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“Eros, Philia, Agape”. Per una gradualità dell’amore - Don Luigi Maria Epicoco

Luigi Maria Epicoco

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[0:00]Quindi, nessuno di noi è autorizzato, ad esempio, a maledire l'eros o a vivere un rapporto negativo con l'eros.
[0:00]Cadere in quest'utilitarismo significa usare l'altro, lasciarsi usare vicendevolmente e noi pensiamo che questo sia amore, ma amore non è.
[0:00]E poi l'Agape, che tutti noi almeno da catechismo sappiamo essere la definizione più più interessante di Dio, cioè l'amore di Dio è un amore agapico, che significa che è un amore che dà tutto se stesso.
[0:00]Il mondo, in realtà, non legge questo come un affare, ma lo legge come una perdita, cioè perdere.
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[0:00]Ho preparato in realtà una riflessione che ehm cercherà, cercherà e sarà un tentativo di ehm a partire dalla parola di Dio, di poter fare un percorso, un cammino insieme e a partire dall'eros fino ad arrivare all'Agape, cioè e mi piacerebbe che ciascuna di queste parole, Eros, Filia e Agape, che poi sono tre declinazioni dell'amore, possano essere quanto più esistenziali dentro la nostra vita e soprattutto che possiamo riscattarli anche da delle concezioni che sono delle concezioni negative. Ad esempio, quando sentiamo l'eros, immediatamente scatta dentro di noi un atteggiamento difensivo, come se fosse una cosa negativa, ma in realtà l'eros ce l'ha messo il Signore dentro di noi e ha uno scopo ben preciso che tra qualche istante lo vedremo insieme. Quindi, nessuno di noi è autorizzato, ad esempio, a maledire l'eros o a vivere un rapporto negativo con l'eros. Quando questo accade, cioè quando una persona comincia ad avere una conflittualità con l'eros, il risultato è pessimo perché viene fuori peggio, cioè viene fuori quella che noi chiamiamo la perversione, un rapporto distorto con la realtà, un rapporto distorto nelle relazioni. O allo stesso tempo, se la filia, che è l'amore di amicizia, se diventa utilitarismo, cioè io faccio un favore a te, tu fai un favore a me, non è più qualcosa che può salvarci, ma può diventare una trappola per ciascuno di noi. Cadere in quest'utilitarismo significa usare l'altro, lasciarsi usare vicendevolmente e noi pensiamo che questo sia amore, ma amore non è. Allora, c'è una maniera positiva di parlare dell'amicizia, dell'amore di filia? E poi l'Agape, che tutti noi almeno da catechismo sappiamo essere la definizione più più interessante di Dio, cioè l'amore di Dio è un amore agapico, che significa che è un amore che dà tutto se stesso. Il mondo, in realtà, non legge questo come un affare, ma lo legge come una perdita, cioè perdere. Amare a fondo perduto non appare agli occhi del mondo come una cosa buona. Invece Cristo ci ha insegnato che proprio attraverso questo amore accade la salvezza della nostra vita, ma non nell'aldilà, nell'aldiquà. Cioè, una persona che comincia a vivere la donazione di sé, comincia a sperimentare gioia e felicità adesso, non dopo. È perché tante volte noi pensiamo che, ah, beh, qui dobbiamo fare sacrifici, poi avremo la vita eterna dove goderemo, no? Guardate, la vita eterna è una questione del presente, non una questione del domani. E finché noi non capiamo che il Signore ci ha donato la vita eterna adesso, non capiamo nemmeno come poter godere della vita eterna adesso, in questo momento della nostra vita, perché è questo quello che ci interessa. E poi un'altra premessa che vorrei fare è che quando San Giovanni deve parlare di Dio, come si fa a parlare di Dio? Come fai a racchiudere Dio in una definizione? Come fai a dire che cos'è Dio, chi è Dio? Giovanni usa un'espressione bellissima che può sembrare una espressione sdolcinata, ma in realtà sta dicendo forse la verità più più bella di Dio, dice "Dio è amore". Quindi, tutte le volte che noi facciamo esperienza di amore, stiamo facendo esperienza di Dio. E quindi noi oggi stiamo parlando di amore, in fondo stiamo parlando di Dio. Ma Dio non è una cosa che capisci, ma una cosa che puoi vivere. Non è una cosa che entra dentro la tua testa, ma è qualcosa che può attraversare la tua vita. Non è una cosa che puoi possedere come una formula, ma è qualcosa invece che ti può sospingere in avanti, può motivare la tua vita. E questo, penso che tutti noi ne facciamo esperienza, no? Quando c'è amore dentro una vita, la vita funziona in un certo modo. Quando non c'è l'amore, la vita si ammala. Questo è in generale per tutti, non c'è bisogno di avere il dono della fede per capire questo meccanismo. Basta osservare noi stessi per renderci conto che è così per ciascuno di noi. Allora, solo questa premessa era per dire che questa mattina cercherò di parlare singolarmente di ciascuno di questi elementi dell'amore, usando un po' la parola di Dio e poi cercando di calarlo dentro la nostra vita, cercando di dire perché questa cosa è interessante per la nostra vita, per la nostra storia. O come questo si potrebbe poi ritrovare nelle dinamiche vocazionali di ciascuno di noi. Magari la famiglia, o se uno non ha una famiglia, in quello che sta vivendo in questo momento, perché l'amore non è sem una cosa riservata soltanto