Thumbnail for GABRIELE D'ANNUNZIO - vita, opere, pensiero by Prof. Daniele Coluzzi

GABRIELE D'ANNUNZIO - vita, opere, pensiero

Prof. Daniele Coluzzi

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[0:00]Gabriele D'Annunzio, perché lo studiamo ancora oggi? D'Annunzio è uno dei massimi rappresentanti della letteratura italiana del 900 e ci aiuta a comprendere a fondo l'Italia di quel periodo, i cambiamenti che sono stati poi epocali. D'Annunzio, infatti, era un intellettuale molto influente, vive a cavallo tra 8 e 900, vive gli anni del fascismo e con i suoi scritti influenza fortemente la letteratura successiva, ma anche l'intera cultura italiana, addirittura la stessa lingua italiana e il dibattito pubblico. Era infatti un giornalista, oltre a essere un romanziere, un poeta, addirittura un militare, un politico, ma questo lo vedremo. Vediamo la vita. Gabriele D'Annunzio è di Pescara, nasce nel 1863 e la sua è una famiglia di commercianti che lo fa studiare in un collegio prestigioso, il Cicognini di Prato in Toscana. Fin da subito ha una passione per la poesia, comincia a scrivere già quando è al liceo. Lui stesso ci racconta, come spesso fa, insomma, racconta spesso la sua vita, tra l'altro arricchendola di aneddoti, a volte pure inventati, che la sua poesia nasce dalla lettura delle Odi Barbare di Carducci, che lo influenzarono fortemente. Comunque, nel 1879 pubblica la sua prima raccolta di versi, Primo vere, che ebbe una discreta risonanza nell'ambiente letterario. D'Annunzio, comunque, era uno studente inquieto, indisciplinato, abbandonò presto gli studi. Nel 1881, a soli 18 anni, si trasferisce a Roma e comincia la sua frequentazione della società mondana e aristocratica del tempo. Si fa notare fin da subito per i suoi scritti, per il suo atteggiamento, comincia a lavorare per giornali come la Tribuna e comincia ad avere anche amori abbastanza chiacchierati. La sua inquietudine infatti riguardava anche le donne. Nell'83 si sposa con la duchessa Maria Hardouin di Gallese e avranno poi tre figli. Eppure, qualche anno dopo il matrimonio, comincia una relazione con Barbara Leoni e quindi, appunto, vedremo che le donne nella vita di D'Annunzio saranno tante. D'Annunzio in questo periodo romano pubblica comunque delle opere importantissime come Il Piacere, di cui a breve parleremo, e diventa un letterato di grande successo. Ecco, il problema è che nonostante il successo, forse proprio per questo, conduce uno stile di vita piuttosto elevato, troppo elevato, si indebita a tal punto che nel 1891 è costretto a scappare da Roma e gli anni successivi se li passa a Napoli, anni di splendida miseria, li definì lui. A Napoli scrive per il mattino, instaura nel frattempo un'amicizia molto importante con Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao, e ha una nuova relazione, questa volta con Maria Gravina Anguissola, insomma, piena di scandali, il Conte Anguissola querela la moglie, lei va a vivere con D'Annunzio, si trasferiscono insieme in Abruzzo. In realtà D'Annunzio conoscerà a breve un altro grande amore della sua vita, forse il più famoso, che è l'attrice Eleonora Duse. Con lei creerà un sodalizio non solo amoroso, ma anche artistico. Scriverà per lei i suoi primi componimenti drammaturgici e i due avranno una relazione molto lunga, travagliata, vissuta tra i tanti luoghi, nella villa di D'Annunzio, La Capponcina, vicino Firenze. La relazione, comunque, si concluderà nel 1904. A livello letterario in questi anni fonda la rivista Convito, che doveva essere il punto di riferimento del decadentismo italiano, ma pubblica anche importanti romanzi. L'innocente del 1892, Il trionfo della morte del 94, Le Vergini delle rocce nel 1895, e poi diverse antologie di racconti che confluiranno in Novelle di Pescara più avanti nel 1902. Sono anni in cui scrive anche per il teatro. Del 1896 è La città morta, del 97 è Il sogno di una mattina di primavera, del 1901 Francesca da Rimini, del 1904 La figlia di Iorio, insomma, la produzione è abbondante. Di questo stesso periodo sono anche le sue produzioni in campo poetico. Tra il 1900 e il 1904 scrive i primi tre libri delle Laudi, Maia, Elettra e Alcione. D'Annunzio però non si accontenta della carriera da letterato, si butta anche in politica. Nel 1897 si fa eleggere come deputato della destra e il periodo che starà in Parlamento è molto breve, in realtà, va dal 97 al 1900, ma si farà notare, soprattutto quando nel 1900 passa clamorosamente allo schieramento di sinistra. E dopo un periodo di 5 anni in Francia, era scappato nel frattempo a Parigi per fuggire ai creditori, gli avevano pure sequestrato la villa di cui abbiamo parlato, quella della Capponcina, comunque poi torna in Italia. E da