[0:00]Dopo la prima guerra mondiale, non erano stati solamente i confini a cambiare. Anche l'assetto economico globale aveva trovato un nuovo protagonista: gli Stati Uniti d'America. L'espansione americana era stata coronata dall'intervento sul vecchio continente, dove il sistema capitalistico aveva vinto. Ma l'orizzonte stava già montando tempesta.
[0:24]Durante la grande guerra gli Stati Uniti si erano non solo posizionati come primo paese produttore, ma anche, grazie a numerosi prestiti agli alleati, come i maggiori esportatori di capitali. Il dollaro era diventato nel primo dopoguerra la moneta forte sul mercato globale e la borsa di New York iniziava la scalata per soppiantare l'antico Stock Exchange di Londra. Dopo il periodo della crisi postbellica del 1920-1921, l'economia era finalmente pronta a ripartire, specialmente quella americana, non toccata dalle devastazioni del primo conflitto mondiale. La diffusione della produzione in serie e il conseguente miglioramento di output delle fabbriche fa decollare la produttività. Il settore secondario spinge ad un aumento sostanziale il reddito nazionale americano. Anche il settore terziario inizia a crescere. L'efficienza delle fabbriche porta a nuovi investimenti e nuove possibilità nei servizi, nella logistica e nella burocrazia. Questa nuova prosperità porta alla diffusione dell'automobile e degli elettrodomestici a in vaste fasce della popolazione. La società americana si stava abituando ad una qualità sempre più alta di vita e ad una standardizzazione dei consumi. Mentre stiamo parlando, la guida del governo statunitense è repubblicana. I repubblicani avrebbero mantenuto il potere per tutti gli anni '20, attuando politiche conservatrici e ambendo all'American Dream, il sogno americano. Questa politica, però, sta lasciando indietro tutti quei gravi problemi sociali che iniziano a mostrarsi con l'espansione economica. La differenza dei redditi risulta sempre più ampia tra i grandi ricchi e gli operai. Gli Stati Uniti non hanno solamente problemi di natura economica. Anche ideologicamente lo spirito repubblicano domina. L'immigrazione, che tanto slancio aveva dato all'America, viene limitata. Il primo motivo di questa chiusura repubblicana è evitare un'eccessiva contaminazione etnica degli Stati Uniti. Il secondo, invece, è impedire che alcune ideologie sovversive, molto popolari in Europa, arrivino fino in America. Un esempio dello spirito dei tempi è il processo ai due anarchici italo-americani Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, accusati di omicidio con false prove e condannati a morte nel 1927, nonostante la loro innocenza. La loro unica colpa era essere, appunto, anarchici. Nello stesso periodo, la setta del Ku Klux Klan raggiunge l'apice del suo potere. Nato come espressione del razzismo più radicato negli Stati del Sud, negli anni '20 avrebbe raggiunto le masse. Settori della popolazione che si sarebbero definiti All American, si riconoscono in questo movimento, basato sul concetto di America come figlia della civiltà bianca e protestante. Il KKK disprezza gli afroamericani, i cattolici e anche gli ebrei. Da questo retroterra culturale, sarebbe nato anche il movimento proibizionista, ovvero il divieto di fabbricare e vendere bevande alcoliche introdotto nel 1920 e in vigore fino al 1934. In generale, però, il clima in America è di sostanziale ottimismo. La crescita continua a ritmi serrati e la borghesia nordamericana spera in un processo di crescita senza fine. Lo spirito imprenditoriale americano si sarebbe espresso a Wall Street, la via dove si trova la Borsa di New York. La promessa di facili guadagni attira i risparmiatori che acquistano azioni per poi rivenderle a prezzo maggiorato. Quella che si può definire euforia speculativa si poggia però su basi fragili. La produttività stava aumentando più in fretta