a una vocazione. L'amore è la vocazione universale a cui tutti noi siamo chiamati. Cioè, noi siamo nati per per amare, e quando noi non amiamo, c'è un problema vocazionale dentro la nostra vita. Tant'è vero che, quando una persona deve farsi una domanda di che cosa deve fare nella vita, in realtà si sta facendo una domanda sull'amore, cioè che cosa devo amare nella mia vita, o in che cosa mi sento più amato nella mia vita. Uno trova la propria vocazione quando trova il modo giusto di amare e di lasciarsi amare. Quindi non vi confondete pensando che la vocazione sia semplicemente fare il prete o sposarsi o fare l'ingegnere o o fare il letturbino o partire missionario oppure andare in un monastero di clausura, quelle sono cose da fare. La vera domanda vocazionale è se ho trovato qualcosa nella vita che mi aiuta ad amare e a lasciarmi amare. Se l'ho trovato in un matrimonio, allora quella è la mia vocazione, se l'ho trovato in un monastero, quella è la mia vocazione, se l'ho trovato partendo in missione, quella è la mia vocazione, se l'ho trovato facendo il medico, quella è la mia vocazione. Insomma, è è la parte esterna, quella. La cosa più interessante non è dire posso dire di fare qualcosa nella vita, anch'io ho una famiglia. Ma che senso ha che hai una famiglia ma non hai capito che cosa nascondeva una vocazione? Che senso ha che sei partito in missione ma non hai capito che cosa nascondeva o meno quella vocazione? È sempre vocazione all'amore, ad amare e a lasciarci amare. Detto questo, partiamo da dalla base, cioè da quella che noi conosciamo come il primo grado dell'amore, la prima esperienza dell'amore. Il primo grado primordiale dell'amore, che è l'eros. Se noi dovessimo usare un'immagine, dovremmo dire che l'eros è amore per se stessi. E voi sapete che l'amore per se stessi può diventare egoismo, può diventare narcisismo, può diventare chiusura, insomma, può creare tantissimi problemi. Ma è un amore che guarda a sé, un amore che ha al centro il proprio io. In realtà questa non è una cosa negativa in sé, perché come dicevamo questa mattina, durante la messa, uno dei doni più importanti che il Signore ci ha fatto, quando ha creato il mondo e quando ha creato l'umanità, è la diversità. Che cosa significa che siamo diversi? Che ognuno di noi è unico, è irripetibile. Uno dei problemi fondamentali nella vita delle persone è che noi facciamo fatica ad accettare la nostra diversità. Facciamo fatica ad accettare di essere unici. Noi vorremmo essere sempre come qualcuno che guardiamo, vorremmo adeguarci a quello che a noi sembra il modello più vincente intorno a noi. Soprattutto nell'epoca adolescenziale si hanno dei modelli a cui ci si ispira, no? Man mano noi vorremmo diventare come queste persone, ma le persone maturano quando capiscono che loro sono uniche e irripetibili, che loro sono portatrici di una diversità che è un affare, non è una cosa brutta. Il problema è che l'unicità non si manifesta soltanto nei lati positivi, ma si manifesta soprattutto nei difetti. Uso un'immagine, così ci capiamo bene. Se io avessi davanti ehm un oggetto, ad esempio come quella quel portacaramelle. Quel portacaramelle è fatto in un'azienda e quindi è seriale, significa che ognuno di quel portacaramelle è unico, non è unico, è uguale all'altro, non ha niente di diverso dall'altro, non è difforme in nulla. Qual è la differenza tra un oggetto nato in una fabbrica e un oggetto artigianale? L'oggetto nato in una fabbrica è sempre uguale e identico. L'oggetto artigianale, invece, è un pezzo unico. E che cos'è che rende un oggetto artigianale un oggetto unico? I difetti. Cioè, un oggetto più è segnato, più è difettoso, più significa che è artigianale, più significa che è un pezzo unico. Tante volte noi non so se abbiamo fatto l'esperienza di leggere in questo modo i nostri difetti, di leggere in questo modo quelli che sono ehm quelle storture della nostra vita dove noi facciamo l'esperienza di non sentirci accettati o di sentirci feriti proprio perché ci sono quei difetti. Noi non sappiamo guardare con amore la nostra unicità. Noi non riusciamo a fare pace con la nostra diversità. Il primo grado dell'amore è proprio l'esperienza, invece, di riconciliarsi con se stessi, riconciliarsi con i propri difetti, riconciliarsi con la propria unicità. Ora, ho fatto un esempio molto molto astratto usando un oggetto. Ma quando io parlo di difetti e di cose uniche che toccano la nostra vita, in realtà, io sto parlando di cose che a volte ci hanno fatto anche del male. Ad esempio, se io ho una ferita e questa ferita mi rende unico, perché è è un difetto dentro la mia vita, è una mancanza. Questa ferita l'ho ricevuta, l'ho ricevuta magari nella mia famiglia, nella mia storia, l'ho ricevuta in quello che mi è accaduto. Io non la vorrei. Se tornassi indietro, vorrei cancellare tutto questo. E quindi passo molta parte della mia vita ad essere arrabbiato perché è successa questa cosa che mi ha lasciato questo difetto, che mi ha lasciato questa mancanza. Cioè il mio sguardo non è in avanti, è indietro. Ecco, quando noi abbiamo sempre uno sguardo indietro, perché siamo arrabbiati, perché non abbiamo accettato la nostra stortura, il nostro difetto, la nostra ferita, quello che ci