[0:11]Buongiorno a tutti, carissimi, bentornati al caffè, come promesso, oggi iniziamo il nostro percorso di letteratura italiana. Partiremo proprio dalle origini per poi arrivare alla fine al 900. Ovviamente questo sarà un percorso molto molto lungo che ci impegnerà sicuramente per degli anni, però è una cosa davvero a cui tengo molto, perché riscoprire le nostre storie, le nostre opere, i nostri autori sarà sicuramente un viaggio straordinario, bellissimo. Io spero veramente di farvi scoprire o riscoprire degli autori, delle opere, qualcosa di cui vi eravate dimenticati o, perché no, scoprire cose nuove. Fa sempre bene ed è sempre un piacere, perché noi qui studiamo non per il voto, non per la promozione, non per sviluppare delle competenze, ma semplicemente per il puro amore del sapere. E nient'altro, l'unico motore che ci muove, che ci spinge è proprio questo, il desiderio di sapere, di conoscere. Questa, naturalmente, sarà soltanto una lezione introduttiva, perché la letteratura italiana nasce nel Medioevo, per forza di cose ho deciso di fare una sorta di introduzione proprio per addentrarci meglio, per contestualizzare meglio, quindi, il periodo storico in cui noi ci troviamo e anche per riflettere su alcuni punti chiave che poi ci accompagneranno nel corso di tutta la nostra trattazione. Quando parliamo di Medioevo, naturalmente, parliamo di un periodo storico molto molto lungo, perché è durato più di 1.000 anni, addirittura, dal 476 dopo Cristo, anno della caduta dell'Impero Romano d'Occidente, convenzionalmente fino al 1492, quando poi venne scoperta l'America da parte di Cristoforo Colombo. Ecco, il Medioevo è l'età di mezzo, significa proprio questo, Medioevo, cioè quel periodo che intercorre tra l'antichità greco-romana, quindi un periodo di grandi capolavori artistici e culturali e poi l'età moderna. E non è un periodo che noi possiamo considerare come un blocco unico, perché in più di 1.000 anni è chiaro che la società cambia, si evolve, cambiano i valori, cambiano i ruoli che le persone avevano all'interno della società. E quindi vedremo questa sarà proprio il pilastro, il punto centrale di questo discorso che piano piano la Chiesa perderà progressivamente il suo ruolo chiave di perno portante della società, perché piano piano sia l'istruzione, sia la cultura e quindi in generale anche il potere, piano piano si laicizzerà. Quindi assisteremo a una vera e propria laicizzazione della cultura e soprattutto dell'intellettuale. Quindi un poco alla volta, ecco che alla Chiesa verrà sottratto quel ruolo fondamentale di guida all'interno della società. E soprattutto la Chiesa non avrà più, nel corso del tempo, quella padronanza esclusiva della cultura, però è un processo, come voi ben capite, è graduale, lento, inesorabile, però non immediato. Ed è per quello che noi ci dobbiamo liberare dal pregiudizio, purtroppo, degli illuministi, perché i secoli bui in realtà non ci sono mai stati. E soprattutto il basso Medioevo non può essere paragonato all'alto Medioevo. L'alto Medioevo, il periodo che va dalla caduta dell'Impero Romano d'Occidente fino all'anno 1000 e poi il basso Medioevo dal 1000 fino al 1492, cioè quando noi parliamo di Dante, non possiamo pensare che la società sia quella di Carlo Magno o quella, appunto, del VI secolo dopo Cristo dei Longobardi. Quando parliamo di Petrarca, la società è già cambiata rispetto a quella di Dante. Basta soltanto il tempo di una generazione e le cose non sono più così certe e sicure come prima. Tutte quelle certezze granitiche che aveva Dante spariscono in Petrarca, figuriamoci poi in Boccaccio. E poi non è possibile avere questo pregiudizio nei confronti del Medioevo, perché, appunto, essendo durato più di 1.000 anni, è un periodo denso poi di civiltà, di culture diverse. Pensiamo alla cultura araba, a quella germanica, a quella normanna e poi a quella longobarda, a tutte queste culture, alla stessa cultura