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Tutto Marx in un'ora di lezione

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[0:00]Marx è un filosofo complesso, ma anche molto importante, e nel suo pensiero si mescolano economia, politica, società e molta filosofia.
[0:00]Quindi, per spiegarlo bene, ci vuole, ovviamente, un po' di tempo e, infatti, abbiamo dedicato vari video al suo pensiero.
[0:00]Oggi, però, per chi l'ha già studiato, per chi ha già visto e ha già sviscerato i temi più importanti del suo, della sua riflessione, facciamo un riassunto.
[0:00]Cioè, presenteremo tutto quello che c'è da sapere della filosofia di Marx in un'ora.
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[0:00]Marx è un filosofo complesso, ma anche molto importante, e nel suo pensiero si mescolano economia, politica, società e molta filosofia. Quindi, per spiegarlo bene, ci vuole, ovviamente, un po' di tempo e, infatti, abbiamo dedicato vari video al suo pensiero. Oggi, però, per chi l'ha già studiato, per chi ha già visto e ha già sviscerato i temi più importanti del suo, della sua riflessione, facciamo un riassunto. Cioè, presenteremo tutto quello che c'è da sapere della filosofia di Marx in un'ora. Un video veloce, sarà complicato, ma cercheremo di riassumere i punti chiave. Ripeto, non per sostituirci allo studio, ma per ripassare e riprendere in mano cose già approfondite. Andiamo a cominciare.

[1:06]Un sorso di caffè nella solita tazza, con la scritta andiamo a cominciare che pronuncio sempre, con me ci sono i miei compagni Topolino, Tolstoj, Batman, De André e il mostro peloso. Io mi chiamo Ermanno Ferretti, su Internet noto anche come Script, sono un professore di storia e filosofia che su questo canale, da 2 anni, quasi ogni giorno, anzi direi ogni giorno, propone un video o un podcast dedicati alla storia e/o alla filosofia. La faccio breve perché oggi abbiamo poco tempo. In un'ora vorrei riuscire a spiegarvi tutto Marx, almeno nelle cose più importanti, nelle cose fondamentali. Ho qui con me il mio cronometro che mi indica quanto tempo ci sto mettendo, ho diviso ogni argomento in settore e spero di starci dentro. Ultimamente ci riesco abbastanza bene. Allora, chi è Marx? Karl Marx, filosofo tedesco dell'Ottocento, nasce nel 1818, muore nel 1883. Nativo di Treviri, città tedesca importante, proveniente da una famiglia ebraica di origine. Il nonno era stato addirittura rabbino, anche se il padre di Karl Marx si era convertito al protestantesimo per ragioni opportunistiche. Esercitava la professione di avvocato e per avere più facile accesso nei circoli cittadini, per essere più facilmente inserito nella vita sociale della sua epoca, il padre di Marx, che non era particolarmente interessato alle questioni religiose, decise di convertirsi. Lo stesso Karl Marx viene educato in un ambiente laico, non interessato alla religione, interessato soprattutto alle idee. Infatti viene educato soprattutto agli ideali illuministici, di cui il padre era ammiratore. Quindi si avvicina all'illuminismo, studia, inizialmente studia poi giurisprudenza, perché sembrerebbe indirizzato a seguire le orme del padre. Ma proprio mentre all'università studia giurisprudenza, prima a Bonn e poi a Berlino, entra a contatto anche con i circoli della sinistra hegeliana. Hegel è morto da non molto tempo, il suo pensiero, però, è sedimentato e ha dato origine a varie correnti, tra cui, appunto, quella della sinistra hegeliana, a cui il giovane Marx si interessa. Si laurea, quindi, in filosofia alla fine, passando dalla giurisprudenza a filosofia, con una tesi su Democrito ed Epicuro, due materialisti antichi, e inizia a lavorare, poco dopo la laurea, come giornalista, inizialmente, in una, in un giornale locale che si chiama La Gazzetta Renana. Proprio, però, questa prima attività da giornalista lo costringe quasi subito a cambiare aria. Già nel '43 si trasferisce, 1843, si trasferisce a Parigi, perché in Germania rischia problemi per le sue idee che non sono bene accette dalla, dal potere vigente. Si trasferisce a Parigi, lì inizia a lavorare a alcune prime opere, ad esempio, scrive il primo numero dei cosiddetti Annali Franco-Tedeschi e lì, soprattutto, conosce Friedrich Engels, che sarà un suo compagno di studi e di vita per molto tempo, suo grande amico. Con lui scriverà alcune opere, soprattutto Engels lo aiuterà anche economicamente, perché per tutta la vita Marx avrà difficoltà economiche. E poi cambia città più volte, va a Bruxelles, torna in Germania, a Colonia, poi, alla fine, si stabilisce negli anni '40 a Londra, dove passerà gran parte della sua vita e dove, finalmente, potrà stare abbastanza tranquillo dal punto di vista, delle, dei pericoli con la politica. Però, eh, non, non è che passi una buonissima vita dal punto di vista economico a Londra, perché si deve mantenere con lavori piuttosto umili. A un certo punto e per molto tempo anche, lavora come guardia al British Museum, segno di, comunque, una certa difficoltà a mantenersi con la sola filosofia. Comunque, inizia a elaborare le sue idee. Un punto di svolta importante arriva nel 1847, quando si riunisce la prima, la prima Lega dei Comunisti, che dà a Marx ed Engels l'incarico di scrivere un manifesto programmatico. Da questa esperienza, nel 1848, nasce il Manifesto del Partito Comunista, prima opera divulgativa, direi, che espone le idee chiave del pensiero di Marx e che ha un grande successo e che per tutto, poi, il '900 sarà forse il testo base dei vari movimenti socialisti marxisti mondiali. Ehm, comunque, negli anni '50, studia, lavora a, a Londra, e negli anni '60 arriva la seconda svolta. Perché, prima cosa, viene fondata l'Internazionale dei Lavoratori, in descrizione vi metto un link per approfondire, se volete, oltre a tutti i link sui video di Marx. Internazionale dei Lavoratori, di cui Marx diventa il capofila e leader, estromettendo altri esponenti, come i Mazziniani, come i Bakuniani, eccetera. Quindi lì ha un ruolo di impatto, diventa il teorico del socialismo europeo. Ma soprattutto, proprio in questi anni '60, inizia a lavorare a quello che sarà il suo capolavoro, Il Capitale, che viene pubblicato il primo volume nel 1867, e poi gli altri due volumi verranno pubblicati postumi, dopo la morte, eh, sulla base degli appunti che Marx aveva lasciato. Muore, appunto, nel 1883. Per affrontare il pensiero di Marx bisogna partire, dopo la vita, dal, dalle critiche che Marx rivolge a il, ai sistemi di pensiero allora dominanti. In particolare, direi, dalle critiche che Marx rivolge ad Hegel e all'idealismo in generale, che era la filosofia sicuramente dominante nella prima metà dell'Ottocento, nell'area tedesca e non solo, ma anche alla società liberale, che ormai si stava imponendo in varie zone d'Europa. Allora, partiamo da Hegel. Marx, vi dicevo prima, muove i primi passi all'interno della sinistra hegeliana e, in fondo, può essere anche considerato come un allievo di Hegel, ideale, perché Marx certo apprezza alcune, alcune idee di Hegel, alcuni concetti di Hegel. Ad esempio, apprezza moltissimo l'impostazione dialettica della storia. Hegel per primo aveva dimostrato che la storia procede per contrasti, per conflitti, per, eh, scontri tra una tesi e un'antitesi. E questo, secondo Marx, è vero, effettivamente la storia è un percorso di lotte, di scontri, di conflitti, lotta di classe, dirà, poi, in particolare. Ma l'errore di Hegel è stato, casomai, non tanto questo, che è, invece, è corretto. L'errore di Hegel è stato pensare che questi conflitti si risolvessero autonomamente e automaticamente nella storia. Per Hegel, i conflitti ci sono, ma poi, dopo la tesi e l'antitesi, arriva sempre la sintesi, si arriva sempre a un momento di pacificazione, di superamento, che è figlio di quei conflitti, è figlio di quegli scontri, ma che risolve anche quegli scontri. Secondo Marx non è così, o almeno non è sempre così. La sintesi non sempre giunge, i conflitti, a volte, rimangono endemici, i conflitti a volte non vengono superati da una sintesi che prende il meglio della tesi e dell'antitesi, ma molto spesso i conflitti, eh, vedono trionfare un ramo della questione. Pensate alle classi sociali. Se c'è il proletariato che può rappresentare, ad esempio, l'antitesi e c'è la borghesia che può rappresentare la tesi che entrano in conflitto, non c'è, poi, una sintesi, cioè una soluzione pacificatoria che dà qualcosa al proletariato e dà qualcosa alla borghesia e fa tutti contenti, magicamente, come sembrava voler dire Hegel.