è accaduto, non riusciamo mai a crescere nell'amore. Cioè, rimaniamo sempre a un amore erotico, perché in fondo il nostro io non è un io risolto. E anche quando ci mettiamo a voler bene a qualcuno, vogliamo che qualcuno dia conferme al nostro io, cioè lo pieghiamo a noi stessi. Non ci interessano veramente gli altri. Sembra che l'argomento più interessante siano sempre io, la mia storia, quello che mi è successo, quello che mi ha ferito, quello che mi ha segnato, quello che mi ha reso unico. Questo sguardo retroattivo non ci fa mai crescere nell'amore. In questo senso, vedete, mi piacerebbe dirvi che questi sono problemi che una volta che si risolvono non si ripresentano più. Invece, basta leggere l'Antico Testamento per accorgerci che cosa. Che, ad esempio, se noi volessimo avere un'immagine di di amore erotico, cioè di un amore che ci imprigiona, che ci rende schiavi, noi dobbiamo pensare a quello che succede al popolo di Israele in Egitto. Vive l'oppressione e a un certo punto Mosè tira fuori il popolo d'Egitto, il popolo dall'Egitto, il popolo di Israele, lo tira fuori da lì, lo fa passare attraverso il Mar Rosso e potremmo dire, ah, finalmente ci si è liberati da questa schiavitù. Più o meno. I 40 anni successivi, il popolo di Israele ogni volta che incontra una difficoltà, lo sapete cosa fa? Pensa all'Egitto, come stavamo bene quando eravamo in quella situazione. Sembra quasi che per tutta la vita noi dobbiamo sempre lottare con le stesse cose. E anche quando le abbiamo risolte, non significa che sono concluse, significa semplicemente che per oggi sono concluse. Ma quando si ripresenteranno, dobbiamo di nuovo affrontarle, dobbiamo di nuovo venirne fuori. Quindi, vedete l'ambiguità di questa cosa. Noi non possiamo non accettare nella vita l'amore erotico perché l'amore erotico dice l'amore per la nostra unicità. Ma la nostra unicità può diventare una trappola, può diventare un modo per rimanere prigionieri del nostro io e non farci mai andare avanti. Ancora una volta, se se vi leggete l'Antico Testamento, ma anche il nuovo, ma soprattutto nelle storie dell'Antico Testamento, vi accorgerete che Dio ha una predilezione per i diversi. Cioè Dio si va a cercare le persone che sono profondamente segnate, diciamo così, dalla loro unicità. Un esempio, un esempio classico che a me viene spesso in mente di fare quando devo spiegare la diversità, eh Davide, il re Davide. Quando Samuele, che è il profeta Samuele, viene mandato da Dio a Betlemme, nella famiglia di Jesse, a cercare il nuovo re di Israele, perché Saul ha tradito Dio e Dio ha rotto l'alleanza con Saul, allora Dio manda Samuele a cercare il nuovo re. Quando entra in casa di Jesse, la prima cosa che attira gli occhi di Samuele è il primogenito di Jesse. Che sarà stato un ragazzo bello, alto, possente. Allora dice Samuele certamente adesso mi trovo davanti al nuovo re, è lui il nuovo re. E il Signore dice "No, no, ti sei sbagliato". L'uomo, dice, guarda l'apparenza, Dio guarda il cuore. E man mano si mette a cercare, non è il primogenito, non è il secondogenito, non è il terzogenito e tutta la tutti i figli di di Jesse sono passati in rassegna per cercare il nuovo re di Israele. Ma nessuno di questi, almeno di quelli che era in casa, è il prescelto di Dio, finché Jesse non svela che il più piccolo si trova a pascolare il gregge. È la descrizione che fa il il il racconto biblico è questa, che questo ragazzino è diverso, ad esempio, ha i capelli rossi, non è come gli altri. Anche fisicamente si porta addosso una diversità. È il più piccolo, quasi quello più scartato della famiglia, è quello che si porta anche fisicamente qualcosa che lo rende difforme da tutti gli altri della famiglia, Dio va a scegliere esattamente quest'uomo. Oppure se deve scegliere una persona per liberare il Israele dall'Egitto, va a prendersi un uomo che ha una profonda ferita d'abbandono, perché è stato abbandonato. Quando era piccolo, cioè Mosè, che è balbuziente, che ha un caratteraccio che l'ha portato in età adolescenziale, giovanile, a uccidere una persona, che è incapace di prendersi le proprie responsabilità, perché se ne scappa. Che deve fare costantemente i conti con la propria storia, col proprio passato, con la propria insicurezza. Quando Dio si presenta a dargli la vocazione che deve liberare il popolo di Israele, Mosè non non dice, ah, che bello, hai scelto me. Tenta in tutti i modi di di vincolarsi. Eppure Dio ha scelto quest'uomo, ha scelto la diversità di quest'uomo, l'unicità di questo di quest'uomo. Allora, questa è la prima domanda che vorrei lasciarvi. Che rapporto abbiamo con la nostra unicità? Che rapporto abbiamo con la nostra diversità? Ci siamo riconciliati, o comunque, abbiamo mai intrapreso un percorso di riconciliazione con la nostra unicità, con la nostra diversità? Qualcuno potrebbe domandare, come faccio a capire se l'ho fatto o se non l'ho fatto? C'è un un sintomo generale che che ci rivela se noi abbiamo fatto o meno questo lavoro. È quanto sopportiamo o no la diversità degli altri? Quando giudichiamo troppo gli altri, soprattutto i difetti degli altri, soprattutto le cose che non corrispondono alle nostre aspettative, questo non significa che è l'altro che ha un problema. Questo