classica, quindi latina, romana, che poi viene comunque preservata e traghettata fino a noi, fino ai nostri giorni, grazie ai ruolo preziosissimo svolto dai monaci amanuensi. Quindi non di secoli bui parleremo, ma di una civiltà estremamente dinamica, aperta, curiosa, che sicuramente cerca e ricerca più e più volte la verità. Però, senza dubbio, una società che è basata moltissimo anche sulla religione, perché la dimensione spirituale, la dimensione metafisica, sicuramente è fondamentale. Cioè, è un aspetto che noi oggi magari abbiamo perso, che all'epoca, invece, era di vitale importanza e che soprattutto guidava l'agire delle persone. Ma c'è un motivo che oggi proveremo anche a dimostrare. Dunque, la vita medievale era tutta orientata verso Dio ed è sicuramente una società teocentrica. Theos in greco significa, appunto, Dio, quindi Dio era posto al centro, perché il creatore era sicuramente la cosa più importante per l'uomo medievale. Tutta la sua vita è un viaggio, un viaggio verso, cioè, la meta celeste, verso quella che Agostino chiama la città celeste, la città divina, appunto, cioè il Paradiso. E quindi voi capite che se la cosa più importante non è questa vita, ma è la vita futura, la vita ultraterrena, è chiaro che questa vita verrà vissuta in virtù e in funzione di quella futura, mi sembra logico. Cioè io devo impiegare bene il mio tempo, lo devo utilizzare per poi essere salvato e per poi essere finalmente in contatto eterno con il mio creatore. Ed è quello su cui si basa poi anche tutto il discorso della Divina Commedia di Dante, perché è di fatto tutto un percorso di purificazione, di redenzione e sicuramente un invito a ad utilizzare bene il nostro tempo. Pensiamo al terzo canto del Purgatorio di Dante, quando arriva Catone l'Uticense proprio a rimproverare, ad esortare Dante e Virgilio a proseguire il cammino e a non perdere tempo. Il buon cristiano deve fare un ottimo uso del suo tempo, lo stesso discorso che ci faceva anche Seneca. Pertanto, la vita dell'uomo medievale è un lungo iter ad Deum. È proprio questo percorso a Dio e avremo poi alla fine il premio, se ci siamo comportati bene, oppure il castigo, se ci siamo comportati male. Mi sembra logico, però questa idea poi del Purgatorio viene introdotta soltanto dopo, soltanto nel XIII secolo, quindi nel Duecento. Pensate, verrà definita una dottrina specifica relativa al Purgatorio, perché stiamo parlando del secondo Concilio di Lione che si è svolto nel 1274. Quindi fino a quel momento una dottrina ufficiale, precisa sul Purgatorio non c'è. Quindi pensate quanto tempo deve passare prima che arrivi questa idea di un luogo intermedio, ovviamente metafisico, in cui l'anima si debba purgare, si debba, cioè, emendare da tutti i suoi peccati per poter poi accedere al Paradiso. Però questa idea, in realtà, esisteva già anche prima, già ancora nel XII secolo, cioè nel 1100, c'era già questa idea di un luogo in cui le anime dovevano passare e dovevano stare prima di poter entrare nel Paradiso, cioè un luogo di purificazione. Ricordiamoci che essa può avvenire soltanto attraverso il fuoco, quindi bisogna bruciare tra le fiamme per poter essere degni di essere ammessi poi alla presenza di Dio, del Creatore. Però di questa idea di un luogo dove purificarsi, tornando ancora più indietro, già ce l'aveva e ne parlava, pensate un po', Gregorio Magno, il Papa, famosissimo, vissuto tra il VI e il VII secolo, tra il 540 e il 604 dopo Cristo. Lui già ne parlava, pensate, nei suoi Dialoghi, compare per la prima volta questo termine, il termine Purgatorio. È chiaro che il Medioevo è sicuramente, questo nessuno lo mette in dubbio, un periodo di grande spiritualità, di misticismo, di metafisica e soprattutto anche di penitenza, perché pensiamo a tutti gli ordini religiosi che sono nati nel corso del Medioevo. Pensiamo, appunto, agli ordini religiosi, quindi ai cluniacensi, ai cistercensi e poi ai Domenicani, i Francescani, ognuno