[8:13]No, piuttosto, nella storia, dice Marx, noi assistiamo al trionfo di una classe sull'altra, non a una pacificazione, cioè, o la tesi o l'antitesi schiaccia l'avversario. Questo è quello che più spesso avviene. Quindi Hegel questo non l'ha capito ed è per questo criticabile, ma poi Hegel e l'idealismo in generale, hanno creato una storia troppo ideale, hanno creato una storia troppo astratta. Sono caduti in quello che Marx chiama il misticismo logico. Cos'è questo misticismo logico? È l'idea che il percorso della storia sia sempre necessario, sia sempre qualcosa di mistico, di divino, di fortissimo, che si impone necessariamente.

[9:07]Secondo Marx non è affatto così, nella storia, soprattutto, non c'è un'idea che guida la storia, c'è piuttosto una condizione materiale che guida la storia. La storia è fatta di cose concrete, di cose materiali che collidono tra loro. E per dire questo, Marx dice, riprendendo in parte Feuerbach, che gli idealisti e Hegel, in particolare, hanno operato un rovesciamento tra soggetto e predicato. Per gli idealisti, vengono prima le cose astratte e poi le cose concrete, viene prima l'idea e poi la concretezza della storia, come se l'idea guidasse la storia, come se l'assoluto, Dio, il divino, guidasse la storia. Secondo Marx, è vero, invece, il contrario, prima viene il concreto, poi viene, casomai, l'astratto, prima viene la storia dei lavoratori, poi viene la teorizzazione, l'idea, eccetera.

[10:31]Questa è, sostanzialmente, in breve, la critica a Hegel. Quale critica, invece, rivolge alla società liberale Marx? Beh, sostanzialmente, la critica principale è quella di essere ipocrita.

[10:46]La società liberale promette un miglioramento delle condizioni di tutti, perché dice che esiste una società civile, dove c'è il conflitto, dove ognuno barra il proprio interesse, ma esiste, dice la società liberale, uno Stato che risolve quei conflitti, che pacifica la situazione.

[11:08]Nella società civile ognuno litiga, ogni classe sociale litiga, ma lo Stato risolve tutto, dà qualcosa ad ognuno e tiene in piedi la società perché riesce a essere il padre buono che dà ad ognuno quello che serve. In realtà, dice Marx, lo Stato non funziona così, lo Stato si schiera dalla parte della classe sociale più forte, dà ragione ai più forti. D'altronde, sarebbe impossibile questa pacificazione, perché nella società civile di oggi, nella società liberale, ogni cittadino, dice Marx, vive una sorta di conflitto tra la sfera pubblica e la sfera privata. Nel pubblico dovrebbe riuscire a essere giusto ed equo, ma nel privato dovrebbe cercare il proprio interesse. Allora, come finisce per essere questa società liberale? Finisce per essere una società egoistica, in cui ognuno guarda al suo proprio interesse e non guarda mai al bene collettivo. Questo lo si vede, dice Marx, anche pensando ai diritti fondamentali dell'individuo, nelle società liberali. Quali sono? Diritto alla proprietà privata, libertà di parola, libertà individuali, sono tutti diritti individuali, dell'individuo. Perché quello che conta nella società liberale è l'individuo, mai la collettività, mai il gruppo, mai la società. Ognuno bada a se stesso e non bada agli altri. Questo è inevitabile, secondo Marx, in una società liberale. D'altronde, e concludo, qual è il motto principale delle società liberali? Ognuno è uguale, ogni cittadino è uguale davanti alla legge, c'è nei tribunali noi dovremmo essere, teoricamente, uguali l'uno all'altro. Ma già dire questo, sottolinea Marx, implica che al di fuori dei tribunali siamo tutti diversi. Siamo uguali davanti alla legge, ma per quanto riguarda il denaro, la ricchezza, il potere, il prestigio, eccetera, siamo tutti diversi. La società liberale si basa sulla diversità, non solo, sull'egoismo, sulla sopraffazione, bisogna cambiare questa società. I problemi della società liberale emergono in particolare nella condizione del lavoratore, secondo Marx, perché il lavoratore, nella società del suo tempo, soprattutto, lui pensa al proletario, all'operaio, si sente in una condizione di vita esistenziale, direi, drammatica. E, soprattutto, così lo delinea Marx, prova, sulla propria pelle, una alienazione. Economica, e poi, di riflesso, anche religiosa. Cosa vuol dire alienazione? Vuol dire che l'individuo non si riesce a riconoscere più come uomo, aliena, aliena da sé la propria umanità, aliena vuol dire porta fuori, butta fuori, rende altro da sé. Ogni lavoratore nella società industriale si sente sempre meno uomo e sempre più animale, macchina, qualcos'altro. Perde la propria umanità, si sente alienato, perché non si riconosce più come uomo. Questo lo si vede proprio, soprattutto, nell'alienazione economica, cioè, nella condizione economica del lavoratore, nel lavoro di fabbrica. Marx, in particolare, delinea quattro forme di alienazione, termine che, tra l'altro, riprende da Feuerbach e, prima ancora, da Hegel. Il lavoratore nel suo lavoro è alienato in quattro diverse situazioni, rispetto a quattro diverse cose. In primo luogo, è alienato rispetto al prodotto che produce. Il lavoratore realizza un prodotto che, però, non gli appartiene. Pensate all'operaio, lavora in una fabbrica, che so, di automobili, l'automobile che lui costruisce non è sua, e quindi lui non la sente appartenergli. E quindi non si sente uomo, perché gli uomini quando fanno qualcosa possiedono quella cosa che fanno. Sono le macchine, gli animali a non possedere ciò che costruiscono. Quindi, prima cosa, alienato rispetto al prodotto che non è suo. Secondo aspetto, il lavoratore è alienato rispetto alla sua attività, al suo modo di fare, al suo modo di procedere, al suo modo di lavorare.

