[0:06]Cari amici, nell'epitaffio che Virgilio volle a posto sul suo sepolcro e che vi ho già citato l'altra volta parlando della vita del poeta è scritto che egli cantò pascua, rura, duces. Ecco, con il primo termine della triade i pascoli, una metonimia per indicare la vita pastorale, si accenna appunto alla prima opera di Virgilio. o forse alla prima che egli credette degna di essere pubblicata. Non ci sono prove certe di opere precedenti, nella lezione scorsa vi ho parlato del problema dell'appendice Virgiliana. Stiamo parlando delle Bucoliche, titolo latino Bucolica Carmina o Bucolicol Liber, secondo alcuni manoscritti, e conosciute anche come Egloghe. Entrambi nomi di radice greca, Bucoliche da Boulos, pastore, Bovaro, e Egloghe da Elogai che vuol dire scelte, un po' come se l'autore avesse voluto scegliere, appunto, selezionare dei brani, dei passi da un più ampio materiale di partenza. E questo Egloghe è il nome che si diffuse nell'uso comune sin dai tempi più antichi. Si tratta di 10 carmi o 10 Egloghe, lunghezza media circa 80 esametri, ma si arriva anche a 111 nell'Egloga terza, la più lunga, composti fra il 42 e il 39 avanti Cristo. In questo periodo il poeta era appena tornato a Mantova dopo i suoi anni di soggiorno e di studio a Roma e Napoli e in patria, dove poteva vivere di rendita grazie ai terreni paterni, si aspettava quella vita tranquilla adatta alla sua indole, lontana dalla vita caotica e turbolenta dell'Urbe. Le cose purtroppo non andarono così e ne parleremo più avanti, ma se ricordate la biografia del poeta, sapete già a che cosa mi sto riferendo. Dunque abbiamo discusso del titolo, della data di composizione, della forma metrica e adesso approfondiamo un quarto aspetto estremamente importante, il genere letterario. Con le Bucoliche, Virgilio si propose di importare nella letteratura latina un genere già coltivato dai greci e questa non era certo una novità, l'idillio pastorale. nel quale si era cimentato in particolare con altissimi risultati artistici il poeta Alessandrino Teocrito di Siracusa, prima metà del III secolo avanti Cristo, ovviamente. Il nome già ci suggerisce qualcosa, anche nella nel linguaggio comune usiamo il termine idillio per indicare un periodo felice, una parentesi edenica della nostra vita. E infatti, in questi componimenti in un mondo tutto di fantasia e in un paesaggio sempre accogliente che presenta tutti i tratti caratteristici del Locus Amenus, tra boschetti verdi e acque mormoranti, pastori cortesi e gentili esercitano gare di musica e poesia, cantando di volta in volta amori e crucci. Ecco, vediamo allora quali sono gli elementi tipici dell'idillio pastorale, di questo genere letterario che possiamo riconoscere leggendo le varie Egloghe.
[3:40]E iniziamo dal primo, dal più evidente, l'ambientazione agreste. Il paesaggio è, come ho detto prima, del tutto idealizzato e stilizzato e risponde ai tratti convenzionali del Locus Amenus. Quindi troviamo buoi che pascolano placidi qua e là per i campi silenziosi, salici mormoranti, sacre fonti, molli castagne, ovunque serena bellezza. Idealizzato non vuol dire però necessariamente fantastico. Ci sono infatti nelle Bucoliche riferimenti geografici precisi, intanto, ovviamente, alla campagna Mantovana, la campagna di Virgilio, come per esempio nella prima Egloga che si apre con una scena diventata archetipica del pastore Titiro che compone melodie al flauto placidamente sdraiato sotto un faggio. E apprendiamo più avanti dal contesto che ci troviamo appunto nell'agro Mantovano. Altrove incontriamo poi la Sicilia, la terra di Teocrito, ma anche l'Arcadia, la mitica regione montuosa del Peloponneso, patria di Pan, il dio dei pastori. Già in Teocrito si accenna a questo luogo, ma a partire dai continuatori del genere pastorale successivi a Virgilio, l'Arcadia diventerà la mitica terra edenica, sfondo privilegiato della poesia pastorale. Nel 700 sarà anche il nome di una famosa accademia e movimento di pensiero e letterati. Se lo spazio dell'Idillio è la campagna, i protagonisti non possono che essere i pastori. Pastori contadini, ma anche pastori piccoli proprietari terrieri.