con un obiettivo diverso, perché chiaramente poi su questi temi torneremo, eh, li approfondiremo nel corso di storia medievale. Adesso qui stiamo facendo solo una veloce carrellata, ma per farvi comprendere i nuclei, i punti fondamentali senza alcuna pretesa di esaustività, ovviamente. Poi pensiamo ai movimenti ereticali, ai Catari, la famosa Crociata contro gli Albigesi e poi, ovviamente, ai Valdesi, quindi Valdo, quel mercante che poi fa tradurre la Bibbia in antico francese, quindi tutti potevano finalmente leggerla. Lui ci parla di sacerdozio universale, quindi molti secoli prima di Lutero, però i tempi non sono ancora maturi per poter spaccare quella Chiesa così grande, così potente, come farà invece poi Lutero. Ci sarà questa frattura della casa comune europea, ma ne parleremo e poi c'erano, sicuramente, i movimenti penitenziali. Pensiamo ai Flagellanti, quelle persone, cioè, che in processione per le città si autoflagellavano per chiedere proprio perdono dei propri peccati. È il Medioevo il periodo anche dei grandi pellegrinaggi. Pensiamo alle tre grandi mete, una a Occidente, una al centro e una a Oriente dell'Europa. Ovviamente abbiamo Santiago de Compostela a Occidente, al centro c'era, ovviamente, Roma e a Oriente, Gerusalemme, la sede, cioè, di grandissime reliquie e di santi. Appunto, Santiago a Compostela, quindi San Giacomo, ovviamente, gli apostoli Pietro e Paolo a Roma e a Gerusalemme il sepolcro di Cristo, il luogo, cioè, in cui Cristo non è soltanto vissuto, ma dove è anche stato sepolto dopo la morte. Però, se tutta la vita dell'uomo medievale è un viaggio, è un iter ad Deum, è chiaro che per potersi salvare deve conoscere le scritture, gli insegnamenti di Cristo. E questo può avvenire soltanto attraverso l'istruzione, che è fondamentale nel Medioevo, quindi altro che secoli bui. Chiaramente c'è un elevatissimo analfabetismo, pochissimi possono studiare, poi lo vedremo, perché la maggioranza delle persone intanto non ha il tempo e soprattutto non ha i soldi per potersi istruire. E quindi l'unico mezzo saranno le omelie in chiesa, quindi le prediche in volgare e, naturalmente, tutta l'arte pittorica e scultorea che, ovviamente, le persone potevano vedere visivamente proprio quando entravano in chiesa. E quindi è l'unico modo per potersi istruire, quella era la Bibbia dei poveri, degli analfabeti. Però voi capite che se l'istruzione è fondamentale, anche la letteratura doveva essere un mezzo per educare le persone, quindi non soltanto uno strumento di propaganda politica nelle mani del potere, ma, soprattutto, un mezzo per poter veicolare determinate idee, valori, visioni, ideologie dell'epoca. Pensiamo, appunto, quindi alla letteratura. Ne avremo tantissima, che sarà una letteratura didascalica o didattico-morale. Ovviamente, pensiamo allo stesso Novellino, alle nostre storie che noi stiamo leggendo in questo periodo, che abbiamo letto per ben due anni. Anche qui vengono proposti le belle valentie, i fiori di parlare, i bei risposi che sono stati fatti nel corso del tempo, proprio, dice, per educare divertendo, per istruire, dice il Novellino, coloro che non sanno. Quindi anche il Novellino è letteratura didattica o didattico-morale, perché qui abbiamo trovato decine e decine di insegnamenti particolari, ma anche tantissime altre opere, eh, poi lo vedremo, però la letteratura deve educare. Pensiamo al convivio di Dante. Lì Dante si propone un obiettivo specifico, cioè di divulgare la cultura, di fornire a tutti alcuni strumenti che sono quelli che lui ha appreso, che ha imparato nel corso del tempo. Lui è quella persona che siede proprio sotto la tavola dei grandi, raccoglie le briciole e poi ce le offre e quindi ce le condivide con noi. Quindi la condivisione della cultura è fondamentale, altro che secoli bui. Qua ci sono persone che studiano, ci sono tantissime scoperte in campo medico, astronomico, matematico. Pensiamo, appunto, ai