo uno di loro due, uno dei miei figli, il mio figlio maggiore, si sta occupando di me suonando il violino, chitarra, buzuk, eccetera. Come rispondi all'accusa, se accusa possiamo chiamarla, che ti hanno sempre mosso di essere profondamente pessimista? Ma io non lo so, credo che sia una caratteristica, un dato un dato quasi, oserei dire anagrafico così, congenito. Non non lo so se sono pessimista, io credo di trovare delle persone anche più pessimiste di me. Cosa diresti essere l'emblema del pessimismo? Sandro Penna ha scritto: "Sono gonfio di solitudine". Potresti dire le stesse cose? Direi di no, io direi che sono sono gonfio di famiglie, di di persone che in qualche maniera mi vogliono bene e a cui voglio bene, quindi il contrario, insomma. Poi uno la propria solitudine se la se la crea, eh. Questo è questo sì, è già più possibile. Dicevi prima, quando uno fa delle canzoni uno non ha bisogno molto di parlare. Dieci anni fa in un'intervista al Castello di Carimate mi avevi detto che per te la musica è una specie di mezzo, un tram mediante il quale porti a spasso le parole, è ancora così? Sì, in effetti non è che le porto a spasso, le carico, e poi il tram viene guidato dai vari canali che tutti quanti noi conosciamo, verso varie tappe. E ancora così, ancora così sì. Adesso non so se il carico nel frattempo si sia variato, oppure rimanga sempre merce di di primo o di seconda qualità. Questo. Tu hai tradito i sogni di quando avevi cominciato a cantare. Devo dire che la sentono. Ma credo di aver sempre detto la verità, anche se travisata magari certe volte da da da quelle che sono le figure retoriche che si trovano in letteratura, cioè le metafore. Ma credo fondamentalmente di essere sempre stato abbastanza vicino a quello che io mi aspettavo dalla mia vita o che stavo addirittura vivendo, eh. La più bella canzone l'hai già composta o pensi di doverla ancora captare nell'aria? Ah, devo sempre ancora fare la più bella canzone. Ti riascolti, riascolti i dischi ogni tanto? E quando vengono bene, volentieri. E che effetto fa, magari anni di distanza, riascoltare Fabrizio che canti? Ma è come vedere una vecchia fotografia. Ci si ritrova più giovani e per questo si ha una certa invidia rispetto a quei tempi. Si può anche succedere, però che la fotografia è particolarmente ingiallita, è virata seppia invece di essere a colori, quindi non è più brillante. E non è brillante come oggi, e da questo punto di vista il fatto ti conforta, insomma. I giovani senza mezzi termini ti hanno sempre o amato o detestato, perché questi schieramenti così così opposti? Non lo so, questo bisogna che lo chiedi ai giovani.
[4:38]Eh, vediamo un po' di parlare anche di Fabrizio De André di questi ultimi anni. O anzi, torniamo indietro. Che cosa ti ha dato la tua Genova, che cosa ti ha insegnato e che cosa ti ha insegnato la tua Sardegna, in sintesi? Ma direi che Genova posso considerarla mia madre. Mi ha insegnato a giocare, mi ha insegnato a diventare prima bambino, poi diventare fante invece che infante, e in un secondo momento mi ha insegnato a vivere, come vive un ragazzo e poi come vive anche un uomo. E la Sardegna? Per quanto riguarda la Sardegna, invece mi ha insegnato soprattutto come deve vivere un uomo, come deve potersi barcamenare un uomo in situazioni anche certe volte difficili. Da questo punto di vista forse la Sardegna mi è stata più utile come insegnamento di qua venire di quanto abbia stata da Genova, che ormai è una cosa consumata, insomma. L'anno scorso a Gianni Brera avevo domandato se l'articolo per lui oggi sta più nel cuore o nel cervello o addirittura nel portafogli. Ti chiedo la stessa cosa, le canzoni stanno più nel cuore o nel portafogli? Se non stanno nel cuore non riescono a stare neanche nel portafogli, quindi prima di tutto bisogna che piacciono a me. Se non piacciono a me le scarto. In effetti io credo di avere più un materiale di scarto che non un materiale edito. Materiale che uscirà un giorno? Anche io lo sa, se non mi sono piaciute allora è difficile che mi piacciano adesso. Tu canti quello che non hai, non hai la camicia bianca, non hai il conto in banca. Presto la voce a un indiano, a un capo indiano. Ecco tu cos'è che hai invece? Lo dico in un verso, quello che non ho è quello che non mi manca. In effetti probabilmente ho troppe cose per essere quello che io avrei voluto essere. E quindi una persona molto più esemplificata ed esemplificabile di quanto invece non mi abbia costretto questo tipo di mestiere, un mestiere forse troppo pubblico. Ti ritieni un privilegiato? Sicuramente sì, sotto certi punti di vista sì. Bene, passiamo al concerto di questa sera, ripeto, dopo le 22, Fabrizio De André. Dovevano essere due minuti, si dice sempre così, poi chiudiamo. Comincerai con la guerra di Piero, ha un significato? Non credo che comincerò con la guerra di Piero. Surprise, comincerò probabilmente con Creuza de Ma. Grazie a Fabrizio De André e a più tardi per il concerto.
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