rivela che io ho un problema, io non mi sono riconciliato con la mia diversità, per questo non accetto quella degli altri. Quando una persona, invece, si è riconciliata con la propria diversità, riesce ad accogliere anche la diversità dell'altro. Quindi non basta che tu ti metti seduto su una sedia e rifletti se sei accettato o meno la tua storia. Devi più che altro riflettere come ti rapporti con gli altri, che cosa scatta dentro di te quando l'altro ti mostra i suoi difetti, quando l'altro ti dimostra la sua unicità, quando l'altro soprattutto ti delude, perché fa delle cose fuori dalle tue aspettative. Fa delle cose che tu non vorresti che questa persona facesse, e invece si comporta in quel modo. Da come tu reagisci si capisce se hai accettato o meno la tua storia e la tua unicità. Ehm Questo è interessante, perché finché noi non entriamo in questo percorso di riconciliazione con noi stessi, l'eros domina dentro la nostra vita. E anche quando l'eros si manifesta, perché questo è soltanto un piccolissimo pezzettino il fatto che l'eros si manifesti in termini affettivo-sessuali. Ma l'eros prende tutta la vita, cioè tutti gli ambiti della vita. Noi possiamo vivere male il rapporto con noi stessi e e possiamo ritrovare soltanto in questo pezzettino, no, dell'affettività un sintomo che siamo rimasti bloccati in quella fase e non siamo venuti fuori. Ehm Questo dovrebbe essere un percorso che le persone dovrebbero vivere naturalmente nella propria vita, man mano che crescono. Ad esempio, dovremmo uscire dalla fase erotica più o meno nell'età adolescenziale, giovanile, dico dovremmo perché poi questo ognuno di noi sa a che punto si trova e su che cosa deve lavorare sempre con se stesso. E ad esempio, chi c'ha figli o comunque se tu non hai dei figli o hai delle persone che ti sono affidate, metti queste persone nelle condizioni di sentirsi amati e accettati nella propria diversità? Perché le persone accolgono la propria diversità, soprattutto quando la accolgono nello sguardo degli altri. Se l'altro mi guarda amandomi come sono, per me è facile riconciliarmi con ciò che sono. Se l'altro mi guarda con giudizio, per me è molto difficile riconciliarmi con ciò che sono. Si capisce questa dinamica? Bene. E questo succede in tanti modi, succede nelle famiglie, ma succede nelle relazioni familiari e amicali. Succede negli ambienti di lavoro, succede nelle comunità in generale, con che sguardo sono guardato dall'altro? Quindi, quando tu vuoi aiutare qualcuno a venir fuori dal proprio io, devi sempre donargli uno sguardo benedicente, mai uno sguardo giudicante. Ciò non significa che noi dobbiamo assecondare le persone che abbiamo di fronte nei loro difetti, perché dobbiamo aiutarle anche a crescere rispetto a questo. Però per crescere bisogna accettarsi. E se non ci si accetta, non si può nemmeno crescere. Quindi, punto numero uno, non parliamo male dell'Eros. L'Eros è una cosa buona perché dice che tutti siamo unici e irripetibili. Quando Gesù deve dare il comandamento, quando il comandamento che fa da sintesi a tutti i 613 precetti che Israele doveva rispettare. Vi ricordate, è interrogato da uno scriba, gli dice "Qual è il più importante comandamento?" E Gesù dice amare Dio con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze, dice, è amare il prossimo come se stessi. Eh, ma tu puoi amare il prossimo come te stesso, se tu ami te stesso. Se tu non ami te stesso, non puoi nemmeno amare il prossimo. Capite che diventa un cane che si morde la coda, se una persona non ha amore per sé. Adesso dirò una cosa che spero che nessuno di voi la legga come eretica. Ma il primo modo che Dio ha di amarmi sono io. Il primo modo. Se io non mi presto a questo amore, divento di impedimento a tutti gli altri modi che Dio si inventerà per amarmi. Se io non mi amo, tolgo a Dio la possibilità di amarmi. Quindi, nell'amore a me, c'è una già una manifestazione di Dio. Nell'amore a me stesso, io faccio l'esperienza di un Dio che mi sta amando. Voglio farvi un esempio molto concreto e magari spaziando e non toccando semplicemente l'elemento dell'amore, no? Immaginate che io devo arrivare da qui al cancello. E dico Signore, aiutami. Allora mi immagino che il Signore mi manderà degli angeli a prendermi in braccio e a portarmi fino al cancello e dirò, adesso sì che Dio mi ama, ha mandato degli angeli a portarmi fino al cancello. Ma il Signore mi ha dato delle gambe. E il Signore mi ha dato la forza per muoverle queste gambe. Mi ha dato qualcosa che ho io. E quindi il fatto di arrivare al cancello è un aiuto di Dio, ma che passa attraverso il miracolo del mio possibile. Se io non faccio il mio possibile, non posso nemmeno domandare al Signore l'impossibile. Dio agisce in maniera impossibile solo dopo che noi abbiamo fatto il nostro possibile. Quindi, è inutile che diciamo Signore, quanto vorrei che gli altri mi amassero, quanto vorrei sentire il tuo amore e il Signore ti guarda e ti dice "Sì, ma tu ti ami?" Cioè, hai fatto il tuo possibile per amarti? Hai capito che quello è il punto di partenza? Perché se non fai il tuo possibile, la proporzione tra il nostro possibile e le cose da fare, ricordatevi è sempre quella della moltiplicazione dei pani e dei pesci. 