del mercato interno, specialmente per i beni di consumo durevoli, portando ad una saturazione del mercato. Proprio quelle macchine, quegli elettrodomestici che erano diventati il simbolo della prosperità americana, ne avrebbero causato la crisi. Allo stesso tempo, il settore agricolo non era riuscito ad espandersi, tenendo il ceto rurale su redditi ben più bassi del ceto urbano. Non potendo sfogare tutta la propria produttività sul mercato interno, gli Stati Uniti sono costretti a guardare all'estero. Il mercato internazionale, specialmente quello europeo, diventa la naturale valvola di sfogo dell'economia americana. Economia americana ed europea allacciano rapporti sempre più stretti. I prestiti americani finanziano la ripresa del vecchio continente, i beni americani iniziano la scalata dei mercati europei. Un legame economico così stretto è un'arma a doppio taglio. Basandosi sull'acquisto e sulla vendita di azioni e, quindi, sul futuro produttivo americano, sarebbe bastato molto poco per far crollare tutto. Nel 1928, molti capitali americani si riversano su Wall Street nel mondo speculativo, portando ad una flessione della produttività reale americana. L'eco di questa operazione mette in difficoltà le borse europee. Già nell'estate del 1929, l'indice produttivo americano inizia a spostarsi in negativo. L'intero assetto economico degli Stati Uniti sta entrando in una crisi senza precedenti. In questa situazione, che si può definire come bolla speculativa, era solo questione di tempo prima che la Borsa di New York scoppiasse sotto i colpi della speculazione selvaggia. L'evento, che divenne noto come crollo della Borsa di New York, è il simbolo del malessere dell'economia mondiale e un catalizzatore per mostrare tutte le imperfezioni del sistema sia americano che capitalistico. Il 24 ottobre 1929 è noto come Giovedì Nero. La borsa di New York raggiunge il suo massimo storico fino a quel momento. La gente comincia a vendere. Quella che parte come l'ennesima speculazione, finisce in un massacro finanziario. La corsa alle vendite diventa isterica e i titoli azionari crollano di valore. Neanche l'intervento dei grandi azionisti ferma il collasso, ancora il 29 ottobre, la Borsa sta precipitando. Si sarebbe attestata solamente a metà novembre, ma con valori dimezzati. È appena iniziata la prima grande recessione economica mondiale dell'era moderna. La Borsa di New York è l'epicentro di un disastro economico senza precedenti. Nonostante la natura speculativa, questo evento avrebbe influenzato rapidamente tutti gli altri ambiti della società, stravolgendo così il mondo occidentale. In una sola settimana, la Borsa di New York aveva mandato in fumo 30 miliardi di dollari, pari al budget annuale del governo federale americano e ben più delle spese sostenute durante il primo conflitto mondiale. Ma da dove vengono tutti questi soldi? Beh, sicuramente il crollo del mercato azionario colpisce prima di tutto i benestanti e in generale tutti quei ceti che più di tutti avevano creduto nell'espansione economica. Persi il loro potere d'acquisto nella speculazione a Wall Street, buona parte del ceto benestante non spinge più in avanti l'economia. Questo improvviso crack della borsa statunitense si ripercuote anche in Europa. Gli effetti della crisi si moltiplicano quando gli Stati Uniti, visto il momento di difficoltà, alzano il muro del protezionismo e iniziano a ridurre fino a sospendere l'erogazione di crediti all'estero. Il protezionismo avvia un circolo vizioso in cui tutti i maggiori stati europei adottano misure simili per difendere la propria economia. Tra il 1929 e il 1932, il commercio mondiale crolla del 60%. Il crollo degli scambi porta ad una recessione economica in tutto il mondo, con una grande eccezione, l'Unione Sovietica. La dinamica è simile in tutti gli stati colpiti e parte sempre dalle