[14:49]Perché si scopre uno strumento per fini che sono estranei a, ad egli, ad esso, cioè lui lavora per qualcun altro, lavora per un, uno scopo che non l'ha deciso lui, che ha deciso qualcun altro. Quindi il suo lavoro non gli appartiene, neppure il lavoro, non solo il prodotto, ma neanche l'attività che fa gli appartiene. Terzo aspetto, il lavoratore è alienato rispetto alla sua essenza, perché il lavoro che fa non è un lavoro libero, un lavoro fantasioso. Qual è l'essenza dell'uomo? L'essenza dell'uomo è quella di dare libero sfogo alla propria fantasia, alla propria creatività, la possibilità di creare quello che vuole, no? Pensate a quello che fate voi, qual è che vi sentite pienamente realizzati, uomini, esseri umani, quando, appunto, date libero sfogo alle vostre idee, alla vostra fantasia. L'operaio non può farlo, perché è costretto a svolgere un lavoro ripetitivo in cui fa quello che gli viene detto di fare, in cui obbedisce agli ordini. E quindi, anche lì, si sente più macchina che uomo, più bestia che uomo e, quindi, è alienato rispetto alla sua essenza. Quarto aspetto, di questa alienazione religiosa, eh, scusate, economica, è alienato rispetto al suo prossimo. Perché il suo prossimo, l'altero da sé, chi è l'uomo con cui lavora. Soprattutto, certo, sono gli operai, ma, soprattutto, il suo prossimo è il suo datore di lavoro, è il capitalista. E questo capitalista non ha con lui un rapporto paritetico, non sono alla pari. Il capitalista lo domina, il capitalista lo sottomette, il capitalista gli dà, appunto, gli ordini, è un padrone. E quindi c'è un rapporto che è di servo-padrone, non un rapporto alla pari, come sarebbe, invece, lecito aspettarsi tra uomini. Allora, vedete, nel lavoro di fabbrica, il lavoratore non si riconosce più come uomo. Questo lavoro di fabbrica è il, l'aspetto fondamentale della società moderna, secondo Marx. L'economia, i rapporti economici, come vedremo tra poco, sono la base della società. Pertanto, questa alienazione economica è la base di ogni forma di alienazione. È vero che l'uomo si può sentire alienato anche in altre condizioni, in altre situazioni, anche al di fuori della fabbrica. Ma alla base di ogni forma di alienazione c'è la fabbrica, c'è quello che accade lì, c'è questo rapporto squilibrato tra uomo e lavoro, tra uomo e prodotto, tra uomo e datore di lavoro. E quindi, l'idea di Marx, che Marx inizia a elaborare, è che se io risolvessi il problema economico, questa alienazione economica, potrei risolvere tutte le altre forme di alienazione, potrei, quindi, risolvere questi problemi, questa condizione così esasperata dell'uomo moderno.