numeri arabi, tutto lo studio sulla filosofia, quindi sull'utilizzo anche della ragione, dell'intelletto, della logica, lo studio delle scritture e lo studio poi anche delle traduzioni dei filosofi greci attraverso Avicenna, Averroè e la conoscenza del grandissimo Aristotele. È chiaro che però tutto poi verrà sempre filtrato dalla religione, cioè dalla fede cristiana, però è un mondo dinamico, in continua evoluzione. In questo tempo, molto lungo, nascono i comuni e poi i comuni degenereranno nelle signorie, quindi ci saranno tantissime trasformazioni all'interno delle corti. Però abbiamo, abbiamo tantissime guerre, abbiamo scoperte, abbiamo un movimento di mercanti che vanno alle fiere di Champagne, l'economia non è affatto chiusa, si commercia addirittura con l'estremo Oriente attraverso la mediazione araba. Poi scoppierà la guerra dei 100 anni, c'era la peste, c'era crisi, ci sono tantissimi eventi, ma non possiamo definire il Medioevo come secoli bui. Noi dobbiamo capire che in questo lungo periodo la dimensione religiosa si è innestata su un patrimonio di idee, di consuetudini, di riti pagani, però, e questo è il problema, cioè sulla cultura classica, latina, greco-latina. Ed è per questo che non è stato facile poi per la fede religiosa, per il cristianesimo prendere tutta questa grande eredità e farsene carico. È chiaro che tutta questa cultura doveva essere in qualche modo inglobata e inserita all'interno della nuova visione cristiana. È chiaro. Poi nel corso del tempo ci sarà una progressiva laicizzazione della cultura, quindi si inizierà poi a studiare queste opere senza però più il filtro, senza il velo, senza, come direbbe Kant, il paio di occhiali della fede, quindi della religione, per poter capire queste opere. E questo succede già nel Medioevo, però nel basso Medioevo, pensiamo a Petrarca che è già stato il primo umanista. Chiamiamolo preumanista o umanista vero e proprio, chi se ne frega, però lui è stato uno dei primi, per esempio, a ricercare i testi classici nelle abbazie, nelle sedi vescovili e a scoprirne anche alcuni, per esempio. Scoprirà opere latine che si pensavano, invece, perdute. Quindi non possiamo assolutamente catalogarlo tutto all'interno di un unico contenitore. Vediamo adesso uno dei fondamenti del pensiero medievale, uno dei problemi che poi ha bloccato, che comunque ha rallentato la ricerca anche in campo scientifico, comunque la possibilità di essere liberi, di fare scoperte, di non essere perseguitati dall'Inquisizione, di non essere processati, addirittura condannati a morte, come succederà invece a Giordano Bruno prima e a Galileo Galilei poi, è il concetto di auctoritas. Dobbiamo averlo ben chiaro se vogliamo poi studiare la letteratura e capire, quindi, perché c'è stato questo rallentamento e questa cieca fiducia nei classici, negli autori antichi. Ecco, il concetto di auctoritas, cioè di autorità, cioè la convinzione che quello che hanno scritto alcune persone nel passato sia degno di una fiducia incondizionata, cioè quello che hanno detto, quello che hanno scritto, non può e non deve essere messo in discussione. Quindi l'autorità è proprio questa fiducia incondizionata in un'opera oppure in un autore o in un insieme di opere scelte, ovviamente, dagli uomini medievali. All'inizio però soltanto alcune opere erano dotate di auctoritas, la prima, la più importante, ovviamente, era la Bibbia, quindi le sacre scritture, perché essendo verità rivelate da Dio, Dio non può mentire e quindi deve essere vera per forza, ovviamente. E poi godevano di auctoritas anche i padri della Chiesa, Agostino, Ambrogio, Girolamo, quindi tutta la letteratura patristica, perché il loro insegnamento, la loro dottrina erano fondamentali poi per comprendere la fede cristiana e poi anche per dare un senso così di organicità, di completezza. Quindi bisognava per forza crederci, insomma, perché si erano basati sui testi sacri. Pensiamo anche poi ad Atanasio, a