industrie. Un'industria in difficoltà chiude perché è priva di ordini, i dipendenti vengono mandati a casa, sono ora disoccupati. Data la disoccupazione, questi lavoratori riducono i loro consumi. La riduzione dei consumi porta un'altra azienda a chiudere perché è priva di ordini. Il mercato diventa sempre più debole, i negozi chiudono, danneggiando anche il settore agricolo che ha meno sbocchi produttivi. Tra il 1929 e il 1932, la produzione mondiale di manufatti diminuisce del 30%, quella di materie prime del 26%. I prezzi di conseguenza crollano, anche del 50%. I disoccupati raggiungono i 14 milioni negli Stati Uniti e i 15 milioni in Europa. Senza contare i sottooccupati, coloro che sì continuano a lavorare, ma senza comunque potersi mantenere. In Europa, alla crisi industriale si deve sommare una crisi finanziaria senza precedenti. I primi stati colpiti sono Austria e Germania, dove si giunge al collasso del sistema bancario. Come nei tasselli di un lungo domino, alla crisi bancaria segue quella monetaria. I crolli in Germania e Austria mandano in fibrillazione l'economia inglese, dato che l'Inghilterra ha ingenti investimenti in questi due stati. Non solo l'economia inglese entra nella spirale della crisi, anche la sterlina inizia a svalutarsi. Le banche britanniche devono far fronte a un massiccio ritiro di capitali stranieri, oltre che a continue richieste di conversione della sterlina in oro. La conversione da valuta in metallo prezioso è il classico metodo con cui l'economia si cerca di passare da un bene rischioso o volatile ad un cosiddetto bene rifugio che, qualunque cosa accada, manterrà il suo valore senza troppe modifiche. L'oro è il più famoso di questi beni. Il problema, però, è quando l'oro finisce. Nel 1931, la Banca d'Inghilterra sospende la convertibilità della sterlina in oro, svalutando la moneta inglese. Si tratta di un evento importante, dato che da questo momento in poi, l'Inghilterra non è più considerata il banchiere del mondo. Mentre la crisi stava prendendo piedi in Europa, i governi dei maggiori stati europei decidono di affrontarla con le politiche economiche liberali. Prima fra tutte, il pareggio di bilancio. Per raggiungere il pareggio, la spesa pubblica viene drasticamente tagliata, con effetti, ad esempio, sugli stipendi statali e gli aiuti sociali. Inoltre, vengono alzate le tasse. Tutte queste misure non fanno altro che esacerbare la crisi della domanda interna, gettando benzina sul fuoco della recessione e della disoccupazione. Queste politiche sono così distruttive che solo nel 1933 l'economia europea inizia a ritornare in crescita. Una crescita lenta che avrebbe ricevuto uno slancio solo alla fine del decennio con l'aumento delle spese militari. Gli storici hanno deciso di etichettare questo periodo di collasso finanziario con un singolo termine: la Grande Depressione. La Germania è la maggiore vittima della Grande Depressione, data la stretta integrazione tra l'economia postbellica della Repubblica di Weimar con quella americana. La Germania è ancora nel pieno dei pagamenti delle riparazioni di guerra. La crisi getta nel caos il governo di coalizione a guida socialdemocratica. Nel marzo del 1930, la guida del governo passa al leader del Centro Cattolico, Heinrich Brüning. La sua politica si può tradurre in una sola parola: austerità. Questo per mostrare al mondo quanto la Germania fosse stata punita dai vincitori di Versailles. Lo scopo viene raggiunto. Con tagli a destra e manca, pur di rispettare i pagamenti dovuti, nel 1932 una conferenza internazionale decide di sospendere i pagamenti per 3 anni, dopo averli tagliati sensibilmente. Le riparazioni non riprenderanno allo scadere dei 3 anni, ma questa è un'altra storia. La politica di Brüning mette in ginocchio la Germania. 