[5:37]un aspetto importante da considerare a proposito della tematica storico-politica, tra poco lo vedremo. Pastori della Roma contemporanea, dunque, ma anche pastori del mito. Nell'Egloga sesta due pastori sorprendono in una grotta Sileno, ebbro e addormentato e con l'aiuto di una ninfa lo costringono a cantare. Ecco appunto il canto, cantare, però attenzione nell'accezione antica del termine, cioè come sinonimo di poetare, quindi fare versi, ma anche comporre musica.
[6:17]E questo è il senso in cui dovete intendere cantare in questo contesto. E quindi veniamo così al terzo elemento tematico del genere Idillio pastorale, la poesia. Nell'Egloga sesta Sileno canta addirittura una cosmogonia, cioè una nascita del mondo, quindi vedete, come dicevo prima, cantare è proprio far versi, comporre poesia. L'Egloga prima, ve lo accennavo, si apre con la scena di Titiro che in uno spazio edenico suona il flauto. Meditatur tenui avena, scrive Virgilio, cioè ricerca e compone musica, meditatur con l'esile clarino. Ecco, questo verbo meditatur non è scelto a caso da Virgilio, perché è un termine tecnico dell'arte musicale e poetica. In età rinascimentale e barocca sarà anche il nome di un vero e proprio genere musicale, il ricercare. Quindi, vedete, come dicevo prima, il pastore fa vera e propria musica, vera e propria arte. E questa poesia in musica le compone tenui avena, con l'esile flauto, e anche questo è un termine tecnico, perché nell'arte retorica il Genus Tenue è la poesia umile di tono dimesso, contrapposta al Genus Grandiloquens, cioè la poesia eroica, che parla di re, di grandi imprese. Quindi, insomma, la poesia bucolica contrapposta alla poesia epica. E se quest'ultima vuole eternare gesta, grandi personaggi, farsi portavoce di valori, la poesia umile vuole invece essere semplicemente piacere, evasione, Lusus, cioè gioco, divertimento. Tre intere Egloghe, la terza, la quinta e la settima consistono in una gara fra pastori che improvvisando si scambiano versi a vicenda. E quando ho detto Lusus, spero che vi sia venuta in mente la poetica neoterica. Ricordate che la patria di Virgilio, la Gallia Cisalpina, era stato un vivaio di poeti novi a partire da Catullo e alla luce del neoterismo, Virgilio aveva avuto la sua prima formazione letteraria, il poeta.
[8:39]Dunque, abbiamo parlato della poesia tenue, il genere bucolico e adesso parliamo di amore. Amore, come dolce amaro o anche folle. Il primo, un carattere tipico dell'amore catulliano. Il secondo, un carattere tipico dell'amore lucreziano, cioè Epicureo. E vedete come sempre tornano nell'opera di Virgilio, i due assi portanti della sua formazione letteraria e filosofica, neoterismo ed Epicureismo. Nell'Egloga prima, Titiro, dialogando con Melibeo, gli racconta che quando era legato a Galatea, non curava il risparmio e non si sentiva libero. Lei lo spennava per bene, ma lui non faceva niente per allontanarla e non si accorgeva della bella Amarillide che spasimava per lui. Quindi vediamo qui la concezione assolutamente Epicurea dell'amore come forza distruttiva e autodistruttiva che obnubila la mente. Per la prima volta in Virgilio, troviamo invece nell'Egloga seconda, la concezione dell'amore come Demenzia, cioè follia, dissennatezza. Concezione che diventerà tipica della visione matura Virgiliana dell'amore. Pensate solo a Didone. Così ancora a proposito di Demenzia nell'Egloga sesta, che presenta diversi racconti mitici, ricordate quella di Sileno, è menzionata la passione folle di Pasifae per un Toro. Mentre nell'Egloga ottava, il pastore che canta sfoga la sua disperazione per la fanciulla amata, sin da quando egli aveva 12 anni e alla fine afferma: ut me malus abstulit error, come mi ha traviato il brutto errore. Ecco, error, errore, la stessa etimologia di errare, quindi deviare dalla retta via. In Virgilio, l'amore è sempre passione dolorosa, negativa e funesta, come nella dottrina Epicurea. E concludiamo con il quinto tema, la realtà storica contemporanea, che compare in alcune Egloghe, in particolare, per