[17:13]Tenete conto che tutta questa alienazione economica si fonda, in realtà, sul possesso dei mezzi di produzione. Perché io mi sento alienato rispetto al mio prossimo, perché il mio prossimo è un padrone, lui possiede la fabbrica, io no. Perché mi sento alienato rispetto alla mia attività, perché il padrone mi impone di lavorare in un certo modo e non posso liberamente creare. Se fosse un artigiano, se potessi decidere io cosa fare, non sentirei quella alienazione. Quindi, capite, il problema risiede nel possesso dei mezzi di produzione, cioè, nel fatto che io non possiedo la fabbrica. Tra tutte le altre forme di alienazioni che dipendono da questa, c'è, in particolare, un'alienazione famosa, che è l'alienazione religiosa, su cui Marx si sofferma, ispirandosi, in parte, a Feuerbach. Già Feuerbach aveva parlato di questa alienazione religiosa, cioè aveva detto, l'uomo aliena da sé certe caratteristiche, le riversa in Dio, che è un'invenzione, e ha fede in Dio. Ecco, Marx è d'accordo, per molti aspetti, con Feuerbach, anche se poi finisce per criticarlo. In cosa pensa Marx? Che la religione sia un imbroglio, sia un inganno. Dio non esiste e gli uomini sono stati tenuti, per secoli, per millenni, sotto scacco, sotto il dominio delle classi dominanti che hanno usato la religione per sottomettere gli uomini. C'è una celeberrima frase di Marx, tratta dagli Annali Franco-Tedeschi, la religione è l'oppio dei popoli, dice Marx, cioè, la religione è una sorta di narcotico, di droga, che le classi dominanti hanno rifilato alle masse per tenerle buone. Perché? Perché la religione cosa ti promette? Ti promette che, è vero, che adesso, in questa terra, tu soffri, ma che avrai una ricompensa nell'aldilà, e, quindi, ti dice non ribellarti, non criticare il potere, oggi, perché se sarai buono, se sarai mansueto, se sarai sottomesso, verrai ricompensato nell'aldilà e ti promettiamo il paradiso. È una, uno strumento del potere, secondo Marx, con cui il potere ti sottomette, ti dice stai buono, promettendoti, falsamente, una ricompensa, poi. Per questo c'è anche una critica a Feuerbach, perché Feuerbach aveva detto qualcosa di simile, ma l'aveva vista come un rapporto personale, l'uomo alienava da sé certe caratteristiche e non si prendeva la responsabilità della sua vita. Marx dice, non è solo il rapporto dell'uomo, non è solo l'uomo ad alienare da sé queste caratteristiche, è il potere che gioca sulla religione. La religione è uno strumento di controllo politico e, quindi, per liberarsi da questa alienazione religiosa, non basta capire cos'è un'alienazione, bisogna cambiare la politica o, meglio ancora, bisogna cambiare l'economia, bisogna rovesciare i rapporti di produzione. Se io rovescerò i rapporti di produzione, se libererò l'uomo dall'alienazione economica, cadrà anche l'alienazione religiosa. A questo punto, Marx è pronto per elaborare una propria dottrina dello Stato, della politica, dell'economia. E già nell'Ideologia Tedesca, un libro che inizia a scrivere ancora relativamente giovane, ma verrà pubblicato postumo, inizia a lavorare una concezione che verrà chiamata Concezione Materialistica della Storia. Come vi dicevo prima, Hegel e gli idealisti ci hanno insegnato una storia ideale, hanno detto che la storia viene guidata dall'idea, dall'assoluto, dallo spirito, dall'astratto. Noi dobbiamo rifiutare quella visione, bisogna, invece, guardare alla storia concreta, come vi dicevo prima, alla storia materiale degli individui, perché, alla fine, è questo che guida la storia. Sono i rapporti materiali, sono le condizioni materiali. Tanto è vero che Marx arriverà a dire che la storia, in realtà, è storia del lavoro, cioè, è storia di come l'uomo ha avuto delle aspirazioni, dei desideri, dei bisogni e ha cercato, progressivamente, nel corso della storia, di soddisfare questi bisogni. Cos'è il progresso tecnologico, se non l'uomo che tenta di trovare mezzi per cacciare, sopravvivere, coltivare al meglio, eh, vivere meglio, eccetera? Alla fine della storia, è storia del, di come l'uomo cerca di sopravvivere e, cioè, è storia del lavoro e, cioè, è storia materiale. Materialismo storico vuol dire questo, guardare alle condizioni concrete materiali dell'esistenza umana e di come queste si sono evolute nel corso dei secoli. Ragionando in questi termini, Marx inizia a vedere che, in ogni epoca storica, si va a formare un, un binomio, c'è un rapporto dialettico, tra due elementi che si rapportano tra loro. Lui le chiama forze produttive e rapporti di produzione. Cioè, da un lato ci sono i lavoratori, diciamo, chi lavora, la forza lavoro, possiamo dire meglio. Ci sono i mezzi di produzione, cioè, gli strumenti che si usano, ci sono le conoscenze tecniche che entrano in gioco. E questi sono, ripeto, le forze produttive. Dall'altro, ci sono i rapporti di produzione, cioè, ci sono i contratti, le leggi, eccetera, che stabiliscono come il prodotto viene poi ripartito, chi detiene i mezzi di produzione e così via. Facciamo un esempio concreto per capirci, pensiamo, ad esempio, all'età feudale, no, Medioevo. Cosa abbiamo? Abbiamo delle forze produttive che sono i contadini, ad esempio, no, che lavorano la terra, soprattutto loro, il grosso era mondo agricolo, quindi contadini che lavorano la terra, eventualmente le bestie che trainavano l'aratro, eccetera. Ci sono dei, mezzi di produzione, l'aratro, ad esempio, i campi, eccetera, o ci sono delle conoscenze tecniche, ad esempio, la rotazione triennale, per dirne una, oppure la semina, il raccolto, eccetera. Questo era la forza produttiva tipica dell'età feudale, medievale. I rapporti di produzione, quali erano? Ve l'ho detto, erano i contratti, i rapporti tra chi lavorava. Ad esempio, il feudalismo rappresentava un rapporto di produzione, perché stabiliva che la terra fosse in data in mano al feudatario e che il contadino lo lavorasse tramite, che so, le corvée, tot giorni al mese, oppure che ci fosse la servitù della gleba, oppure altre forme di contratto di questo tipo. Ok? Questi rapporti di produzione da un lato e forze produttive dall'altro rappresentavano una base economica, dice Marx, cioè, la base economica di quell'epoca. L'epoca feudale aveva questa base. La chiamava anche modo di produzione di quell'epoca, la chiama anche struttura di quell'epoca. Da questa base economica, però, deriva, secondo Marx, tutta la serie di, derivano, meglio, tutta la serie di conseguenze, cioè, tutta una serie di, lui le chiama sovrastrutture. Cioè, questo era il modo in cui era organizzata economicamente la società e la produzione agricola. Ma da questa derivavano potere politico, leggi, cultura, eh, arte, eccetera, filosofia, eccetera, eccetera. Cioè, le leggi medievali erano figlie di questa organizzazione economica, perché stabilivano, ad esempio, il diritto del feudatario ad amministrare la giustizia, a riscuotere le tasse, eccetera. Dicevano anche quali diritti avevano i lavoratori, ma sempre partendo dal fatto che quei lavoratori lavoravano la terra, in quel modo, in quelle circostanze. La cultura, ad esempio, che cultura c'era nel Medioevo? Beh, la cultura che, che so, del romanzo cavalleresco, il romanzo epico, la, la Chanson de Roland, eccetera. Che, però, si fondono, se ci pensate bene, su una mentalità che è una mentalità feudale, no? Ma mentalità feudale che era il riflesso, dice Marx, dell'economia feudale. La mentalità, la filosofia, tutto, la religione, sono riflessi di una economia. Tutto deriva dall'economia. Nell'età moderna, quando si è imposta, ad esempio, con la Rivoluzione Francese, la borghesia, cosa è successo? Sono cambiate le forze produttive, perché non c'è più, magari, il contadino medievale, ma c'è adesso l'operaio che lavora in fabbrica. Sono cambiate le conoscenze tecniche, perché non c'è più la rotazione triennale, c'è la catena di montaggio, magari, non ci sono più quei mezzi di produzione, non c'è più l'aratro, c'è la fabbrica. Ma sono cambiati anche i rapporti, perché non c'è più il feudalismo, c'è adesso il capitalismo, quindi, ci sono contratti di lavoro, ci sono ripartizioni dei prodotti in maniera diversa, eccetera. Ma, quindi, è cambiata l'economia, c'è un'economia borghese, ma, di riflesso, è cambiata anche la mentalità, perché adesso c'è una mentalità borghese che porta a leggi di un certo tipo, a organizzazioni statali di un certo tipo, a filosofie di un certo tipo. La filosofia borghese, pensate al positivismo, è completamente diversa dalla filosofia medievale, pensate a San Tommaso. Ma questo perché? Non perché solo è diversa la mentalità, ma perché è diversa l'economia, è tutto il riflesso dell'economia, porta a una cultura diversa, il romanzo borghese, che è molto diverso dal romanzo medievale, cavalleresco. Là si esaltava la cavalleria e, quindi, il feudalismo e, quindi, quel sistema economico, qui si esalta la borghesia, l'imprenditorialità e, quindi, un altro sistema economico. Allora, sovrastruttura vuol dire cultura, arte, religione, Stato, leggi, eccetera, sono tutti riflessi della struttura. La struttura economica, la sovrastruttura è tutto il resto che, però, si appoggia sull'economia. Quando cambia l'economia, la sovrastruttura cambia di conseguenza. Magari ci vuole un po' di tempo, ma cambia di conseguenza. E, però, quando è che cambia la base, quando è che cambia la struttura, quando è che cambia l'economia? Marx prova a dare una sua visione. Secondo lui, questi rapporti di produzione e questi, e queste forze produttive si identificano, di epoca in epoca, con una classe. Cioè, c'è sempre una classe sociale in ascesa che tende a identificarsi con le forze produttive, e c'è sempre una classe sociale dominante, ma in declino, che tende, invece, a configurarsi, a rapportarsi come, ehm, rapporti di produzione, con i rapporti di produzione. Pensate all'età del capitalismo, in cui Marx scrive. I rapporti di produzione sono dominati dalla borghesia, è la borghesia che stabilisce le leggi, che stabilisce chi detiene il potere. E, quindi, i rapporti di produzione sono in mano alla borghesia, classe dominante, ma che forse inizia già a perdere un po' di smalto, a perdere un po' di forza. I, invece, le forze produttive sono, eh, si legano maggiormente al, a una classe in ascesa, al proletariato, perché le forze produttive soprattutto si legano con gli operai in fabbrica. E questa classe, quella proletaria, è una classe che non ha il potere, ma sta crescendo, sta aumentando il numero, si sta rafforzando e mira a prendere il potere. Quindi, capite, c'è un contrasto, un conflitto. D'altronde, se ci pensate bene, le forze produttive mutano molto rapidamente, perché si basano anche sulle conoscenze tecniche, e le conoscenze tecniche mutano. Quando io invento la fabbrica, nel giro di pochi anni cambia tutto il modo di produrre. Quando invento la catena di montaggio, nel giro di pochi anni cambia tutto il modo di produrre, e, quindi, cambia anche il lavoratore che, di cui ho bisogno. Prima avevo bisogno dell'artigiano, poi ho bisogno dell'operaio, poi ho bisogno dell'operaio-macchina, come si diceva una volta, no? Dell'operaio non specializzato, quindi, c'è una forte evoluzione, una forte spinta innovativa nel, nelle forze produttive. Per questo la classe in ascesa inizia a premere, a crescere, a modificarsi rapidamente. Nei rapporti di produzione, invece, il mutamento è più lento, perché i rapporti di produzione si basano sui contratti, sulle leggi, e i contratti e le leggi arrivano sempre dopo, sempre un po' in ritardo, rispetto ai mutamenti della società. La società e la tecnica si evolvono molto più in fretta delle leggi, quindi i rapporti di produzione tendono a essere statici, non dinamici e anche la classe borghese, che si identifica, in questo momento storico, con quel, con quel ramo della questione, tende a essere statica. Pertanto si arriva a un attrito.