segnalare che si avvicina addirittura al cinema, un'arte che nasceva proprio in quegli anni e che collabora alla realizzazione di Cabiria, nel 1914, un film all'epoca di grande successo. Scrive anche una sceneggiatura, La crociata degli innocenti. Pensate, piccola parentesi, D'Annunzio fu pure uno dei primi pubblicitari italiani. Era, diciamo, esperto di marketing, fu il primo testimonial della Fiat 509 e decise addirittura il genere da dare alla parola automobile, parola che nasceva in quegli anni, oggi noi la diciamo al femminile, l'automobile, su indicazione proprio di D'Annunzio. Voi direte, ne ha già fatte abbastanza? No, non è finita qui. Comincia ora il periodo più epico della vita di D'Annunzio. Innanzitutto, piccolo riferimento alla storia, siamo allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, l'Italia è spaccata a livello di dibattito pubblico, tra neutralisti e interventisti. E D'Annunzio è tra questi ultimi, anzi, fa valere il suo successo e la sua voce per influenzare l'opinione pubblica affinché l'Italia entri in guerra. I suoi discorsi hanno, obiettivamente, un grande impatto, contribuiscono all'entrata dell'Italia in guerra il 14 maggio 1915. Non solo, partecipa anche alla guerra, compie diverse azioni militari. Pensate che ormai ha 52 anni, ma nonostante questo si butta in guerra. Famoso è l'episodio del volo su Vienna del 1918. D'Annunzio fece cadere su Vienna migliaia di volantini col tricolore italiano per esortare il nemico alla resa. La Prima Guerra Mondiale finisce, l'Italia è tra i paesi vincitori, diciamo, ma non riceve tutto quello che voleva. E infatti è proprio una vittoria mutilata quella dell'Italia, come viene ancora chiamato oggi sui libri di storia, anche questa espressione di D'Annunzio se l'è inventata lui. È stato proprio D'Annunzio il primo a definirla così all'epoca. Proprio da questa delusione nascerà la sua più grande impresa a livello storico, che è la conquista di Fiume, di cui non parlo nemmeno perché sul mio canale c'è un video di approfondimento su questo. Lì troverete anche una spiegazione dei suoi rapporti col fascismo. Brevemente, il fascismo prima lo esalta come padre della patria, ma poi lo guarda con sospetto e i rapporti con Mussolini furono sempre ambigui, complessi. Ad ogni modo, gli ultimi anni della sua vita, D'Annunzio se li passa isolato nella sua villa famosissima, il Vittoriale, sul Lago di Garda, che diventa un monumento all'Italia, ma anche e soprattutto a se stesso. Negli anni del fascismo D'Annunzio trascorre quindi una vita appartata, preferisce non entrare in contrasto con il regime, ma non vuole nemmeno appoggiarlo. Muore nel 1938 per un'emorragia cerebrale. Lasciò il Vittoriale in eredità allo Stato. Ora, per parlare del pensiero di D'Annunzio e della sua poetica, dobbiamo fare una premessa. È difficile sempre ingabbiare gli autori in delle definizioni. Funziona molto a livello scolastico, ma poi ha poco a che fare con la realtà. Soprattutto con D'Annunzio, poi dobbiamo applicare tante etichette, definizioni, in base al periodo anche che analizziamo della sua produzione. Proviamoci. La primissima fase della sua produzione è influenzata dalla poesia di Carducci e dalla prosa verista di Verga. Tuttavia, siamo lontani da Verga, soprattutto a livello tecnico, formale. D'Annunzio, ad esempio, non rispetta l'impersonalità, la tecnica dell'impersonalità che era la base del verismo. Anzi, andando avanti, poi si distacca proprio dal verismo, è lui stesso nel 1893 a dire che Non vogliamo più la verità, dateci il sogno, riposo non avremo, se non nelle ombre dell'ignoto. Si apre, cioè, la fase del decadentismo. D'Annunzio esteta. Le influenze sono ormai diverse. D'Annunzio guarda all'Europa, in particolar modo si avvicina all'estetismo. Che vuol dire? L'esteta riconosce la legge del bello come unica legge di riferimento. La vita non è sottoposta alle leggi della morale, ad esempio, ma a quelle estetiche e in un certo senso copia l'arte, la vita copia l'arte, si lascia ispirare e influenzare dall'arte, dalla bellezza artistica, diventando a sua volta proprio per questo opera d'arte. Quindi c'è un disprezzo anche della mediocrità, della vita borghese e delle masse popolari, e c'è una ricerca di uno stile di vita elitario. A livello pratico, questo che significa? Significa che le opere di D'Annunzio non nascono dalla rappresentazione del vero, come faceva Verga, ma dalla ricerca di artifici formali esteticamente belli, eleganti. Centrale, per esempio, diventa la parola con il suo suono, la sensualità e la musicalità del verso. Questo non lo riscontriamo solo nella sua poesia, ma anche nella prosa. Il Piacere è il romanzo simbolo dell'estetismo italiano, con un linguaggio piuttosto