esempio, nella prima e nella nona, attenzione, in rottura con il modello teocriteo. Quest'ultimo è poeta perlopiù spensierato e festoso con qualche nota di malinconia. Virgilio, invece, inserisce nelle Bucoliche anche qualcosa della tormentata vita romana del tempo. Un esempio chiarissimo ce lo offre la celeberrima Egloga prima. Titiro, tu sdraiato sotto la cupola di un ampio faggio, vai ricercando canti campestri con l'esile flauto. Noi, invece, abbandoniamo i confini della patria e i dolci campi. Noi fuggiamo dalla patria, tu, Titiro, placido all'ombra, insegna ai boschi a rieggiare il nome della bella Amarillide. Questo è Melibeo che parla e Titiro risponde. O Melibeo, un Dio ha creato per noi questa pace. Davvero quell'uomo sempre per me sarà un Dio, spesso un tenero agnello dei nostri ovili bagnerà il suo altare. È lui che ha permesso ai miei buoi di pascolare, come vedi, e a me di suonare ciò che volessi con il flauto agreste. Dunque, due pastori, due destini, di fronte a Titiro che può rimanere chiuso nella sua arcadica oasi di pace, passa Melibeo, l'exul, il profugo, costretto a lasciare le sue terre a causa delle guerre civili. Ora già i commentatori antichi avevano vista adombrata nella vicenda di Titiro, quella di Virgilio. Ricordate, ve l'ho spiegato nel video precedente, all'indomani della vittoria di Filippi, quindi fra il 42 e il 41, non a caso il periodo di composizione delle Bucoliche, i triumviri devono assegnare terre per premiare i loro veterani e a tal fine espropriano a pezzamenti dai territori di Cremona e Mantova. Lì si trovavano anche i terreni paterni di Virgilio, il quale però riesce almeno all'inizio a scampare alle confische grazie alla protezione di Asinio Pollione, al quale Ottaviano aveva promesso di essere benigno nei confronti del poeta. L'interpretazione allegorica dell'Egloga identificherebbe, quindi, Virgilio con Titiro, il quale, almeno in un primo momento, può rimanere dov'è. E quando dice un Dio ha creato per noi questa pace, lui che ha permesso ai miei buoi di pascolare, starebbe riferendosi e ringraziando Ottaviano, mentre il noi, prima persona plurale con cui si esprime Melibeo, si riferirebbe all'amarezza sua e dei suoi compatrioti costretti a lasciare le loro terre a causa delle confische. Tali allusioni a vicende storiche e autobiografiche hanno un seguito nell'Egloga nona, anch'essa impostata nella forma di un dialogo fra due pastori, Licida e Meride. Quest'ultimo riferisce al primo che un loro comune amico, Menalca, malgrado le speranze iniziali di conservare i suoi beni, ha dovuto cedere il suo piccolo podere a uno straniero. Questo carme potrebbe, quindi, riferirsi ad un momento successivo a quello a cui si riferisce il primo, quando Virgilio, dopo le speranze iniziali di poter conservare le sue terre, fu effettivamente coinvolto nelle espropriazioni. Ora ho sempre usato il condizionale perché si tratta di interpretazioni allegoriche apparentemente ovvie, ma in realtà molto discusse. In ogni caso è certa una cosa: quello che Virgilio ha sicuramente voluto rappresentare con queste Egloghe è il conflitto archetipico fra cosmo e caos, ordine e disordine, che qui nelle Bucoliche, o almeno in alcune di esse, si concretizza in un contrasto spaziale fra il mondo sereno e circoscritto di un Titiro, di un Licida e gli spazi lontani, incerti, insicuri, a cui è destinato l'Exulus. Indimenticabili nelle Bucoliche alcuni versi che danno ragione della fama di Virgilio come il più grande poeta della Latinità. Il finale della prima Egloga, per esempio, è l'ora del crepuscolo, Titiro volge lo sguardo verso l'orizzonte e con un senso di pace vede i tetti dei casolari che fumano lontano e le ombre che si allungano dalle cime dei monti. Etiam Summa procul villarum, culmina fumant, majoresque cadunt altis demonbus umbre. Ma l'orizzonte di Titiro non è quello di Melibeo, perché diverso è l'occhio e l'animo di chi lo guarda e Melibeo sa che questa pace crepuscolare della campagna a lui cara la sta guardando per l'ultima volta.



