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(Capitolo 26) Promessi Sposi: Riassunto

Letteratura Italiana - Patrick Cherif

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[0:00]Prima di continuare, ti comunico che è uscita la mia guida sui promessi sposi, grazie alla quale hai a disposizione un'analisi chiara e completa di tutti i capitoli, personaggi e temi del romanzo.
[0:00]Potrai così affrontare facilmente verifiche e interrogazioni, oltre ad avere un valido supporto per la preparazione di compiti e relazioni sull'argomento.
[0:00]Il capitolo si apre con Don Abbondio che resta in silenzio di fronte alle domande del cardinale.
[0:00]L'autore osserva che i rimproveri del cardinale Borromeo sono eccessivi, tuttavia ammette che il cardinale Borromeo faceva quanto chiedeva agli altri di fare.
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[0:00]Ciao, sono Patrick Cherif. Oggi vediamo il riassunto del capitolo 26. Prima di continuare, ti comunico che è uscita la mia guida sui promessi sposi, grazie alla quale hai a disposizione un'analisi chiara e completa di tutti i capitoli, personaggi e temi del romanzo. Potrai così affrontare facilmente verifiche e interrogazioni, oltre ad avere un valido supporto per la preparazione di compiti e relazioni sull'argomento. Trovi il link in descrizione e nel primo commento. Il capitolo si apre con Don Abbondio che resta in silenzio di fronte alle domande del cardinale. L'autore osserva che i rimproveri del cardinale Borromeo sono eccessivi, tuttavia ammette che il cardinale Borromeo faceva quanto chiedeva agli altri di fare. Il cardinale interpreta il silenzio di Don Abbondio come un segno di colpevolezza. Don Abbondio non solo ha mancato al suo dovere, ma anche messo in pericolo la vita dei suoi parrocchiani, poiché avrebbe dovuto avvertirli sul pericolo imminente. Inoltre, il cardinale ipotizza che Don Abbondio abbia anche mentito ai suoi parrocchiani. Don Abbondio, d'altra parte, resta in silenzio, dall'accusa del cardinale di non aver avvertito i suoi parrocchiani del pericolo imminente, Don Abbondio capisce che Lucia e Agnese devono probabilmente aver raccontato al cardinale anche la storia delle scuse che Don Abbondio aveva tirato fuori pur di non celebrare il matrimonio. Il cardinale, d'altra parte, interpreta il silenzio di Don Abbondio come la conferma del fatto che il curato abbia mentito. Don Abbondio pensa amaramente che il cardinale si è dimostrato pronto a perdonare l'innominato per i suoi delitti atroci. Tuttavia non è disposto a perdonare un povero curato di campagna. Allora, a quel punto, Don Abbondio chiede al cardinale che cosa avrebbe potuto fare. E il cardinale ribatte prontamente che Don Abbondio avrebbe dovuto amare, pregare e fare il suo dovere. Inoltre, Don Abbondio avrebbe potuto informare il cardinale di quanto stava accadendo. A queste parole, Don Abbondio pensa perpetua. Infatti, questi erano gli stessi identici consigli che la serva aveva dato a Don Abbondio nel capitolo 1, dopo che Don Abbondio era rientrato a casa e aveva raccontato di aver incontrato i bravi che lo avevano minacciato di non sposare Renzo e Lucia. Tuttavia, allora Don Abbondio non aveva accettato i consigli di Perpetua, in quanto lui era un vigliacco e temeva che Don Rodrigo si sarebbe prima o poi vendicato, se avesse fatto la spia raccontando il tutto al cardinale. Il cardinale prosegue dicendo che Don Abbondio è troppo attaccato alla vita. E a questo punto, Don Abbondio sbotta e dice al cardinale che lui parla in questo modo solo perché non si trova nei panni di un povero prete. Immediatamente, Don Abbondio si pente di quanto ha detto, ma il cardinale non lo rimprovera. Anzi, confessa la triste condizione della sua posizione che lo costringe a riprendere severamente i suoi sottoposti nel momento in cui sbagliano. E allora, chiede a Don Abbondio se lui, il cardinale, abbia mai commesso qualche errore. Don Abbondio, a queste parole, pensa che il cardinale