[28:50]Ripeto, le forze produttive si muovono in fretta, avvengono rappresentate in una classe sociale in ascesa che vuole il potere. I rapporti di produzione sono più lenti, sono più statici e rallentano. Quindi c'è proprio come l'idea di una frizione, di un, di uno scontro, dialettico, tra le due classi. Cosa accade normalmente nella storia, secondo Marx? Accade che a un certo punto l'equilibrio tra le due classi si rompe. La classe in ascesa sconfigge, di solito con una rivoluzione, la classe in declino e la scalza, la caccia via. Ad esempio, la Rivoluzione Francese è proprio un esempio di questo tipo. C'era da un lato la nobiltà, che era la classe dominante, però, ormai, statica, ormai passiva, ormai, eh, incapace di rinnovare la propria forza, e c'era una classe in ascesa, la borghesia, invece, molto dinamica. Cosa è accaduto? La classe borghese, a un certo punto, è entrata in conflitto con la classe nobiliare e l'ha, proprio, cacciata via. Si è arrivati alla Rivoluzione Francese, in cui la borghesia ha cancellato la nobiltà ed è diventata essa stessa classe dominante. Prima o poi arriverà di nuovo una rivoluzione di questo tipo, la classe in ascesa, i proletari, scalzeranno i borghesi. A questo punto, come vi dicevo, nel 1848, Marx, insieme ad Engels, scrive il Manifesto del Partito Comunista, che è un libricino abbastanza agile, divulgativo. Vi dicevo, dove non c'è tantissima filosofia, non più di quello che abbiamo già detto, però, ha un grande successo perché diffonde l'idea. In questo libro, Marx, tra l'altro, non è così tanto critico verso la borghesia, nel senso che la borghesia è stata per molto tempo una classe dinamica, una classe che ha cambiato la faccia del mondo, ha saputo rinnovarsi. Il proletariato deve un po' imparare, in un certo senso, anche dalla borghesia, ma adesso è arrivato il momento in cui deve non solo imparare, ma anche scalzare la borghesia, deve metterla da parte. Ovviamente, per riuscire a scalzarla, deve mettere in atto una lotta di classe. Quel rapporto, vi dicevo prima, tra l'attrito, tra le classi sociali, tra eh, la, le forze produttive e i rapporti di produzione, deve essere messo in campo dalla stessa, dallo stesso proletariato che deve agire come classe in lotta contro la classe borghese. Imparare dai borghesi che hanno fatto la Rivoluzione Francese. Per realizzare questo, bisogna, però, anche passare a una dimensione internazionale, perché ormai il capitalismo è internazionale, allora anche il proletariato deve diventare internazionale. La lotta deve essere fatta a livello globale. Difatti la celebre frase, con cui si conclude, in pratica, il Manifesto, è proletari di tutto il mondo unitevi, cioè, iniziamo a lottare insieme. Ma, dopo il Manifesto, come vi dicevo, Marx inizia anche a lavorare al Capitale, che è l'opera più tecnica, più difficile, ma anche più importante della sua produzione. Un'opera in cui Marx riversa anche tutta una serie di studi economici che aveva fatto negli anni precedenti. Marx studia i grandi economisti borghesi, studia Adam Smith, studia David Ricardo e analizza il loro pensiero, cercando di vedere qual è, quali sono i pregi della loro analisi, quali sono i difetti. Il difetto principale è quello di aver pensato questi economisti che il capitalismo fosse per sempre, direi. Cioè, che il sistema capitalistico non fosse un effetto della storia, ma fosse un sistema destinato a dominare per sempre. Invece, secondo Marx, il capitalismo è un effetto dello sviluppo storico. Come abbiamo detto prima, prima c'era il sistema feudale, poi è arrivato il sistema capitalistico e questo vuol dire che il capitalismo non c'è sempre stato e non è destinato ad esserci per sempre. È possibilissimo che, in futuro, anche il capitalismo venga scalzato da un nuovo sistema economico, il socialismo, che dovrà sostituirsi al capitalismo. Questo come sarà possibile? Beh, per capire come avverrà questo rovesciamento, bisogna studiare bene il capitalismo. E, in primo luogo, Marx è convinto che questo capitalismo abbia in sé i germi della sua rovina, abbia in sé dei difetti strutturali, che lui si, premura di rimarcare proprio nel Capitale. Quali sono i difetti del capitalismo? Prima cosa, Marx studia il valore delle merci e distingue, sulla scorta di quanto avevano già detto, in parte, anche Smith e Ricardo, quegli economisti borghesi di prima, distingue tra un valore d'uso e un valore di scambio. Il valore d'uso è il valore che deriva dall'utilità che la merce ha per chi la utilizza. Esempio, per me, il valore d'uso di un libro che mi ha cambiato la vita è molto alto, anche se poi, in realtà, il prezzo del libro, il valore reale, oggettivo del libro è relativamente basso, il libro costa pochi euro. Ma per un altro, uno che non legge, il valore d'uso di un libro è scarso, magari lo usa per fare, eh, da, eh, non so, arredamento nella libreria.

