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Come raggiungere la felicità - Umberto Galimberti

Vivere di Online

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[0:01]Aristotele dice nell'etica che lo scopo della vita è la felicità. Non l'hanno inventata gli americani, eh, loro pensano di averla inventata perché non hanno mai letto una riga di Aristotele, ma è stato già detto 2000 anni prima. La felicità. La felicità in greco si chiama eudaimonia. Eu vuol dire bene. Eudaimonia la buona riuscita del tuo demone. Ciascuno di noi ha dentro di sé un demone. Che cos'è il demone? Qual è la tua virtù, intesa non nel senso cristiano di sacrificio, virtù vuol dire capacità in greco, Arete? Che cosa è la tua virtù? Perché sei nato? Che cosa vuoi fare nella vita? Che cosa ti spinge a fare l'attore piuttosto che il pittore, piuttosto che l'ingegnere, piuttosto che? L'hai scoperto il tuo demone? Perché se lo hai scoperto, lo devi realizzare e se lo realizzi bene, raggiungi l'eudaimonia, la buona riuscita del tuo demone, cioè la tua buona autorealizzazione. E come faccio a sapere qual è il mio demone? Platone dice che l'Oracolo di Delfi ha detto due grandi verità a questo proposito. La prima è conosci te stesso, perché se tu non conosci te stesso, come fai a sapere qual è il tuo demone? Cosa fai? Guardi la televisione, vedi quello che ti piacerebbe fare a partire da lì? O guardi le partite di calcio e dici: "Io voglio diventare Ibrahimovic", magari non sai neanche tirare la palla. No. Devi conoscere te stesso. Devi fare un lavoro di auto-riflessione. Devi capire chi sei, perché c'è un mucchio di gente che vive a propria insaputa, eh. Non solo i giovani, anche gli adulti, soprattutto loro, i quali sono alienati cinque giorni alla settimana perché realizzano non sé stessi ma gli scopi dall'apparato di appartenenza. E poi la domenica, il sabato, la domenica, che potrebbero anche rivolgere uno sguardo a sé stessi, scappano da sé stessi come dal peggior nemico, si mettono in macchina e fanno il weekend per distrarsi da sé. Una volta che hai scoperto il tuo demone, vedi di realizzarlo, ma nella realizzazione arriva il secondo messaggio dell'Oracolo di Delfi, ripreso da Platone. Secondo messaggio è secondo misura. Allora, magari sei un attore, ma non sei bravo, magari come Marcello Mastroianni. E allora tu non tentare di essere bravo come lui o più di lui, esamina le tue capacità, collocati là dove sei, non oltrepassare la misura perché altrimenti prepari la tua rovina. Conosci te stesso e realizza il tuo demone secondo misura. A quel punto, se riesci a stare in questo scenario, diventi felice. Evidentemente, per capire queste cose, bisogna essere greci. I Greci non avevano nessuna catalogo per dire come ti dovevi comportare. Per loro c'era una sola categoria: la giusta misura. Non oltrepassare mai la tua misura. I Greci non avrebbero mai scolpito i Bronzi di Riace, che sono fuori misura, e invece scolpiscono a misura d'uomo, il discobolo, l'auriga, la giusta misura, quella che consente di costruire un timpano, il timpano di un tempio col pi greco, il 3,14, che non abbiamo ancora scoperto che numero è, dopo tutti gli studi matematici che sono stati fatti. Non lo sappiamo ancora. La giusta misura in tutte le cose, perché anche la bellezza è la giusta proporzione degli elementi. Loro avevano questa categoria e dove gli veniva questa categoria? Dal fatto che l'uomo è mortale. Quella misura di tutte le misure. I Greci non usano mai la parola. Abbiamo due parole per dire uomo, la parola "anér" e la parola "ánthropos", non usano né l'uno né l'altro. All'epoca di Omero usano la parola "brotós", colui che è destinato a morire. All'epoca di Platone usa la parola "thnetós", che vuol dire Thánatos, mortale. Siamo mortali, basta. Quella è la misura. E allora quando ti arriva il dolore, quando ti arriva la felicità, quando ti arriva la forza, la potenza della vita, espandila più che puoi, limitatamente alla tua misura. E quando sopraggiunge il lavoro, reggilo ed evita di metterlo in scena, perché non muori perché ti sei ammalato, ma ti sei ammalato perché fondamentalmente devi morire. Questa è la grande misura greca che i cristiani non hanno, perché i cristiani, dopo questa vita ne aspettano un'altra. Hanno un desiderio infinito e hanno perso la giusta misura. Quando Prometeo dona agli uomini la tecnica, il mito greco lo incatena alla roccia. Prometeo incatenato. Noi Prometeo, cioè la tecnica, l'abbiamo scatenata. Adesso la nostra capacità di fare supera di gran lunga la nostra capacità di prevedere gli effetti del nostro fare. Quindi ci muoviamo a mosca cieca. Noi che abbiamo scatenato Prometeo, e la cultura greca, l'etica greca, sarebbe una grande etica che dovrebbe intervenire nell'Occidente a contenere la sua volontà di potenza, a contenere la riduzione della terra dal luogo di abitazione dell'uomo a materia prima non da usare, da usurare, l'usura della terra, dice Heidegger. E qual è il limite? Capire cosa vuol dire essere Greci?

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