[0:16]Iniziamo oggi una nuova avventura. Questa avventura ha un nome strano che bisogna un po' spiegare. L'abbiamo chiamata ma anche no. Che cosa vuol dire questa cosa? Proponiamo appunto un viaggio come un manuale di deassolutizzazione. Qual è il problema? Perché dobbiamo fare una cosa di questo genere? Cerchiamo un pochino di spiegare la cosa. Una delle cose più pericolose dell'animo umano è la sua capacità di auto illusione. Noi ce la raccontiamo facilmente. Da una parte è vero che ci sono molte cose che intorno a noi sono tramandate, descritte o narrate in modo inaffidabile. Per cui siamo circondati di menzogne, circondati di manipolazione comunicativa. Bisogna fare i conti con il fatto che siamo immersi in un contesto fuorviante. Ma resta comunque vero che la maggior parte delle nostre cantonate noi generalmente ce le procuriamo da soli. Le forme di questi pessimi modi di gestire noi stessi sono generalmente di tipo individuale, ma non solo, queste cose le sappiamo fare anche in gruppo. Sono cose che possiamo fare in piccoli agglomerati di amici, raccontandoci menzogne fra di noi, creando delle convivenze di menzogna, che spesso lasciamo tacitamente accadere. Non smentendoci fra di noi quando magari diciamo una cosa un po' esagerata, quando facciamo corpo contro qualcuno, quando ci associamo per raccontarci una storia. Ci sono però anche le fandonie generazionali, le assolutizzazioni degli anni 70, quelle degli anni 80, quelle degli anni 90. Quelle della generazione X, quella della generazione Z, non so come si chiamano queste generazioni, quella dei boomer, quelle di tutte le generazioni. Ogni generazione sa le sue assolutizzazioni e sono grosse tare sulla nostra comunicazione. Molte volte noi abbiamo una capacità auto narrativa nel livello personale, ripensando per esempio al passato, ci diciamo cose del tipo Ma chi mi passava per la testa in quel tempo? Che ci vedevo in quella cosa, in quella persona, in quella esperienza? Perché ho dato importanza a quella cosa? Ecco erano le assolutizzazioni del passato che oggi, a ben vedere, riconosciamo come tali. Abbiamo una tendenza alla proiezione, alla sovrapposizione delle nostre paure e delle nostre aspettative sopra la realtà. Che diventa uno schermo su cui proiettare le immagini che ci portiamo dentro. Nel Vangelo di Luca, Gesù dice: "Lampada del corpo è il tuo occhio. Quando il tuo occhio è semplice, anche il tuo corpo è luminoso. Ma se il tuo occhio è cattivo, anche il tuo corpo è tenebroso". Questa affermazione, inesatta a livello fisiologico, è però profondamente vera a livello esistenziale, che è quello del Vangelo. Le prospettive di questo occhio cattivo sono varie e in genere procedono a coppie. Questo perché la radice degli errori sta sempre in dinamica ellittica, bipolare, diabolica, alla lettera. Cioè ci sono sempre due estremi, si passa dal vivere per essere accettati dagli altri al vivere per rivendicare la propria libertà. In realtà è lo stesso personaggio che fa queste due cose in maniera circolare ed ellittica. Magari nello stesso discorso può cambiare posizione otto volte perché da una parte si deve adeguare agli altri assolutizzando l'accettazione altrui e dall'altra deve invece rompere ogni alleanza. Rivendicare la propria libertà, assolutizzando la propria indipendenza, però poi si ritroverà solo, per cui cercherà di ritrovare la convivenza altrui, però poi si ritroverà schiacciato, asfissiato. Insomma, sono grossi problemi questi, quelli di una tendenza a una polarizzazione interiore, che dobbiamo un po' spiegare. Questo è un tipico meccanismo diabolico di aballo. Il verbo che sta dietro la parola diabolos, in greco, è di per sé significa porre in contrasto, dividere opponendo. Quindi il diavolo è colui che contrappone, che si contrappone. Dobbiamo considerare la base di