sia un santo, in quanto vuole essere inquisitore di se stesso e risponde che tutti conoscono lo zelo del cardinale. Il cardinale risponde che non ha certo posto questa domanda per ottenere delle lodi, bensì perché voleva, insieme a Don Abbondio, ragionare sull'altissimo concetto della missione sacerdotale. Don Abbondio, a questo punto, pensa di non aver scampo e che ormai tutte le cose sono contro di lui. E, quasi per ripicca, racconta la storia del matrimonio a sorpresa. Il cardinale dice di essere già al corrente di questo fatto, ed infatti abbiamo visto che Lucia aveva raccontato al cardinale di aver tentato il matrimonio a sorpresa. Inoltre, il cardinale aggiunge che non è bello, non è una cosa giusta, accusare i propri parrocchiani di aver commesso un errore. E inoltre sottolinea che se i due ragazzi hanno commesso questo errore del matrimonio a sorpresa, la colpa è soltanto di Don Abbondio, poiché li ha costretti a farlo, in quanto lui non voleva celebrare il matrimonio. Inoltre, il cardinale dice che Lucia e Agnese hanno fatto benissimo a raccontargli tutta la storia, in quanto lui odia che le vittime dei soprusi siano in silenzio, perché i prepotenti è proprio questo che vogliono. Vogliono che le loro vittime non parlino e che nessuno si ribelli a loro.

[5:15]Lucia e Agnese sono semplicemente due fedeli che hanno deciso di sfogarsi e raccontare la verità al loro vescovo. E Don Abbondio, proprio per il fatto che abbiano raccontato al vescovo tutta la verità, dovrebbe amarle maggiormente. Infatti, queste persone non sono altro che deboli, indifese e bisognose di protezione. E inoltre, Don Abbondio, le deve amare maggiormente perché grazie alle loro preghiere, lui potrà riscattarsi agli occhi di Dio e ricevere perdono per aver mancato al proprio dovere. Don Abbondio resta in silenzio e riflette sulle parole del cardinale e si sente al suo interno intimamente commosso, in quanto riconosce di aver mancato agli insegnamenti del Vangelo. Vangelo che lui conosce benissimo e che però non ha seguito a causa della sua paura. In quel momento, Don Abbondio, dunque, prova rimorso, ma questo rimorso risulta subito attenuato dalla sua paura, che viene paragonata dal narratore allo stoppino umido di una candela, che viene accostato alla fiamma e che inizialmente fuma e scoppietta, per poi accendersi e ardere. Don Abbondio, dunque, non piange, non chiede perdono, tuttavia si mostra sinceramente commosso dalle parole del cardinale. Il cardinale dice che per il momento, Renzo e Lucia sono separati e lontani e che dunque Don Abbondio non può fare molto per loro. Tuttavia, dice al curato di mantenersi pronto, in quanto la provvidenza, prima o poi, gli permetterà di riscattarsi agli occhi dei due giovani. Ed ottenere così il perdono per aver mancato ai suoi doveri. E Don Abbondio promette che farà il suo dovere. A questo punto, il cardinale si scusa in parte per la durezza dei suoi rimproveri e dice che spera che Don Abbondio ripagherà la sua fiducia nel lasciarlo ancora al suo posto, nonostante abbia mancato così gravemente ai suoi doveri. Infine, esorta Don Abbondio ad avere fiducia in Dio e a riempire il suo cuore di carità. I due escono dalla chiesa, tenendo tra loro altri dialoghi, che però l'anonimo autore del manoscritto non ci riporta. Così, come tace sulle numerose opere di beneficenza che il cardinale ha fatto nel paese di Lucia e Agnese durante il suo soggiorno, com'era solito fare durante tutte le sue visite pastorali. Il mattino dopo, donna Prassede giunge alla casa di Lucia per prendere la ragazza e portarla a Milano. Lucia e Agnese piangono nel momento della separazione. Tuttavia, Agnese potrà rivedere la figlia in quanto ancora per alcuni giorni, donna Prassede resterà nella sua casa di villeggiatura che si trova vicino al villaggio del sarto. Intanto, il curato del paese del sarto giunge dal cardinale Borromeo e gli consegna un involto contenente cento scudi d'oro e una lettera, dove l'innominato spiega