[34:21]Quindi, il valore d'uso dipende dall'utilizzo che ne facciamo. Il valore di scambio, invece, è un altro valore e dipende, sempre sulla base di quello che avevano già detto gli economisti borghesi, dice Marx, dalla quantità di lavoro necessaria per produrre quella merce. Cioè, ad esempio, pensate a un'automobile, perché l'automobile ha un valore di scambio alto? Perché per produrre, realizzare un'automobile, servono, vabbè, materie prime, intanto, abbastanza costose, ma poi tante, tante ore di lavoro, tanti operai che ci lavorano per tante ore di lavoro. Quindi, un prodotto che viene realizzato con tante ore di lavoro, con una forza lavoro elevata, ha un valore di scambio più alto di un prodotto che viene realizzato in 5 minuti da un artigiano, che lavora da solo, magari, capite? Ecco. Perché fa questa analisi, Marx, che era una cosa che, in realtà, avevano in parte già detto gli economisti borghesi? Perché lui vuole sottolineare che le merci non hanno valore di per sé. L'errore dell'età moderna, nel capitalismo, è quello di pensare che le merci abbiano un valore di per sé. È quello di cadere nel cosiddetto feticismo delle merci. Feticismo delle merci vuol dire, nell'ottica marxista, proprio questo, cioè, pensare che le merci detengano un valore intrinseco. Non è così, le merci hanno valore perché dietro le merci, dietro al prodotto, c'è qualcuno che ci ha lavorato. Il valore delle merci dipende dal lavoro, deriva dal lavoro, dietro la merce c'è sempre un operaio che lavora. Quindi, capire questo ci porta anche a capire che ogni merce, che sia il prodotto finito, che sia anche la forza lavoro, necessita di un lavoro dietro ad essa, necessita di un operaio che produce quella merce. Queste premesse permettono a Marx di analizzare come si produce valore nel capitalismo, perché lui dice, in primo luogo, proviamo a vedere qual è lo schema economico del capitalismo e confrontiamolo con gli schemi economici precedenti. Parliamo da quello precedente, partiamo dal, dal, che so, Medioevo, no, l'età feudale di cui parlavamo prima. Lo schema, secondo Marx, della produzione, della base economica, era MDM, M sta per merce, D sta per denaro. Merce, denaro, merce. Cosa accadeva, cioè, in pratica? Il contadino lavorava la terra, produceva una merce, quindi M era il punto di partenza del meccanismo economico, si lavorava, si produceva una merce. Quella merce veniva venduta o passata, scambiata con denaro, quindi, dalla merce si passava al denaro. Quel denaro veniva utilizzato dal contadino o dall'artigiano, da chi per esso, per comprare altre merci, perché il contadino che coltivava la terra, aveva poi bisogno di vestiti, aveva bisogno di pagare le tasse, aveva bisogno di beni di qualsiasi tipo. Quindi, merce, denaro, merce. Produceva una merce, il raccolto, lo vendeva, otteneva del denaro, con questo denaro comprava altre merci che gli servivano. Era un'economia di auto-sussistenza, quella medievale, in cui non c'era accumulo di capitali. Tutto quel denaro che si otteneva con il raccolto lo si spendeva per vivere. D'altronde, in genere, si era mediamente piuttosto poveri. E anche, per dirla, la nobiltà non accumulava capitali, spendeva tutto quello che aveva, no, spendeva in palazzi, spendeva in prestigio, eccetera. Non c'era l'idea di conservare il denaro, di metterlo da parte, di accumulare il denaro. Il capitalismo, invece, non ha più questo schema MDM, merce, denaro, merce, ma ha uno schema diverso, secondo Marx, che è DMD primo. Denaro, merce, più denaro. Perché? Perché il punto di partenza non è più il lavoro, non è più la produzione, è il denaro. Il capitalista parte con un capitale, cioè, i soldi che ha già pronti, che vuole investire. Quindi, si parte dal denaro. Questo denaro viene investito per produrre una merce. Il capitalista ha il suo bel gruzzolo di soldi, costruisce la fabbrica, assume gli operai, spende questi soldi per produrre delle merci, quindi DM. Queste merci, poi, vengono rivendute sul mercato, immesse sul mercato, ma lo scopo del capitalista non è riottenere gli stessi soldi che ha investito all'inizio, lo scopo del capitalista è quello di ottenere un profitto. Quindi, quando rivende la merce, vuole guadagnarci e vuole ottenere non più di, cioè, il denaro investito in partenza, ma un D primo, che è, evidentemente, maggiore di D. Cioè, mettiamo che investa 100.000, produce una merce, non vuole più ottenere, dalla vendita della merce, 100.000, vuole ottenere 110, 120.000, vuole avere un profitto. Questo è lo scopo, quindi DMD primo, denaro, merce, più denaro. Ora, il dubbio che si pone Marx, se questo è lo schema del capitalismo ed è lui ne è convinto, com'è possibile che si produca più denaro che non in partenza? Cioè, qui c'è una sorta di meccanismo strano, per cui investo 100, ottengo 110. Com'è possibile che investendo 100, ottengo 110, quando prima non accadeva questo? Nelle epoche precedenti, la conversione da merce a denaro era totale. Ora, invece, sembra che, in questo passaggio DM, si, si generi un valore aggiuntivo, più denaro. Quel più denaro è un mistero che Marx si ripropone di svelare. Quel più denaro, come lo chiama lui, bisogna capire da dove trae origine. E, secondo Marx, questo più denaro si basa su un plusvalore, questa è la dottrina del plusvalore. Cos'è il plusvalore? È, in pratica, il valore in più che la merce assume in questo, in questa catena, in questo, in questa struttura produttiva. Com'è possibile che la merce che, in partenza, costava 100, alla fine valga 110? Allora, bisogna capire da dove si origina questo plusvalore. Secondo Marx, questo plusvalore trae origine nella particolare merce che il capitalista compra. Perché, vi ho detto, quando investe 100, costruisce la fabbrica, assume gli operai, eccetera, compra le materie prime e così via. Il problema, o, meglio, l'inghippo sta nel pagare gli operai, perché gli operai vendono la loro forza lavoro, che è una merce. Il capitalista, effettivamente, compra la forza lavoro, paga la forza lavoro come se fosse una merce. Ma questa merce ha la capacità di produrre valore. Vi ho detto che il valore dipende dalla quantità di lavoro prestato, il lavoro produce valore. Il che vuol dire che gli operai, lavorando, vengono pagati X, ma producono qualcosa che non vale X, ma che vale X più, X primo, è un X più alto, perché loro, lavorando, producono valore. Il che vuol dire anche, però, che gli operai vengono pagati meno di quanto meriterebbero, perché gli operai vengono pagati sulla base del loro valore di scambio, cioè, la loro forza lavoro viene pagata sulla base delle leggi del mercato e, quindi, viene pagata per quello che serve all'operaio per rigenerare la sua merce, cioè, quello che gli serve per pagare un affitto e per vivere, per campare, il minimo indispensabile.

[42:16]Tra l'altro, dice Marx, in una situazione di disoccupazione endemica, la paga dell'operaio è sempre bassa, perché per la legge della domanda e dell'offerta ci sono più operai di quanti posti di lavoro ci siano e, quindi, il capitalista paga sempre il minimo indispensabile all'operaio. Ma l'operaio, pagato poco, produce un valore che è maggiore di quello che il capitalista spende per pagargli lo stipendio, il salario. Capite? Quindi, l'operaio produce un plusvalore, è come se lavorasse un tot di ore pagato e un tot di ore, invece, lavorasse gratis per il capitalista. Capite? Il capitalista, magari, paga, fa lavorare l'operaio otto ore, per sette ore gli dà la paga, per un'ora, in pratica, lo imbroglia, perché quello che l'operaio produce in quell'ora di lavoro in più è tutto guadagno, è tutto profitto dell'operaio. In pratica, il profitto del capitalista, in pratica, il profitto del capitalista si fonda sullo sfruttamento del lavoratore. Se, se non ci fosse questo sfruttamento, non ci sarebbe quel D primo, perché il denaro guadagnato dal capitalista sarebbe uguale al denaro speso per pagare materie prime, merci, eh, fabbrica e, soprattutto, stipendi degli operai. In pratica, il capitalista trae profitto pagando meno del dovuto il salario degli operai. Tutto questo ci porta a capire la natura del capitalismo, che, come vi dicevo, eh, si basa sullo sfruttamento, si basa sul fatto che il plusvalore deriva dal pluslavoro degli operai. Gli operai lavorano di più di quanto siano pagati. Il valore che gli viene corrisposto nel salario non corrisponde al valore che loro creano, è come se lavorassero gratis, pluslavoro. Ma, tutto questo, secondo Marx, certo, arricchisce il capitalista, però porterà il capitalismo a una crisi, secondo Marx, perché già in questa struttura economica, in questi meccanismi che adesso approfondiremo ancora un attimo, si vedono i difetti strutturali del capitalismo. Il capitalismo ha dei difetti, ha dei difetti, secondo Marx, economici, strutturali, che sono insiti nella sua natura e che lo porteranno, probabilmente, alla rovina. Ma, in Marx, c'è un'ansia non sempre chiarissima, però l'aspettativa che il capitalismo, prima o poi, crollerà da solo, perché i suoi difetti saranno talmente grandi da farlo cadere. Certo, gli operai dovranno lottare per accelerare questo meccanismo di caduta del capitalismo, ma il capitalismo non può stare in piedi all'infinito in questo, in questo modo. E allora vediamo lì, questi difetti strutturali. Per vederli, però, dobbiamo introdurre alcuni elementi economici, alcune definizioni economiche che Marx, poi, utilizza. In primo luogo, lui distingue tra due forme di capitale. Vi ho detto, il capitalista porta i soldi e fa partire tutta la sua impresa economica con un capitale, i soldi, il denaro di partenza. Ma, in realtà, bisogna distinguere, secondo Marx, tra capitale variabile e capitale costante, così li definisce. Il capitale variabile sono i salari, sono quanto il capitalista spende per pagare gli operai. Variabile perché il numero di operai può cambiare, può aumentare, diminuire, quindi, questa spesa, questa voce di spesa può variare. Il capitale costante, invece, dice Marx, è la spesa che il capitalista compie per le macchine, per i macchinari. Quindi, un po' del suo capitale va investito in, in stipendi, in salari, un po' va investito nelle macchine e questo è prima cosa da tenere presente, poi la riprendiamo. Seconda cosa da tenere presente, per capire bene come funziona il meccanismo economico, bisogna introdurre due saggi. La parola saggio in economia, anche nel linguaggio di Marx, vuol dire rapporto, è una, un'equazione, un, un, una divisione, un rapporto. Allora, lui le chiama saggio del plusvalore e saggio del profitto.