questo lavoro demoniaco dentro il cuore dell'uomo. Nella psiche umana infantile, ad un dato momento, deve avvenire una cosa che si chiama scissione. È la distinzione fra ciò che è vitale e ciò che è immortale a livello psicologico, la percezione di ciò che è pericoloso da ciò che è rassicurante, ciò che fa bene e ciò che fa male. È un po' come il momento in cui a livello, invece, biologico, il corpo inizia a produrre gli anticorpi e distinguerci fra ciò che è suo e ciò che è estraneo. Attacca ciò che è estraneo, non so a che punto della vita biologica, penso fra i sei mesi e il primo anno di vita, avviene questa produzione degli anticorpi, che è una cosa importante. A livello psicologico la psiche deve produrre questa repulsione delle cose che vengono percepite come pericolose, come mortali. E questa simpatia per le cose percepite come vitali. È un processo infantile ed è collegato al tema della sopravvivenza. Ma quello che più importante è che in seguito questa polarizzazione, questa scissione fra nero e bianco, fra buono e cattivo, fra vitale e mortale, deve iniziare lentamente ad essere riconsiderata. È un lavoro di equilibrio, di integrazione e di superamento della semplice contrapposizione che si chiama vita adulta. La maturità in noi si presenta come equilibrio, dove non si tratta di confondere il vitale e immortale, ma di vivere senza spaccature. E non è semplice da focalizzare questo problema, ossia divenire capaci di non proiettare questa spaccatura fuori di sé e neanche su di sé. Se una cosa mi fa bene, è una cosa che mi fa bene, ma resta se stessa, non sono io, non è una cosa a cui io mi oppongo. È distinta da me o dagli altri e se una cosa mi fa male, pure è una cosa che in sé mi fa male, non sono io, né sono gli altri, è una cosa che mi fa male. La regressione personale, anche comunicativa o sociale, come avviene ai nostri giorni, per esempio nel mondo della dialettica politica, si presenta come necessità di proiezione del male sugli antagonisti e del bene su se stessi. Questa spaccatura diventa una dimensione relazionale. Chi è che ha studiato queste cose? Il primo che ha studiato in modo lucido queste cose è il grande antropologo René Girard. Che insieme ai suoi allievi, ai suoi colleghi, anche ai suoi epigoni italiani molto bravi che hanno seguito i suoi studi, hanno tutti insieme evidenziato come la società umana si regge di norma sui propri nemici. Quando non si sa articolare una vera comunione interpersonale, la società identifica il nemico comune per sentirsi unita. Sicché ciò che unisce non è l'amore o il bene comune, ma il nemico e il male. È questo la cosa che si chiama processo del capro espiatorio. Proiettare il male, tutte le contraddizioni della realtà su qualcuno, così da sopravvivere al pericolo di una autoanalisi che metta in pericolosa discussione. Infatti il processo tipico soggiacente a questo discorso della polarizzazione, della assolutizzazione, è sempre quello della colpevolizzazione. Cioè spiegare la realtà con un colpevole e questo è pericoloso quando lo si proietta su se stessi. Può diventare anche un sistema educativo molto, molto discutibile. L'atto di mettersi in discussione, dicevamo, è pericoloso, perché il giorno in cui ci si vede in errore, quindi ci si vedrà come mostri e questo è molto, molto sbagliato. Tutto questo diciamo chiaramente si chiama infantilismo. Questo è il punto, ma è assai diffuso. Accettare i propri livelli di infantilismo, cioè di assolutizzazione, di decadimento in una logica polarizzata è assai difficile. Ci vuole molta umiltà per riconoscere i propri livelli di infantilismo. Mentre crediamo di essere più evoluti e pensiamo che le nostre rabbie, le nostre contrapposizioni siano nobili e giustificate, molto spesso invece non sono altro che questo processo di scissione ancora in atto.