ricercato. Eppure proprio in questo romanzo assistiamo anche alla messa in crisi dello stesso estetismo. Questo per il discorso che facevo, i grandi autori non riescono mai ad aderire ad una corrente, ad un pensiero senza stravolgerlo, rielaborarlo, distruggerlo a volte o comunque farlo proprio. Infatti il protagonista Andrea Sperelli, un doppio di D'Annunzio, non riesce a mettere in pratica l'ideale di vita dell'esteta. Anzi, è un personaggio di crisi, insoddisfatto, fallimentare. Subentra poi una fase piuttosto breve, chiamata della bontà, perché nelle sue opere di questo periodo, per esempio, in Giovanni Episcopo e nell'Innocente del 92, nel poema paradisiaco, poi del 93, D'Annunzio tenta di tornare a un recupero dei valori morali, aspira alla purezza, recupera in modo nostalgico l'infanzia. Questa fase finisce presto, la lettura del filosofo tedesco Nietzsche cambia tutto. È la fase superomistica del superuomo. Preso dal pensiero di Nietzsche, in forma semplificata e banalizzata, però questo bisogna dirlo, in questo mito del superuomo D'Annunzio trova proprio un riscontro per la sua visione della vita elitaria, aristocratica. Il superuomo, infatti, è un individuo eccezionale, energico, anche un po' aggressivo, comunque al di sopra degli altri e della morale comune. Il superuomo ha proprio nel sangue e in altri elementi fisici questa tendenza a dominare, a ricercare il bello. A livello culturale si ritrova nella tradizione greco-romana, si sente addosso il peso di una missione, quella di condurre la nazione verso un destino di gloria. A livello letterario questa fase è ben espressa dal romanzo il Trionfo della Morte del 94, ma soprattutto dal romanzo La Vergine delle rocce, un vero e proprio manifesto politico del superuomo. Il superuomo quindi esalta quasi esteticamente la guerra, a gusto per il rischio, una retorica aggressiva, basa il suo consenso sull'emotività irrazionale e viscerale di chi lo ascolta, e sembra proprio di vedere lui stesso, sembra di vedere D'Annunzio che conquista la città di Fiume. Quindi queste idee le mette in pratica, alla fine. In effetti, in questi stessi anni, D'Annunzio, poi è una figura di riferimento anche letterario, anche poetico. È il poeta Vate dell'Italia. D'Annunzio poeta Vate. Espressione famosissima per dire che diventa il cantore dell'Italia, dello spirito della nazione, colui che guida simbolicamente il popolo, che lo influenza con i suoi scritti e le sue opere. L'ultima fase di D'Annunzio è definita la fase del Notturno, da uno dei suoi ultimi capolavori del 1916. È un D'Annunzio considerato minore da certa critica, però molto interessante, molto più intimo. Ho tenuto per ultima una riflessione sul D'Annunzio poeta. Ci sarebbe tantissimo da dire e da approfondire. Abbiamo parlato, infatti, finora, principalmente dei romanzi, ma D'Annunzio fu anche un grande poeta. La raccolta forse più importante da ricordare è Le Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi. Della fase superomistica, quando D'Annunzio ormai si è candidato a diventare nuovo poeta vate dell'Italia. E nelle intenzioni dovevano essere sette libri a comporre quest'opera, ma in realtà sono cinque. Maia, Elettra, Alcione, poi Merope e Asterope. I primi tre, usciti nel 1903, il quarto nel 1912, il quinto postumo nel 48, addirittura. Il più famoso forse è il terzo Alcione, anche perché qui troviamo proprio le sue poesie più famose, tra le quali spiccano, soprattutto La sera fiesolana e La pioggia nel pineto. E l'Alcione è sostanzialmente costruito come un diario che racconta l'esperienza della vacanza estiva in Versilia, accompagnato, tra l'altro, da Eleonora Duse. Le poesie, cioè, sono organizzate in modo organico, secondo un disegno ben definito che segue lo scorrere della stagione. Lo eccita il godimento, tira fuori la vita e quindi ci si fonde con la natura e con il piacere che crea. È il famoso panismo, la fusione con il tutto che trasforma l'Unione della pioggia nel pineto in una creatura del bosco. Molti hanno visto in questo terzo libro il vero D'Annunzio, perché qui sembra liberarsi effettivamente di tutte le costruzioni ideologiche, anche quella superomistica, per dare spazio solo ed esclusivamente alla bellezza e alla melodia dei versi, raggiungendo, in effetti, poi dei livelli altissimi. Era chiaramente una lezione introduttiva e riassuntiva di D'Annunzio. Troppe altre cose andrebbero dette del personaggio e dell'autore. È un autore che ha prodotto tantissimo a livello letterario, ma anche culturale, non ha mai preso un momento di pausa, sostanzialmente, né dalla sua arte né dalla sua vita, che alla fine, da buon esteta, riuscì a far coincidere perfettamente.

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