15.000 persone, cinque pani e due pesci, cioè, c'è una grandissima sproporzione. Eh, ma il Signore dice, innanzitutto datemi il vostro possibile, cinque pani e due pesci, poi facciamo anche i miracoli. Ma prima di tutto quello che io ho. Ecco, quando una persona deve amarsi, significa che deve educarsi al possibile. Se tu non sei educato al possibile, non puoi passare allo step successivo. Seconda, diciamo così, seconda sollecitazione che ci viene dall'esperienza dell'amore, non è più l'eros questa volta, ma è un'altra parola. È la filia, che significa l'amore di amicizia. Filia significa amicizia. In che cosa consiste l'amore di amicizia? Nell'esperienza di amare ed essere amati. Cioè, se dovessimo usare una parola, così come abbiamo fatto con l'eros, eros l'abbiamo collegato alla parola unicità. Alla filia dobbiamo collegare un'altra parola che è la reciprocità. Questa è un'altra fase importante della nostra vita. Ad esempio, non è scontato che un marito e una moglie siano amici. E quando un marito e una moglie non sono amici, è un problema. Cioè, quando non c'è reciprocità in una coppia, è un problema molto serio, perché significa che tutto grava solo su una persona.

[26:07]O su nessuno. Quando in un'amicizia solo una persona si impegna nell'amore, lì non c'è amicizia. Quando in un rapporto soltanto uno dà qualcosa, lì non c'è vera amicizia. Una delle immagini più belle che Dio ha usato per parlare del rapporto tra noi e lui, vi ricordate che cosa dice Gesù nel Vangelo di Giovanni. Voi non siete più servi, dice, ma amici. Perché tutto quello che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi. Se Gesù è diventato uno che noi possiamo definire nostro amico, significa che vuole costruire con noi un rapporto di reciprocità. Io voglio bene a lui e lui vuole bene a me. Ora, faccio un esempio che molto probabilmente nessuno di voi si ritroverà nell'esempio che sto per dirvi, però lo dico, eh, lo dico in generale. Quando noi preghiamo, per esempio, nella preghiera c'è reciprocità. Molto spesso noi preghiamo e stiamo pensando a noi, non pensiamo a lui. Quando ci rivolgiamo a Dio, abbiamo sempre in mente un nostro bisogno. Un un una nostra necessità. A noi, per esempio, non ci interessa la gioia di Gesù o la sofferenza di Gesù. A noi ci interessa molto la nostra gioia, la nostra sofferenza e Dio deve piegarsi alla mia gioia, alla mia sofferenza. Quando, ad esempio, questo nella vita spirituale accade in questo modo, è un problema molto serio, perché significa che con con Gesù, con Dio, noi non siamo ancora amici, abbiamo ancora un rapporto utilitarista, cioè. Io faccio il servo fedele, eh, ti pago, mi comporto bene, obbedisco a tutto. L'importante è che tu mi fai le grazie che io mi aspetto. Ma questo è un rapporto servile, non è un rapporto di amicizia. Rapporto di amicizia è un rapporto alla pari, in cui tu sei di fronte all'altro. A me piace citare sempre una frase di Santa Caterina. In realtà è una frase di Gesù detta a Santa Caterina, perché secondo me racchiude bene il significato della reciprocità. A un certo punto Gesù dice a Caterina "Caterina, tu pensa a me e io penso a te". Ora, immaginate, dice, perché sto andando a pregare? Per Gesù, perché sto pensando a lui, perché sono certo che lui sta pensando a me, quindi non c'è bisogno che io mi impegni a convincerlo di qualcosa nella mia vita. Il Signore è già convinto di questa cosa. Quando tu ami e chi di voi ha ha fatto questa esperienza nella vita o vocazionalmente perché ha dei figli o semplicemente perché ha ha voluto seriamente bene a qualcuno, si accorge di che cosa, di di un elemento molto semplice, che quando tu ami, non hai più tu la priorità. Ce l'ha sempre la persona che ami. E questa non è una cosa brutta. Se una mamma o un papà fanno un viaggio e devono fermarsi in un'area di servizio, ok? La prima preoccupazione è se i figli devono andare al bagno e se i figli hanno bisogno di bere o di mangiare qualcosa, poi pensano a se stessi. E questa roba non è abnegazione, questo è amore. L'amore significa che il mio la mia prima preoccupazione sei tu, poi vengo io. È così che funziona la reciprocità. Capite che noi dovremmo dire al Signore, come ci insegna Gesù nel Padre nostro, sia fatta la tua volontà, venga il tuo regno. Poi, dacci il pane quotidiano e liberaci dal male. Ma innanzitutto sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà. Signore, prima tu, poi io. Perché siamo certi che lui ha fatto così con ciascuno di noi, ha detto a ognuno di noi, prima tu e poi io. Cioè, il primo che si è messo a lavare i piedi è stato lui, non noi. Il primo che ci ha insegnato che cos'è la reciprocità è Gesù. Quindi, quando cerca di spiegare questo ai suoi discepoli, dice "Dite bene che io sono maestro e che io sono il maestro", dice, "Mi sono tolto le vesti, mi sono messo un grembiule e mi sono messo a lavare i piedi a ciascuno di voi". Anche voi dovete amarvi così gli uni gli altri. Ad esempio, in un rapporto di coppia, c'è reciprocità, cioè, quando mi sveglio la mattina, la mia prima preoccupazione è la gioia dell'altro, è la santità dell'altro, è la felicità dell'altro. O è la mia in cui l'altro deve adeguarsi ai miei bisogni, alla mia felicità, alle mie aspettative, cioè noi