[8:32]Riconoscere che spesso noi risolviamo le nostre tensioni mostrificando qualcuno, si potrebbe dire dacci oggi il nostro mostro quotidiano. Vuol dire in primo luogo iniziare a prendere atto della latenza di violenza insita in noi. Della nostra capacità di scatenarci contro qualcuno per risolvere la realtà e in secondo luogo provare a non identificarsi con questa violenza e quindi a non farsi ingoiare dalle scuse che noi emettiamo per esercitare la nostra violenza. Quindi il nostro percorso sarà un percorso contro la violenza, contro l'assolutizzazione che la giustifica. Questo richiederà la capacità di depolarizzarsi, di assolutizzarsi, è un vero e proprio esorcismo battesimale, per cui bisogna passare. È un viaggio difficile, eppure è necessario se desideriamo arrivare all'amore, perché l'amore è incompatibile con queste assolutizzazioni e con queste violenze. È triste constatare che in molti ambienti ecclesiali, anche i più evoluti ed efficaci, ci sia sempre un nemico contro cui combattere, qualcuno da cui distinguersi, a cui opporsi, persone da condannare, quindi da non salvare. Anche nei discorsi apparentemente più costruttivi, si tende ad accusare o rimproverare, non solo a costruire, edificare, incoraggiare, liberare e tanto altro di bello che c'è da fare. È come una tassa sull'audience. Se si vuole essere ascoltati, non basta avere un argomento, bisogna anche parlar male di qualcuno, spesso senza neanche rendersene conto. Esercitando così la poco nobile arte di distinguere i buoni dai cattivi, come i bambini. Dobbiamo prendere atto del fatto che questa mentalità contrappositiva, così diffusa da non essere consapevole, non permette di sintonizzarsi con Gesù. Il quale normalmente andava a cercare la compagnia dei cattivi e non si prendeva bene con i buoni, per esempio. Leggiamo il capitolo 9 del Vangelo di Matteo, nei versetti 10-13. "Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: "Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?" Udito questo, disse: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate ad imparare che cosa vuol dire misericordia, io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori". C'è una predilezione di Gesù per i peccatori, per i fragili. Da sempre sappiamo che Lui elegge quelli più vulnerabili. E allora questa assolutizzazione è un dramma autentico. Noi dobbiamo quindi affrontare in questa trasmissione il viaggio del combattimento contro il dramma della assolutizzazione, che deriva dalla dittatura del dettaglio. Come si fa un'assolutizzazione? Si prende un dettaglio e si espande in maniera esagerata, vedendo tutto secondo quel dettaglio. E questa è una assolutizzazione alla lettera. Ecco, dobbiamo capire da dove viene questa cosa qui.
[12:05]La mente umana si muove in maniera sorprendente, sembra avere bisogno di rassicurazioni che si deve fornire da sola tramite certezze. Siamo sempre alla ricerca di una omeostasi, cioè una tana sicura mentale, che ci permetta di sopravvivere all'imponderabile. Se fronteggiamo l'incertezza, ci sentiamo sprofondare in una voragine. Eppure l'incertezza sarebbe la condizione nativa dell'uomo e anche la sua possibilità di crescita e di creatività. Per sopravvivere all'incertezza che tanto ci terrorizza, noi cerchiamo di definire, affermare, asserire. Cioè cerchiamo di risolvere la menzogna di quelle ipotesi di di disastro che sono latenti nelle nostre incertezze con una fandonia. Come possiamo vedere, per esempio, in Pietro, che quando è di fronte al momento drammatico della passione, mentre Gesù sta parlando di qualcosa di spaventoso, di oscuro nell'ultima cena, Lui dice: "Anche se tutti si scandalizzeranno, io no, anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò". E questo è poche ore prima di rinnegare Gesù. E allora, poco prima di andare in pezzi davanti a una giovane serva, noi vediamo Pietro affermare questa certezza assoluta. Ecco, finché quella fandonia non crollerà, Pietro non potrà iniziare il processo di trasfigurazione in un nuovo Pietro. Quello che lo porterà alla all'uomo sapiente e saggio