che quei soldi sono destinati ad Agnese, come il risarcimento per il male ricevuto, oppure per destinarli alla dote di Lucia. Inoltre, l'innominato invita alle due donne a rivolgersi a lui, qualora in futuro avessero bisogno del suo aiuto. Il cardinale manda subito a chiamare Agnese, a cui racconta quanto ha ordinato l'innominato e consegna i 100 scudi d'oro. Agnese è felicissima nel ricevere il denaro e prega il cardinale di ringraziare l'innominato. Inoltre, chiede al cardinale di mantenere il segreto su questa storia, in quanto in paese sono tutti chiacchieroni. E Agnese teme, appunto, di essere al centro dei pettegolezzi. Una volta giunta a casa, Agnese, conte e riconta le monete e goffamente cerca di riporle all'interno dell'involto. Dopodiché, le avvolge in un cencio e le ripone sotto il suo pagliericcio. Passa la giornata intera a fantasticare su quanto lei e Lucia potranno fare con quella somma. E a sera, quando va a dormire, pensa ancora alle monete e addittura arriva a sognarle. Il giorno successivo, Agnese si dirige a visitare Lucia nella casa di villeggiatura di donna Prassede. Agnese è tutta eccitata e felicissima e racconta a Lucia la vicenda dei soldi ricevuti. Ma Lucia è triste e non reagisce con entusiasmo al racconto di Agnese. La madre allora è molto stupita dalla reazione di Lucia. E allora dice alla figlia che Lucia e Renzo sono tutta la sua famiglia e che lei è disposta a seguirli, a trasferirsi con loro a Milano, dove finalmente i due giovani saranno al sicuro da Don Rodrigo. Inoltre, dice che adesso, grazie a questi soldi, sarà tutto più facile. Specie dopo che la giustizia aveva sequestrato i denari di Renzo, come abbiamo visto nel capitolo 18. Lucia è molto commossa a sentire queste parole da sua madre, a vedere che la madre è pronta a sacrificarsi per lei. E così, le racconta la storia del voto di castità. Appena Agnese apprende del voto, immediatamente vorrebbe sgridare Lucia, rimproverarla per essere stata troppo avventata. Ma Agnese cambia subito idea, quando sente il racconto a tinte fosche dell'orribile prigionia vissuta da Lucia. E inoltre, Agnese sa benissimo che il voto è una cosa sacra, ed infrangerlo, venir meno all'impegno significa subire dei castighi strani e terribili. Lucia dichiara di non voler più pensare a Renzo e prega la madre di informare il ragazzo attraverso una lettera scritta da un parente. Inoltre, chiede ad Agnese di inviare metà della somma ricevuta dall'innominato a Renzo, come risarcimento per rinunciare a lei. Agnese si dichiara pronta ad inviare questi soldi a Renzo e dice che lei in fondo non faceva grande affidamento su quella somma, che per lei non era poi così importante, dimostrandosi così in aperta contraddizione con l'atteggiamento che abbiamo visto poco prima, quando Agnese si dimostrava estremamente eccitata all'idea di avere tutto quel denaro. Inoltre, Agnese dice che Renzo avrà una ben magra consolazione da questo denaro, in quanto gli sarà chiesto di rinunciare a Lucia. A questo punto, Agnese e Lucia si separano, salutandosi affettuosamente e ripromettendosi di vedersi l'autunno seguente. Lucia, infine, prega la madre di non rivelare a nessuno la storia del voto di castità. Nei giorni seguenti, Agnese cerca di informarsi su Renzo, ma non riesce ad avere nessuna notizia sul ragazzo. Inoltre, anche nei dintorni del paese, nessuno sa niente. Anche il cardinale, come aveva promesso a Lucia e Agnese durante il loro incontro, si informa su Renzo e a tal proposito scrive una lettera in cui chiede informazioni sul ragazzo. La risposta a questa lettera, però, non gli fornisce alcuna indicazione precisa, in quanto lo scrivente comunica al cardinale che Renzo si era rifugiato nel bergamasco, nel paese del cugino Bortolo. Ma poi da lì è sparito e non si sa più nessuna notizia su di lui. E anche il cugino Bortolo ha delle informazioni confuse su dove possa essere finito Renzo. Bortolo, infatti, dice che Renzo, forse si è arruolato per combattere in