facciamo questa esperienza di reciprocità, di esserci, cioè decentrati. Guardate che finché una persona non impara a decentrarsi, non ha scoperto ancora questa questa seconda fase dell'amore. Ed è proprio nell'adolescenza, nell'età giovane che avviene questo. Attraverso i primi innamoramenti, quando una persona comincia a innamorarsi, a perdere la testa per qualcuno, comincia a capire che cos'è l'amore, perché? Perché l'altra persona di cui sei innamorato, prende completamente la sua attenzione. Non gli interessa più se stesso, gli interessa quell'altra persona che diventa il suo tutto, anche eccessivamente in alcuni casi, no? Però è interessante perché finalmente tu hai potuto conoscere l'amore, perché hai trovato qualcosa che ti ha decentrato, che ti ha fatto togliere dal centro. Non sei più tu al centro, non sei più tu la cosa più importante, è diventato un altro. Hai conosciuto l'amore, questa è la filia, questa è l'amicizia. Ehm Vedete che ognuno di noi deve poter crescere in questa dinamica, cioè deve poter crescere nel domandarsi se lui si è mai decentrato. A volte, in alcuni rapporti di coppia difficoltosi, basta parlare con ciascuno di di del del del della coppia e ognuno sa perfettamente che cosa dovrebbe fare l'altro per far funzionare la coppia. Sa perfettamente, cioè ce l'ha chiaro, ma il punto di partenza non è mai cosa io posso fare, ma cosa l'altro dovrebbe fare per far funzionare la coppia. In questo caso, vedete, ognuno è concentrato su di sé. Anche in un'amicizia succede così, eh, succede un dissidio. Da dove nasce il perdono? Da dove nasce il fatto di ripartire insieme, anche soprattutto quando si sono incontrate delle difficoltà. Quando tu litighi con un amico e non ti chiarisci, non è vero che non ti chiarisci, tu ti chiarisci, ma lo fai da solo nella tua testa. E più ci pensi, più ti chiarisci la situazione nella tua testa, più cresce la tua ragione, più non ti viene voglia di telefonare a quella persona. E immaginate che dall'altra parte c'è una persona che fa la stessa cosa. Questo è tipico del demonio, eh. Il demonio per dividerci la prima cosa che deve far rovinare tra noi è la comunicazione, il non parlarci. Perché se invece uno parlasse, molti castelli che ci siamo costruiti nella testa crollerebbero. E uno si accorgerebbe subito che l'amore, attenzione che sto per dirvi una cosa importante rispetto alla reciprocità. L'amore consiste sempre nel fare il primo passo. Io. Cedere, permettere all'altro, eh, di avere una precedenza. È un atto contro il nostro orgoglio, contro la nostra superbia. Tutta l'esperienza biblica, tutta l'esperienza del Vangelo ci insegna un po' questa reciprocità. Nell'Antico Testamento Dio con Israele ha un rapporto di alleanza, di amicizia. E poi Gesù costruisce questo lui con le persone che incontra, con le persone che conosce. Ad esempio, si lascia ospitare a casa delle persone, si lascia ungere i piedi dalle lacrime di quella donna, si lascia voler bene dalle persone che incontra, si lascia toccare dai peccatori. Non è uno che dice, ah, mi dispiace, io posso solo darti. No, si mette nella condizione anche di ricevere. Guardate, questo credo che sia importantissimo perché soltanto chi ha fatto l'esperienza della reciprocità può fare quell'ulteriore passo che ci porta all'Agape, che è il terzo livello dell'amore. Ehm un ultimo esempio, ehm, in questo periodo nella chiesa si sta facendo una grande riflessione su una parola strana, no? La parola sinodalità. E tante volte quando si pensa alla sinodalità c'è questo grande fraintendimento, cioè la gente pensa che la chiesa che riflette sulla sinodalità è come se sta trovando forme alternative di governo della chiesa in cui, ad esempio, decidiamo le cose per maggioranza o minoranza, ma questo non è la sinodalità. La sinodalità è rimettere al centro una delle verità più profonde che ci ha insegnato tutta la nostra esperienza di fede, che noi da soli non andiamo da nessuna parte. Nessuno di noi, neppure il Papa da solo va da nessuna parte, nessuno dei grandi patriarchi dell'Antico Testamento da solo può andare da qualche parte, nessuno dei profeti, neppure Gesù. Tutti noi abbiamo sempre bisogno di qualcun altro. Prima vi ho citato Mosè, no? Chi è che aiuta Mosè nel suo compito? Aronne e Maria, Giosuè, ha intorno a sé delle relazioni che lo aiutano. Chi ha Gesù intorno a sé? Pietro, Giacomo e Giovanni. Chi ha Paolo? Ha Barnaba, ha Marco. Chi ha Pietro? Vedete, potrei prendere ciascuno dei personaggi e dirvi, ognuno di loro non è solo lui, è sempre un circuito di relazioni. Chi ha Maria? Giuseppe. Chi ha Giuseppe? Maria e Gesù. Cioè, ognuno di noi deve sempre dire che senza delle relazioni, senza cioè questa esperienza di reciprocità, di cui noi facciamo esperienza nella vita concreta, non andiamo da nessuna parte. Quindi è molto sbagliato immaginare noi stessi come degli eroi solitari che devono raggiungere una meta importante. Questa è un'atteggiamento individualista. E a volte noi abbiamo costruito delle famiglie dove ognuno è rimasto individualista. Cioè, non abbiamo capito che noi abbiamo bisogno dell'altro per poter realizzare noi stessi. E quindi l'altro, anche quando ci fa arrabbiare, ci fa stancare, è un affare. Non è un impedimento.