Basilio Magno, a Gregorio Nazianzeno, a Giovanni Crisostomo, quindi ce ne sono veramente tantissimi. Ecco, sono tutti e sono tutte persone che godevano di auctoritas e spesso si usava dire ipse dixit, cioè, l'ha detto lui e se lui l'ha detto, questa cosa non può essere oggetto di contestazione. Per questa ragione che il concetto di auctoritas bloccherà e rallenterà le nuove scoperte scientifiche e cercherà in tutti i modi di censurare o di mettere un veto all'avanzata della scienza e della tecnica. Però, ecco, le sacre scritture erano usate proprio per redimere qualsiasi questione, perché contenevano, appunto, la verità. Però il problema nasceva quando c'erano dei passi ambigui, di difficile o di dubbia interpretazione, o quando magari si poteva capire una cosa per un'altra. Allora in quel caso si introduceva il concetto di simbolo. Quindi, quello che c'è scritto, vuol dire tutt'altro, io devo interpretarlo in maniera corretta. Se sbaglio, non è la scrittura ad essere sbagliata, ma sono io che ho dato una cattiva, una scorretta interpretazione. È chiaro che in questo modo poi si tenta di aggiustare o di adattare anche ciò che era palesemente falso, sbagliato o comunque in contraddizione con la scoperta scientifica. Nel corso del tempo poi il concetto verrà esteso anche ai classici latini, per esempio, a Seneca, a Cicerone, a Ovidio, a Virgilio, Orazio e dal 1100, quindi dal XII secolo, questo principio vale anche per Aristotele, il più grande dei filosofi che venivano studiati e considerati come verità indiscutibili dal Medioevo. Appunto, c'è quella famosa espressione latina, ipse dixit, che poi verrà ripresa anche da Galileo nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, ne parlerà anche lui. Un altro fondamento del pensiero medievale è che, ovviamente, questa vita non è quella vera, quella vera inizia dopo la morte. Però, mentre vivo su questa terra, il mondo che mi circonda, quindi il mondo naturale e la Bibbia, quindi la parola rivelata di Dio, tutto mi parla attraverso dei simboli, quindi mi parla Dio attraverso la scrittura, ma anche la natura attraverso i suoi simboli. Ed è chiaro che i simboli devono essere interpretati, quindi sia le parole che sono, appunto, dei suoni, però dei simboli per dire qualche cosa d'altro e anche la natura che mi parla, però in maniera diversa, devo poterla interpretare, la devo capire. È chiaro, quindi che per poterli capire, io devo conoscere il linguaggio con cui la natura e Dio mi parlano, perché altrimenti non capirò nulla. Ci sarà questa incomunicabilità, ma non capire significa finire l'inferno, ottenere, cioè, il castigo divino. Devo comprendere, quindi, i segni e i significati nascosti. Devo, quindi, studiarli per capire poi le caratteristiche intrinseche di queste cose e, soprattutto, per capire i segnali, i messaggi che mi mandano. Ed è per quello, infatti, che nel Medioevo esistono tantissimi libri per poter capire, interpretare simboli, qualità e caratteristiche di tutto quello che ci circonda. Pensiamo ai bestiari, ai lapidari e agli erbari, quindi si studiavano i minerali, le pietre, le proprietà degli animali e quelle anche delle piante, perché tutti sono dotati di vizi e di virtù. E questo perché anche la natura è manifestazione terrena della volontà divina, quindi Dio mi parla non solo attraverso la parola, ma anche attraverso la natura. E quindi, se è un mondo che parla attraverso i simboli, è chiaro che potrò comprenderli anche attraverso il linguaggio matematico, ma anche quello si esprime attraverso dei simboli. In questo caso, attraverso dei numeri. E qual è il numero per eccellenza quello più importante? Ovviamente, il tre, perché rappresenta non soltanto la perfezione, ma la Santissima Trinità, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Poi abbiamo l'uno, perché nell'uno è, ovviamente, contenuto il principio, quel motore immobile di cui parlava anche Socrate, quindi Dio stesso, un