[46:39]Il saggio del plusvalore è dato, ve lo mostro a schermo, dal rapporto tra plusvalore e capitale variabile. Vi ricordo che il capitale variabile sono i salari. Cosa indica questo saggio del plusvalore? Chiaramente ci indica quanto sfruttamento c'è in una fabbrica. Più è alto il saggio del plusvalore, cioè, più il plusvalore è alto rispetto ai salari, più significa che il capitalista trae vantaggio dallo sfruttamento degli operai, perché il plusvalore, vi ripeto, è un, insomma, sostanzialmente il profitto, diciamo, anche se non è esattamente il profitto, ma per far breve, diciamo così, è il profitto del capitalista. Il, il capitale variabile è quanto spendi in salari. Se spende meno, il rapporto al profitto vuol dire che sfrutta molto gli operai. Quindi, questo saggio del plusvalore ci indica la percentuale di sfruttamento di una fabbrica. Ma poi introduce anche un altro saggio, che è il saggio del profitto, che è il rapporto, ripeto, tra plusvalore e la somma degli investimenti nelle macchine e degli investimenti nei salari. Poste queste premesse, Marx dice, i capitalisti, capito come funziona il meccanismo, hanno provato e stanno provando in questa epoca, a aumentare sempre di più il, il plusvalore, a aumentare il loro profitto, perché il profitto deriva dal plusvalore. E come si può aumentare il plusvalore? Ci sono due modi principali, secondo Marx. Lui parla di aumento assoluto del plusvalore e aumento relativo, o, meglio, aumento del plusvalore assoluto e aumento del plusvalore relativo. In cosa consiste questo aumento? Invece di far lavorare di più gli operai, più ore, li si fa lavorare, tra virgolette, meglio. Cioè, cosa accade? Se io, ad esempio, compro una macchina nuova, innovativa, che fa lavorare più in fretta gli operai, perché, che so, un nastro trasportatore che è più veloce, allora l'operaio lavora, magari, sempre otto ore. Ma se prima in otto ore produceva, non so, 80 pezzi, deve fare un pezzo della macchina, ne faceva 80 in otto ore. Se io accelero il processo produttivo, gli faccio arrivare i pezzi più velocemente, lui, in otto ore, magari, non ne farà più 80, ma ne farà 90, 100, ok? Pur lavorando sempre otto ore. Allora, dicono i capitalisti, io faccio lavorare l'operaio sempre lo stesso numero di ore, ma ne aumento la produttività. Gli faccio produrre più cose nello stesso numero di ore. E, quindi, è come se lui, invece di, vi dicevo, lavora sette ore per ripagare il salario, un'ora la regala. Aumentando la produttività, riduco quelle ore necessarie per ripagare il salario. Invece di lavorare sette ore per ripagare il salario, lavora sei ore per ripagare il salario e, quindi, due ore saranno donate gratuitamente. Capite? Un altro modo per aumentare la produttività, per aumentare il plusvalore, è aumentare la produttività. E il capitalista ha fatto questo, ma questo, ovviamente, porta a investimenti molto forti nelle macchine, perché se io voglio aumentare la produttività devo migliorare i macchinari, devo migliorare la tecnologia. E, quindi, questo vuol dire che il capitalista inizia a spendere sempre di più in macchine, ok? Cosa che diventerà un problema per i capitalisti. Inoltre, i capitalisti tendono a fare un altro errore che adesso vede, vediamo subito che riprenderemo, quello di buttarsi a capofitto nei settori più redditizi, cioè c'è quella che Marx chiama una sorta di anarchia della produzione che fa sì che, quando c'è, magari, un'innovazione, un nuovo prodotto che il mercato accoglie molto bene, positivamente. Quindi, che so, una nuova macchina, un nuovo automobile, l'auto ibrida, che tutti vogliono comprare, allora, anche le fabbriche che non producevano quella merce, iniziano a produrre quella merce. Mettiamo che, che so, la Toyota, invento, eh, lancia sul mercato un'innovazione nelle automobili. È chiaro che, nel giro di poco tempo, tutte le altre fabbriche, la Ford, la Fiat, la, eccetera, tenteranno di replicare l'innovazione della Toyota e inizieranno a fare modelli simili. Allora, quando succede questo, quando tutte le fabbriche si buttano a capofitto su un settore che sembra redditizio, avviene quella che Marx chiama, appunto, l'anarchia della produzione, cioè, di colpo, troppe fabbriche producono lo stesso prodotto, quando, magari, il mercato non è in grado di assorbire quel prodotto. Perché è vero che all'inizio, magari, c'è una domanda, ma questa domanda si satura molto in fretta. Si arriva, cioè, a una crisi di sovrapproduzione, che, secondo Marx, è tipica del capitalismo. Mentre nell'età precedente, età feudale, ad esempio, il nostro esempio classico, le crisi erano sempre crisi di sotto-produzione, perché il problema è che arrivava il brutto tempo, la carestia e, quindi, mancava il raccolto e, quindi, si moriva di fame, si produceva meno di quello di cui c'era bisogno. Nel capitalismo ci sono crisi di sovra-produzione, si produce di più di quello che c'è bisogno.

[52:32]Ad esempio, si producono troppe automobili ibride quando la gente che vuole comprare le automobili ibride non è tantissima. Allora, cosa succede? Le fabbriche hanno prodotto queste automobili e queste automobili vanno invendute, non vendute e, quindi, crisi di sovrapproduzione. Si produce troppo rispetto a quello che il mercato è in grado di assorbire e questo è un effetto tipico del capitalismo, secondo Marx, che potrebbe portare a una grande crisi. Non è l'unico, perché l'altro grande, l'altro grande elemento di crisi, l'altro grande difetto strutturale del capitalismo, celeberrimo, è la cosiddetta caduta tendenziale del saggio di profitto. Prima vi ho detto che il saggio di profitto è il rapporto tra il plusvalore al numeratore e la somma tra capitale costante e capitale variabile al denominatore.