[37:38]Che cosa vuole invece convincerci il demonio? Che l'altro invece è l'impedimento alla realizzazione di me stesso. Vi faccio un esempio biblico e poi ve lo porto nella vita concreta. Quando Dio crea Adamo ed Eva e poi tutta sta storia che tutti ben conosciamo, no? A un certo punto Adamo ed Eva generano un figlio, Caino. Caino è l'unico che può dire di essere davvero l'unico figlio al mondo, perché in quel momento esiste solo lui. Non c'è nessuno, è l'unico. Eh, ma sta arrivando qualcuno che gli rovinerà questo questo primato di essere unico, il fratello Abele. Quando nasce Abele, Caino non è più l'unico. E questo, in realtà, dovrebbe essere una grazia per lui, cioè il fatto di aver trovato finalmente una relazione che può salvarlo da questa chiusura. Ma invece, sapete come percepisce il fratello? Come un nemico, fino al punto di ucciderlo. E lo uccide, veramente lo uccide. È drammatica come cosa, no? Pensate un po', se questa sindrome di Caino si insinua dentro la nostra testa e cominciamo a pensare che se io sono infelice, che se io nella vita non mi sono realizzato, che se io sto vivendo queste difficoltà, la colpa è tua. E che se io mi liberassi di te, sarei veramente felice. E quindi cominciamo a covare odio e rancore nei confronti di qualcuno. Odio e rancore nei confronti di un marito, di una moglie, di un amico, di una di un confratello, di una consorella, di un superiore, di un inferiore, metteteci quello che volete. Cominciamo a pensare che se siamo infelici, la colpa è di Caino che ti dice, uccidi e allora sarai felice. Non è così. L'altro, anche nei suoi difetti, nelle sue nelle nelle cose che non ci piacciono, è sempre una grazia per ciascuno di noi. Ad esempio, Abele aiuta Caino a ridimensionarsi. Perché senza Abele, Caino avrebbe sofferto per tutta la sua vita, sapete di cosa? Di delirio di onnipotenza. Queste terribili, le persone che credono di essere Dio, sono un problema molto serio per se stessi e per gli altri. Quindi certe volte la vita ti fa inciampare per dire amico, amica, non sei Dio. Esiste anche il resto del mondo. Ah, finalmente qualcosa che mi ha ridimensionato. Certo, quando queste cose capitano nella vita, non le prendiamo con gioia, sono sempre una frustrazione. Però sono una frustrazione che produce qualcosa di importante nella nostra vita. Gesù stesso non fa l'eroe solitario, crea intorno a sé una compagnia di persone, si mette in delle relazioni. Allora, chi di noi può fare a meno delle relazioni? Chi di noi può fare a meno della reciprocità? Nessuno. Fratelli, ricordatevi questa cosa, senza amici non si va da nessuna parte. Se io non trovo amicizia vocazionalmente nelle cose che faccio, non vado da nessuna parte in una famiglia, in una vocazione, in un'esperienza, in un lavoro. Sono gli amici il motore del mondo, perché è in quei rapporti che io trovo l'esperienza dell'amore che mi fa andare avanti, che io tocco Dio. Quindi, primo luogo dove noi tocchiamo Dio, l'amore a noi stessi e alla nostra unicità. Secondo luogo dove noi incontriamo Dio, gli altri, soprattutto nella dinamica della reciprocità. Terzo e ultimo aspetto che è l'amore agapico. Ora, questa parola difficile, che cosa nasconde? Per ognuna noi abbiamo trovato un corrispettivo, no? Unicità, reciprocità. Ecco, questa terza, questo terzo livello dell'amore è collegato alla parola dono di sé. Una persona è matura nell'amore quando arriva alla donazione di sé. Finché tu non arrivi al dono di te stesso, non sei ancora arrivato all'amore agapico. È il dono implica la gratuità. Attenti, perché qua certe volte diciamo io mi sono donato tanto alla mia famiglia e questo è il risultato. Ah, aspetta, se tu ti aspettavi un risultato, non era proprio gratuito il dono, stavi aspettando la ricompensa. E certe volte tu ami qualcuno e non manco ti viene detto grazie, eh. Ma chi arriva a questo livello di amore, non si sente sminuito nell'amore perché non non ha il contraccambio, perché il suo amore è un dono, cioè è gratuito. I doni interessati, invece, sono moneta. Ti regalo, ti do €100, così tu mi dai. Ti do il mio tempo, così tu mi dai. Siamo ancora nella reciprocità, non siamo arrivati ancora, invece, al dono di noi stessi. Ma sapete chi può donare se stesso? Soltanto una persona che è libera. Cioè, una persona è talmente tanto libera che può anche disporre di se stesso così, come un patrimonio a perdere. Può prendere se stesso e dire, ecco, amo gratuitamente, mi dono gratuitamente. Donare la vita, perché dovrebbe essere una cosa buona?