che poi è stato il Principe degli Apostoli, all'inizio della Chiesa primitiva. In sostanza, ciò che separa Pietro dalla verità è proprio quella certezza che lui sia meglio degli altri, che lui non mollerà solo dopo il suo crollo. Con il pianto disperato e la felice metabolizzazione della sua fragilità, Pietro potrà diventare pienamente se stesso. Quell'opera di Dio, quell'uomo solido e adulto che confermerà gli altri nella fede. Che compare solo alla fine delle sue certezze assolutizzanti. Meglio capire in modo più specifico come nasce quella assolutizzazione di Pietro e come nascono un po' tutte le nostre assolutizzazioni. Lui la produce in un momento di tensione durante l'ultima cena, come abbiamo accennato, e la fabbrica per sopravvivere alla tensione del momento. Prendendo spunto da un dettaglio importante quanto vogliamo, ma solo un dettaglio. Il fatto di essere il primo dei discepoli, secondo i Vangeli, e si aggrappa a questa sua caratteristica per leggere tutto. Essendo il primo, sarà quello che non crollerà. È una forma di leggere tutto secondo un punto, succede sempre così. Questo tipo di certezze, prodotte in momenti di tensione, sono l'assolutizzazione che sembra fornire una chiave di lettura rassicurante. O comunque interpretativamente efficace. Ma questa operazione è probabilmente ciò che pone le basi del suo rinnegamento. Nel Vangelo di Giovanni, Gesù dice a Pietro che non potrà seguirlo. Ma Pietro, aggrappandosi al suo essere il primo, si dà il diritto di disobbedire, perché crederà di aver capito meglio degli altri la situazione. Questa assolutizzazione lo consegnerà alla certezza di aver capito meglio, e questo lo porta dritto e filato nel disastro successivo. Proprio per aver seguito Gesù, cade nella trappola del rinnegamento. E se mettiamo a confronto le due fasi, il momento dell'ultima cena, il momento della caduta, è abbastanza impressionante. Vedere che lui si dà arga il diritto di seguire Gesù quando lui gli ha detto di non seguirlo. E poi questo lo prepara al disastro, come abbiamo appena detto. Il gallo che canta è il giorno che inizia, ed è la luce che arriva, è la verità che entra, come una luce accesa dopo il buio, che dà fastidio agli occhi. Era questa la verità di Pietro, alla faccia del primo dei discepoli. Rinnega tutto Gesù, i fratelli, se stesso, tutto alle ortiche pur di salvaguardarsi.
[16:28]Le nostre assolutizzazioni, quindi, sono tecniche di sopravvivenza, come già detto, a fronte della nostra precarietà nativa. Una assolutizzazione nasce, come abbiamo detto, in contesto di tensione, di emergenza, di allarme, e questo tipo di situazione fa perdere la lettura globale. Che dà alle cose il loro giusto valore. Ne consegue che una assolutizzazione segnala un dramma, ma la cosa più rilevante è che crea poi un dramma. Costruendo sulla base delicata della tensione un costruttologico, come una assolutizzazione, si pongono le basi di una costruzione inaffidabile, che si rivela tale alla prima prova sotto sforzo. In certo senso, questo tema è l'occasione per capire perché è importante affrontare un viaggio come il nostro. I grandi errori della nostra vita li abbiamo basati tutti su false certezze e queste false certezze spesso sono nate come assolutizzazioni di dettagli, apparentemente sicuri a fronte di una situazione di tensione. Probabilmente è meglio procedere ad una definizione di assolutizzazione, stiamo ripetendo questa parola difficile da dire via radio. Molte volte, vediamo un po'. I vocabolari parlano di riduzione di una questione a termini fissi e immutabili. Alcuni maestri della psicodinamica hanno definito la nevrosi come assolutizzazione del relativo. È proprio quello che fa il demonio con Gesù, in una delle tentazioni, mostrando in un istante tutta la gloria del mondo. Così come è formulata nel Vangelo di Luca, il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della Terra e gli disse: "Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo". Bisogna capire meglio quella espressione in un istante, vuol dire che gli ha fatto vedere tutto in un attimo?