[53:23]Ora, prima vi ho detto che il capitalista, memore del, del tentativo di aumentare la, il plusvalore, quindi l'aumento del plusvalore relativo. E, memore anche della concorrenza, perché tanti altri capitalisti gli fanno concorrenza, è spinto ad aumentare progressivamente gli investimenti nelle macchine, no? A spendere sempre di più in innovazioni, in tecnologia, in ricerca, per creare macchine che funzionino sempre meglio, che migliorino sempre la produttività. Ora, se il capitalista fa questo, noi, secondo Marx, potremmo assistere di anno in anno a un aumento delle spese per le macchine, sempre maggiore, sempre più forte, che arriverà a far crescere il numeratore di questo saggio di profitto, più velocemente di quanto non cresca il plusvalore. È chiaro che, se io compro macchine, aumento anche il plusvalore, ma il plusvalore, memore della concorrenza, complici tutti questi problemi, il plusvalore aumenterà più lentamente di quanto non aumenti il denominatore, cioè la spesa, cioè l'investimento. Il che vuol dire che il saggio di profitto tenderà a calare, caduta tendenziale del saggio di profitto, vuol dire questo. Di anno in anno, il saggio di profitto tenderà sempre di più a scendere, a scendere, a scendere, progressivamente. E questo è un difetto, perché il capitalismo nasce come un sistema di accumulazione, nasce come un sistema per generare profitto. Il capitalista, vi ho detto, all'inizio investe i soldi perché vuole guadagnarci qualcosa. Ma dove si va? Progressivamente il guadagno, il profitto del capitalista cala, cala progressivamente, fino quasi a tendere a zero. E, quindi, il capitalismo ha un difetto, nasce per uno scopo e non lo realizza e, prima o poi, questo difetto porterà, pare, alla caduta del capitalismo stesso. Il capitalismo, forse, quindi, è destinato a crollare anche da solo, ma, come vi dicevo, il proletariato deve lottare per accelerare questa caduta. E, qui, arriviamo all'ultimo discorso da fare, che è quello sulla rivoluzione. Come farà il proletariato a scalzare la borghesia, a prendere il potere, eccetera? Allora, Marx è un po' in divago, diciamo, negli anni, su questa questione. Il più delle volte parla di una rivoluzione vera e propria, d'altronde, la borghesia ha preso il potere con la Rivoluzione Francese, è presumibile che anche il proletariato dovrà prendere il potere con una rivoluzione, anche armata, anche violenta. In altri scritti, però, sembra anche ammettere che ci si possa arrivare al potere anche per via democratica, anche senza fare per forza una rivoluzione, anche vincendo le elezioni. Però, insomma, c'è una certa ambiguità in Marx. D'altronde, tutto il discorso su cosa fare dopo, una volta aver preso il potere, in Marx, è, eh, poco chiaro, si parla, a volte, di vuoto teorico, perché Marx non ha sempre chiarito esattamente cosa sarebbe dovuto accadere. Diciamo che il testo più importante, in questo senso, è la critica del programma di Gotha, che hanno scritto nel 1875, quindi, anche tardo, negli ultimi anni della sua vita, in cui Marx sembra delineare due fasi post-rivoluzionarie per descrivere come il socialismo si sarebbe dovuto imporre. Due fasi che, a volte, vengono chiamate fase socialista, la prima, fase comunista, la seconda. In cosa consistevano? Allora, nella prima fase, il proletariato doveva prendere il potere e doveva prendere, soprattutto, possesso di tutti i mezzi di produzione, cioè, le fabbriche dovevano passare in mano allo Stato, controllato dai proletari. Quindi, dovevano essere tolte alla borghesia. Bisognava statalizzare i mezzi di produzione, abolire l'esercito e sostituirlo, dice Marx, con un corpo di operai armati. Quindi, abolire il Parlamento, anche, e sostituirlo con una serie di delegati, nominati a suffragio universale e sempre removibili, quindi, anche abolire il privilegio burocratico, cioè, togliere, dalle cariche dello Stato, tutti quei funzionari che sono lì per, ehm, ereditarietà, oppure perché appartengono alle classi agiate, e sempre mettere dei delegati, cioè, eletti a suffragio universale dal basso. In questo modo, si, si impone la fase socialista, dittatura del proletariato, in cui, dice Marx, però, vince ancora un sistema di giustizia distributiva, cioè, in cui la gente viene pagata e riceve incarichi e meriti sulla base dei propri meriti, cioè, in base a quanto lavora. Cioè, voglio dire, lo stipendio, il salario dell'operaio dipende anche da quanto lavori, dall'incarico che hai, eccetera. Questa fase, però, va superata. Bisogna arrivare a una seconda fase, che verrà chiamata fase comunista, in cui, però, c'è grande vaghezza in Marx. Mentre in questa prima fase qualcosa dice, sulla seconda, non si capisce bene esattamente come si sarebbe dovuta imporre, perché, secondo Marx, a un certo punto, liberati dalla mentalità borghese, un po' alla volta, gli operai avrebbero dovuto capire che non bisogna, intanto, seguire una giustizia distributiva, ma una giustizia egualitaria, in cui non si viene più pagati sulla base di quanto lavori, ma si viene pagati sulla base del bisogno. Da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo i suoi bisogni. Cioè, a un certo punto, anche i concetti di Stato, di potere, dovrebbero sciogliersi, non ci dovrebbe più essere lo Stato capitalista che possiede i mezzi di produzione, ma si dovrebbe instaurare un nuovo tipo di comunità, dove si è tutti alla pari, dove si lavora insieme, dove l'egoismo è bandito e dove si lavora per il bene comune. Ma come questo si sarebbe dovuto realizzare non si capisce del tutto bene. Per questo, i rivoluzionari marxisti, nel corso del '900, avranno qualche difficoltà, poi, a immaginare lo Stato post-rivoluzionario.

[59:43]Ecco, questo, molto sinteticamente, ma spero in maniera abbastanza chiara, è Marx, sono le idee fondamentali della filosofia di Karl Marx. In descrizione, come al solito, trovate i titoletti che sono comparsi qui, se volete riascoltare un pezzo, un altro. Trovate anche i link alle playlist complete con i video di Marx più estesi, con più esempi, con più ragionamenti, con più dettagli. Quindi, se non avete mai studiato Marx, guardate prima là, se, invece, vi servirà solo come ripasso, bene, spero questo video. In più in descrizione trovate anche i link alle playlist, i link ai social network, se volete seguirmi e rimanere informati su quello che faccio e il link alla newsletter settimanale gratuita, anche quella per ricevere una volta a settimana una mail con i video che ho fatto, i podcast che ho fatto, il consiglio di lettura, consigli di visione e altro ancora. Basta, ho finito, ci siamo, credo, più o meno in un'ora, devo ancora montare il video, ma se ho tenuto bene i conti, ci siamo. Ci vediamo presto per altri video, anche più normali, anche più calmi di storia, filosofia e educazione civica, ciao alla prossima.

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