6 milioni di lavoratori tedeschi rimangono a casa, diventando la base popolare per i nuovi partiti in ascesa. Per quanto riguarda la Francia, anche questa segue una politica di totale austerità. La crisi arriva a Parigi in ritardo, a metà del 1931, ma dura molto più a lungo. Ancora nel 1938, la produzione non era tornata ai livelli del 1929. Questo ritardo nella ripresa si deve alla testardaggine francese nel difendere il Franco. Il prestigio di molti governi si basava sul valore della moneta francese. La svalutazione del Franco arriverà solo nel 1937. La grande instabilità e debolezza francese si riscontra anche nella sfera politica. Tra l'ottobre del 1929 e il giugno del 1936, si succedono in Francia ben 17 governi, passando a turno dal centrodestra al centrosinistra. In Gran Bretagna, il laburista Ramsay McDonald decide di affrontare la crisi di petto, tagliando i sussidi ai disoccupati. Questo attira le ire delle Trade Unions, i sindacati britannici e base del potere laburista. Di tutta risposta, McDonald, nell'agosto del 1931, decide di rompere con il suo partito. Viene formato un nuovo governo nazionale, formato da fuoriusciti laburisti, liberali e conservatori. McDonald diventa Primo Ministro. Sotto questo governo McDonald, la sterlina viene svalutata e viene abbandonata la dottrina liberoscambista britannica. Dazi e tariffe doganali rendono il Commonwealth un blocco a sé stante che preferisce commerciare al suo interno. I sacrifici però pagano. Tra il 1933 e il 1934, il Regno Unito è il primo paese a uscire dalla recessione, in netto vantaggio su tutti gli altri stati. Ma anche nell'epicentro della crisi, gli Stati Uniti, sta iniziando a soffiare il vento del cambiamento.
[12:33]Nel novembre del 1932, i cittadini americani sono chiamati alle urne. Gli spiriti non sono proprio più allegri. Dal 1929, la recessione sta strangolando l'economia americana. Il presidente uscente, il repubblicano Herbert Hoover, ha fallito nell'arginare la crisi. È tempo per l'America di un nuovo presidente. È tempo per l'economia americana di un nuovo corso. Alle elezioni del 1932 si impone il governatore dello stato di New York, il democratico Franklin Delano Roosevelt. Candidato senza una piattaforma specifica, Roosevelt fu capace di usare le nuove tecnologie di massa, come la radio, per entrare nelle case degli americani. Il suo programma, conversazioni al caminetto, viene seguito da milioni di ascoltatori. Roosevelt è capace di infondere coraggio nella popolazione sfiduciata e creare speranze in un popolo spezzato dalla Grande Depressione. Nel suo discorso di accettazione della candidatura, il 2 luglio 1932, Franklin Delano Roosevelt annuncia di voler avviare un New Deal, un nuovo corso o patto, nella politica economica e sociale del paese. Subito dopo la vittoria alle elezioni, Roosevelt avvia il suo nuovo corso. Questo periodo diventerà noto come i 100 giorni. Vengono avviate numerose riforme destinate a contrastare di petto la crisi ereditata dal 29. Il sistema creditizio viene ristrutturato. Anche se più che ristrutturazione, si può parlare di ricostruzione da zero. Più di 5.000 banche erano fallite, polverizzando i risparmi di milioni di americani. Il dollaro viene svalutato per rendere più competitive le esportazioni. I sussidi di disoccupazione vengono aumentati e vengono erogati prestiti per aiutare i cittadini indebitati. Questi, però, erano provvedimenti di emergenza, atti a tamponare la situazione, più che a risolverla. Ma l'entourage di Roosevelt ha già in serbo un piano ben più strutturato per risollevare l'economia americana. L'Agricultural Adjustment Act si occupa di contadini e allevatori. Si basa sul limitare la sovrapproduzione nel settore agricolo. Premi in denaro vengono promessi a coloro che avrebbero abbassato la produzione. Il National Industrial Recovery Act, invece, si occupa degli industriali, proponendo una serie di regole e una sorta di codice