Dio uno e trino, ovviamente. E poi abbiamo il 10, che anche quello rappresenta, ovviamente, Dio, quindi la totalità, la completezza. Lo avremo anche il sette, avremo tutti i multipli del tre, il 100, però di tutti questi, poi si parleremo poi più dettagliatamente quando affronteremo anche tutta la simbologia della Divina Commedia. Ho già preparato anche delle slide su quello. Quindi i simboli nel Medioevo sono fondamentali, ma non soltanto quelli dati da Dio, anche l'uomo parla attraverso dei simboli, attraverso, cioè, quei riti, quei gesti, quelle cerimonie che faceva continuamente. Pensiamo alla cerimonia dell'omaggio, quindi all'investitura, al segno della croce che si fa quando si entra in chiesa, mettere la spada sulla spalla, a quando il Signore consegna una zolla di terra in mano al suo vassallo, quando il vassallo mette le mani congiunte all'interno di quelle del suo Signore. Quindi tutto parla attraverso i simboli. E questo perché c'è un concetto chiave: nomina sunt consequentia rerum, cioè i nomi sono la conseguenza delle cose, cioè comunicano l'essenza, le qualità delle cose. E quindi tutto parla attraverso i simboli, rituali o liturgici di cui abbiamo appena parlato, però è palese ed è, ovviamente, inconfutabile il ruolo sociale, politico, economico, comunque, vitale importanza, che la Chiesa assunse ed ebbe nel corso del Medioevo. Già ancora all'epoca di Lutero, quindi siamo già tra la fine del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento, la Chiesa aveva un enorme potere sulle persone. Stabiliva, per esempio, la validità dei matrimoni, dei contratti e, soprattutto, dei testamenti, quindi se una persona avrebbe potuto ereditare oppure no. Quindi, veramente, controllava la vita di una persona dalla culla alla tomba. E nel corso del Medioevo ha questo ruolo importantissimo nell'istruire le persone, quindi l'istruzione proprio nelle sue mani. E cerca, quindi, di insegnare ai fedeli, attraverso le omelie in volgare e attraverso questi cicli pittorici e scultorei, all'interno delle chiese, dei monasteri. Lei custodisce il sapere antico. Tutto ciò che noi conosciamo del mondo classico greco-romano ci arriva proprio attraverso gli amanuensi, questi monaci, grazie poi alla diffusione del monachesimo in Occidente di Benedetto da Norcia. Il primo, quello più importante, insomma, il fondatore del monachesimo in Occidente, perché costruì il monastero di Monte Cassino nel 529 dopo Cristo. Poi fu approvata la sua regola nel 540 dopo Cristo, riassunta nella celeberrima frase ora et labora. Ed è proprio qui che centinaia e centinaia, migliaia di monaci amanuensi, nel corso del tempo, nei loro scriptoria, hanno copiato a mano questi codici, manoscritti. I codici, cioè, dei grandi testi antichi del passato. Pensiamo a Cesare, Cicerone, Ovidio, a Orazio, a tutti quelli che vi vengono in mente. Ed è proprio qui, nel monastero che nascono le prime scuole medievali. Le primissime, ovviamente, erano rivolte ai monaci stessi, perché per poter leggere le preghiere individuali, personali e le Sacre Scritture, dovevano, appunto, saper leggere e scrivere e anche far di conto, naturalmente. Poi all'interno del monastero c'è anche la scuola di teologia, tenuta dall'abate ed era lui chi istruiva i suoi monaci, le sue pecorelle, quindi doveva poi farli istruire e far loro approfondire queste tematiche sempre di più. Poi, ovviamente, le scuole vengono aperte anche presso le sedi vescovili, quindi mi potevo recare anche presso il vescovado e lì trovavo una scuola. Però queste scuole sono sempre aperte prima, ovviamente, ai monaci, a coloro che devono abbracciare la carriera ecclesiastica, entrare a far parte del clero. E poi anche ai laici, però è chiaro che studiare ha un costo e quindi è sempre riservato soltanto ai ceti più ricchi, o nobili, o comunque, appunto, i più abbienti, è chiaro. Poi anche Carlo Magno, per esempio, che era semianalfabeta, decise poi di avere