Oriente, o forse si è trasferito in Germania, o forse è addittura morto cercando di guatare il fiume. Lo scrivente promette al cardinale che continuerà ad informarsi al riguardo e non appena avrà altre notizie, lo informerà. Intanto, in paese si sono sparse queste voci su Renzo e Agnese, appena le sente, ne è profondamente allarmata. La donna cerca di scoprire quale sia la verità dei fatti in mezzo a tutte queste notizie contrastanti, ma purtroppo non riesce a venirne a capo. L'autore ci dice che tutte queste notizie sono false e ci spiega come veramente stanno le cose. Il governatore dello Stato di Milano, Don Gonzalo Fernandez de Cordova, ha infatti protestato con il residente di Venezia a Milano. Ossi, con il rappresentante diplomatico di Venezia che risiede a Milano. Il governatore si è lamentato sul fatto che la Repubblica di Venezia abbia offerto protezione e ospitalità ad un eccitatore di disordini pubblici, quali, appunto, Lorenzo Tramaglino. Ma il residente risponde di non sapere nulla su questa storia, ma promette di scrivere a Venezia e informare al più presto il governatore. Intanto, l'autore ci spiega che la Repubblica di Venezia aveva nella sua politica economica tutto l'interesse ad attrarre ed accogliere nelle sue terre i lavoratori milanesi della seta, a cui offriva protezione e molti vantaggi. Così, qualcuno si dirige ad Bortolo e lo avverte del pericolo. Bortolo allora convince a Renzo ad assumere una falsa identità. E Renzo, da questo momento in poi, si chiamerà Antonio Rivolta. Dopodiché, Bortolo conduce Renzo in un filatoio non troppo lontano dal suo paese, il cui proprietario è un suo conoscente di origine milanese. Il proprietario del filatoio, dietro le raccomandazioni di Bortolo, accoglie Renzo, o, per meglio dire, Antonio Rivolta. Il proprietario è ben felice di come Antonio Rivolta lavori nel suo filatoio. Tuttavia, pensa che il ragazzo sia un po' tardo di mente, in quanto ogni volta che viene chiamato per nome, ci mette un po' di tempo prima di voltarsi e rispondere. Questo perché Renzo non si è ancora abituato ad essere chiamato Antonio. Dopo pochi giorni, il capitano di giustizia di Bergamo riceve un dispaccio da Venezia. In questo dispaccio, gli viene ordinato di fare delle ricerche su un certo Renzo Tramaglino e di ottenere delle informazioni al riguardo. Tuttavia, il dispaccio è scritto in un modo tale che il capitano di giustizia capisce che le ricerche devono dare esito negativo e che dunque lui non deve ritrovare il ragazzo. E il capitano di giustizia di Bergamo esegue questo compito alla perfezione. Una volta terminate le ricerche, scrive una lettera che, dopo una lunga trafila burocratica, giunge al governatore di Milano. Il quale apprende che di Renzo non si hanno notizie. La trafila burocratica del dispaccio è la seguente: il capitano di giustizia invia il dispaccio a Venezia, che lo invia a sua volta al residente di Venezia a Milano, che lo invia a sua volta al Gran Cancelliere, che, infine, lo fa avere al governatore di Milano. In seguito, Bortolo risponde sempre evasivamente a tutte le domande riguardanti il cugino Renzo. E lo fa anche quando le informazioni sono per il cardinale Borromeo. Infatti, Bortolo pensa che, trattandosi di un personaggio così potente e così importante, ci debba essere qualche pericolo. E così sospetta e mente anche in questo caso. Infine, l'autore ci spiega che Don Gonzalo non perseguitava Renzo, perché realmente lo riteneva un pericolo pubblico, bensì perseguitava il ragazzo per ragioni politiche. In quanto Renzo, suo malgrado, come ci verrà raccontato nel capitolo successivo, si è trovato coinvolto in eventi più grandi di lui. Ti ricordo che per la spiegazione di questo capitolo, così come per tutti gli altri capitoli, ho fatto un video specifico dal titolo Analisi con la copertina arancione. Condividi il video, iscriviti al canale e noi ci vediamo al capitolo 27. In bocca al lupo!

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