di buona condotta per tutte le aziende americane. Infine, abbiamo la Tennessee Valley Authority, con cui il presidente decide di sfruttare l'ampio bacino del Tennessee, producendo energia idroelettrica a buon mercato. Questi sono solo alcuni degli strumenti che Roosevelt mette a punto per risollevare gli Stati Uniti. Tuttavia, nonostante la buona volontà, non tutte le misure avranno l'effetto desiderato. La TVA si può reputare un successo. Una vittoria sia a livello di produzione che a livello di propaganda per il presidente democratico. I codici del NIRA, invece, dedicati a un controllo più serrato su un mercato americano fondato sul liberismo sfrenato, sono influenzati dalla grande industria. I piccoli e medi industriali devono sottostare a regole dettate da forze monopoliste ben più in alto di loro. La riduzione della produzione agricola tramite l'Agricultural Adjustment Act arresta la caduta dei prezzi, ma porta anche ad un abbandono delle campagne da parte di tutti quei lavoratori che non hanno più terra da coltivare. I risultati si possono definire buoni, ma non miracolosi. Nel 1934 gli investimenti sono ancora stagnanti e i disoccupati in America sono ancora 11 milioni. Il governo americano, allora, decide di fare una cosa molto rara ai tempi, specialmente per gli Stati Uniti: aumentare la spesa. Vengono avviati vasti programmi di opere pubbliche, ipotizzando che il deficit creato sarebbe stato recuperato dalla ripresa economica. Roosevelt promette anche di far votare vaste riforme sociali. Nel 1935, arrivano una riforma fiscale, una legge sulla sicurezza sociale e una nuova regolamentazione dei rapporti di lavoro. Buona parte dei lavoratori riceve le garanzie per la pensione, mentre il sistema fiscale viene modificato per aiutare i più bisognosi tramite assistenza statale. I nuovi rapporti di lavoro voluti da Roosevelt favoriscono le attività sindacali e tutelano il diritto dei lavoratori alla contrattazione diretta e collettiva. Grazie a queste riforme, il presidente si guadagna il supporto del movimento sindacale, grande vincitore degli anni del New Deal. Lotte operaie di ampia portata iniziano negli Stati Uniti, prima volta nella storia americana. Non bisogna però dimenticare che Roosevelt, pur godendo di ampi consensi, si scontra con un'opposizione politica sempre più ampia e organizzata. Nasce l'ala anti-Rooseveltiana. Persino la Corte Suprema, il massimo organo del potere giudiziario, cerca di bloccare le riforme del presidente americano. Tra il 1935 e il 1936, la NIRA e la riforma agraria sono dichiarate incostituzionali. Ma se nelle stanze del potere l'opposizione riesce ad organizzare una forma di resistenza, il popolo è ispirato. Le elezioni del 1936 sono un trionfo, altri quattro anni di Franklin Delano Roosevelt. La vittoria spinge il presidente ri eletto a scardinare la volontà della Corte Suprema. La NIRA e la riforma agricola vengono ripresentate con lievi modifiche in modo da superare l'ostruzionismo della Corte. L'azione di Roosevelt da un lato smentisce i dogmi liberisti che dominano il tempo, dimostrando che l'intervento statale è indispensabile per arrestare la crisi. Allo stesso tempo non riesce a risollevare del tutto gli Stati Uniti. Non si riesce, infatti, a ridare slancio all'iniziativa economica dei privati, ancora sotto shock dal crollo del '29. Per tutti gli anni '30, il governo americano è costretto a iniettare denaro pubblico nell'economia. Per uscire dalla Grande Depressione ci sarebbe voluta l'economia di guerra durante il secondo conflitto mondiale. L'industria americana si sarebbe mostrata pronta allo scontro, annullando la disoccupazione e arrivando a picchi mai raggiunti. Il New Deal è finito. Per gli Stati Uniti d'America si apre un nuovo capitolo della loro economia, basata su un rapporto indissolubile fra ambito industriale e militare.