[18:37]No, anche se sembra così dalla traduzione che noi abbiamo, il testo greco usa un'espressione piuttosto curiosa. Il demonio gli fa vedere la gloria di tutto il mondo conosciuto, Ensticro, alla lettera, questa espressione greca vuol dire in un momento del tempo. E la sintassi italiana farebbe pensare che sia una visione di un momento del tempo. Invece l'espressione riferita alla gloria in un momento del tempo, la gloria di tutto il mondo conosciuto in un momento specifico di tempo, certo, perché la gloria dura solo un momento, un dettaglio. Se pensiamo a certi potenti della storia umana, in certi istanti sembrano dotati di un potere infinito. Ma basta guardare un momento dopo e, come dice il Salmo, "ancora un poco e l'empio scompare, cerchi il tuo posto e più non lo trovi". Allora qual è la natura della tentazione? Far vedere solo un istante di questa parabola discendente che è la gloria umana. Far vedere solo quel dettaglio. Il demonio fa sempre così, amplifica un dettaglio, come abbiamo già detto, come su un touch screen. Così pare che esista solo quello, cioè ingrandisce un dettaglio. E la gloria umana è roba seria? No, non lo è. E questo vale in ogni ambito, anche quello ecclesiastico. Dobbiamo considerare delle cose di fondo ancora per introdurre il nostro viaggio che non è ancora iniziato e semplicemente stiamo spiegando il perché di questo viaggio. Tutte le eresie sono assolutizzazioni. Tutte le eresie sono prendere un aspetto della verità della fede e fa far diventare quella l'unica dimensione della fede, un'assolutizzazione. Oh, le menzogne più efficaci, in genere, quelle più disastrose, più devastanti, sono delle assolutizzazioni. E anche tutti i peccati sono assolutizzazioni. Una visione rigida della fede, opposta all'esperienza spirituale autentica, porta a una cosa che si chiama tasso di assolutismo nella comunicazione. Perché noi siamo sempre peccatori, beh, sempre, sempre, forse no. No, io sono il più grande peccatore. Vanno, forse, questa è un po' superbia, forse ci saranno più scientifici di te, insomma, ecco. Bisogna prendere coscienza del tasso di assolutismo che noi mettiamo in atto. Da ultimo, concludendo questo nostro primo appuntamento, un po' complicato, forse un po' troppo cervellotico, spero di no, ma Dobbiamo considerare che l'assolutizzazione non va neanche assolutizzata, perché non esiste solamente quella. L'assolutizzazione si contrappone ad un altro tipo di atteggiamento sempre ugualmente tendente alla rassicurazione, cioè quello della banalizzazione, che è una sciagura terribile nella vita. Tutte le eresie implicano delle banalizzazioni, cioè mettiamo in secondo piano qualcosa che non poteva essere messo in secondo piano. Tutte le menzogne implicano delle banalizzazioni. Tutte le assolutizzazioni implicano che qualcosa non venga più guardato e invece non andava perso il quadro globale delle cose. E tutti i peccati sono banalizzazioni, se ci pensiamo, in ogni peccato noi stiamo banalizzando il bene. Stiamo sopravvalutando l'utilità e la piacevolezza del male, mentre stiamo dimenticando la bellezza e anche l'appagamento del bene. La visione superficiale della fede, opposta all'esperienza spirituale autentica, non è solamente una visione assolutizzante, ma anche banalizzante. E siamo in un brodo banalizzante noi, oggi come oggi, cioè siamo in un tempo in cui tutto è nulla, tutto è da prendere poco sul serio, non nel senso semplicemente della ironia sulle cose che pure ha la sua importanza. È una questione di perdere il senso della nobiltà, dello spessore delle cose e vivere così con uno spessore di 1 mm sulla pelle della realtà, perdendo la profondità. Ecco, bisogna prendere coscienza anche della propria superficialità e del rischio di vivere da superficiali. Che si oppone come altro polo al rischio di vivere troppo angosciati, troppo assolutizzati, sopravvalutando i dettagli. Ecco, allora noi faremo un viaggio, quello del cercare i rimedi. Questi rimedi passeranno dal distacco, all'autoironia, all'astinenza, saranno intrisi di preghiera. Diventeranno santa pigrizia, santa avarizia, santa disattenzione e vivere un pochino da figli di Dio, dove a ciascun giorno basta la sua pena. E bisognerà scoprire l'arte di interrompersi, l'arte di contraddirsi, di non vivere assolutizzandosi. Ecco, un po' questo era tutta la presentazione del nostro viaggio, sperando di aver spiegato un pochino quanto è importante, urgente, necessario per ognuno di noi, non vivere nella realtà che assolutizza qualcosa per questo, ma anche no. Una cosa è assoluta, ma anche no. Una cosa è banale, ma anche no. Ecco, è una cosa molto cattolica. L'arte dell'et et non dimenticare una parte, non vivere di assoluti.