[43:48]Perché Gesù dice a un certo punto che c'è più gioia nel donare che nel ricevere, cioè l'affare del dono di sé, ha come contropartita la gioia.

[44:19]Non è semplicemente, come devo dirvi, una ricompensa che è la ricompensa che può darti l'altro. È amare in un modo tale che, per il fatto stesso che tu ami in quel modo, avverti una gioia immensa, la gioia di donarti. E ve lo ripeto, il mondo non ci educa a questa cosa, eh. Il mondo ci educa in un altro modo. Ci dice che se vuoi essere felice, devi prendere. E Gesù invece dice se vuoi essere felice, devi donare. E ci sono tante immagini che potremmo prendere dal Vangelo per aiutare a declinare la parola gratuità. Ad esempio, non sappia la destra ciò che fa la sinistra. Sapete cosa significa? Che se tu devi fare qualcosa per amore di qualcun altro, non farlo mai facendoti vedere. Cerca sempre il nascondimento. Fallo senza che gli altri se ne accorgano, nemmeno la persona interessata, lì dove puoi, ovviamente, poi ci sono delle cose che l'altro se ne accorge. Fare le cose con il nascondimento. Fare le cose senza aspettarsi niente in contraccambio. Gesù usa questa categoria, dice, dite siamo servi inutili, abbiamo fatto solo e soltanto quello che dovevamo fare. Sapete perché noi possiamo permetterci di dire questa cosa? Perché la nostra ricompensa non ce la può dare un uomo, una donna o una situazione, ma il Signore stesso. Quando tu ami in quel modo, Dio rende la tua vita piena. Avete mai fatto almeno una volta nella vita un'esperienza di pienezza? Nell'esperienza di pienezza, che è una cosa diversa dalla sazietà, eh. La sazietà finisce e hai di nuovo fame e sete. La pienezza è una roba talmente tanto potente che tu non puoi fare a meno di donarti, perché altrimenti scoppi. Devi per forza farlo. È più forte di te, è un amore talmente tanto grande che non riesci a tenere prigioniero dentro di te. Questa è la pienezza, e più ti doni, più sei felice. Più lo fai gratuitamente, più aumenta la gioia dentro la tua vita. Il nostro mondo, vedete, amici, è malato, malato di tristezza e di infelicità. Perché il nostro mondo non ha conosciuto questo amore. Eppure Gesù ci aveva dato un'unica, un'unica raccomandazione. Non ci ha detto "Vi riconosceranno dai campanili delle vostre delle vostre città". Vi riconosceranno dai proclami che farete, vi riconosceranno dal catechismo della chiesa cattolica, vi riconosceranno dai bei canti che fate, vi riconosceranno. No, l'unica cosa che ci dice è "Vi riconosceranno da come vi amerete". Quando vai in un posto e vedi delle persone che si amano così, tu dici "Qui c'è Dio". Questo è il cristianesimo. Guardate che non dovremmo avere nessun, dice, noi siamo una famiglia cristiana e siamo una famiglia cristiana perché prima dei pasti ci facciamo il segno della croce, la domenica andiamo a messa tutti insieme e poi difendiamo questi valori. E, benissimo, questa è una questione culturale. Se tu vuoi sapere se quella è una famiglia cristiana, devi vedere la qualità dell'amore che c'è dentro quella famiglia. Ci si ama fino al punto di donare se stessi. Ecco, questo rende una famiglia cristiana. Ci si vuole bene tra amici fino a donare se stessi, quella è un'amicizia in Cristo. Questa è una mia consorella, un mio un confratello, eccetera. Noi siamo cristiani semplicemente perché portiamo un abito, un colletto, abitiamo dentro in una situazione specifica. No. È dalla qualità di come ci amiamo che dice o no se quella vocazione è cristiana o è semplicemente convivenza della peggior specie, tra l'altro. Perché a un certo punto uno si sceglie, almeno si sceglie da solo le persone con cui deve essere martirizzato, no? Tante volte, invece, ti ci ritrovi e e subisci, perché perché manca cristianesimo, manca il dono di noi stessi. Però ve lo ripeto, quelli che amano così, provano una gioia che è la vera contropartita dell'amore. Il frutto più potente dell'amore è la gioia. Quindi, dimmi che gioia hai e ti dirò che come stai amando. Quindi, osserviamo la nostra gioia e capiamo se siamo o no nel dono di noi stessi. Ecco, vi ripeto per concludere le tre domande, no, che potrebbero guidare poi la vostra riflessione dopo, dopo la mia partenza. Ehm, che rapporto ho con la mia unicità? Mi sono riconciliato o accettato questa cosa? Da che cosa mi accorgo? Dal rapporto che io ho con la diversità degli altri, con l'unicità degli altri.

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