una classe di funzionari, di burocrati esperti, ben preparati e, quindi, aprì una scuola importantissima da Aquisgrana, che era la capitale del Sacro Romano Impero, cioè la scuola Palatina, cioè lo scuola, la scuola di Palazzo, viene proprio da palatium, appunto, dal latino. Proprio per far apprendere la lingua latina, saper leggere e scrivere e far di conto. È diretta da un grandissimo dotto dell'epoca, il monaco inglese Alcuino di York. Ed è proprio all'interno di queste scuole, quindi delle scuole vescovili, nei monasteri, che nasce la filosofia scolastica, ed è per quello che si chiama così, perché è nata proprio all'interno delle scuole. Siamo tra il XII e il XIII secolo, quindi tra il 1100 e il 1200. Ed è importante perché la scolastica mette tutto in discussione, cioè per poter arrivare, per venire ad una veritas, cioè la verità, devo prima utilizzare la logica e la mia ragione. E si fa attraverso un dibattito, attraverso una discussione, quindi attraverso proprio un contrasto tra due opinioni contrapposte e distinte, si cerca di mettere in luce tutti gli aspetti che non funzionano, tutti i dubbi, insomma, gli elementi negativi che non stanno in piedi per poi arrivare alla verità. Quindi pensate al ruolo chiave che aveva nel Medioevo la logica e la ragione, quindi in realtà la fede non esclude affatto la ragione. Non è un mondo buio in cui si crede ciecamente senza pensare. Se pensate che sia questo, se pensate che il Medioevo sia stato questo, e allora siete in errore, vi sbagliate di grosso. La ragione, l'uso dell'intelligenza, dell'intelletto, era fondamentale, soprattutto grazie poi alla filosofia scolastica. I due più importanti esponenti di questa corrente filosofica sono stati il Domenicano Tommaso d'Aquino, che tutti voi sicuramente conoscerete, avrete senz'altro sentito nominare, e invece il Francescano Bonaventura da Bagnoregio. Ecco, qua si discute molto sul rapporto tra fede e ragione. Questo è un tema cruciale nel Medioevo, di vitale importanza. È più importante la fede o la ragione? In realtà entrambe, per alcuni, ovviamente, era la fede, perché la fede mi permette poi di fare quel salto e di fidarmi totalmente e ciecamente di Dio. Cioè, quando la ragione diventa limitata, quando non può andare oltre, quando, cioè, non può rispondere a determinate domande, o quando è incapace di comprendere determinati misteri, e allora si affida alla fede. Questo senza dubbio, su questo non ci piove. Noi, invece, siamo oggi abituati a mettere tutto in discussione, ma a non fidarci, quando non capiamo, cioè, preferiamo la posizione degli agnostici, cioè, quando non posso rispondere, preferisco sospendere il giudizio. Ecco, all'epoca, no, chiaramente, ci si affidava poi alla fede, ma se noi teniamo in considerazione la Summa Theologiae di Tommaso d'Aquino, perché lui ha scritto, appunto, la somma teologica, che è davvero il vertice del pensiero medievale cristiano, chiaramente. Cioè, lui arriva a dei livelli intellettuali davvero pazzeschi, bisogna leggerla per capirlo, insomma. Però il tomismo, cioè, questo sistema teologico costruito da Tommaso d'Aquino, è fondamentale perché poi influenzerà tutto il pensiero medievale successivo. In particolare, la visione stessa di Dante sull'aldilà, quindi sui tre regni dell'oltretomba, chiaramente, e quindi influenzerà anche la sua commedia che poi, ovviamente, leggeremo e che continueremo, riprenderemo molto molto presto, ve lo prometto. Però Tommaso d'Aquino, per esempio, concilia fede e ragione, cioè l'una non esclude l'altra. La ragione mi serve per comprendere e la fede poi per avere fiducia in Dio, però le due cose vanno di pari passo, non nessuno, non si escludono a vicenda, perché, in realtà, sia la fede, sia la ragione parlano della stessa cosa, cioè di Dio e del suo creato. È un po' quello che dirà anche Galileo Galilei, se ci pensate, la Bibbia e la scienza analizzano la stessa realtà, ma da due punti di vista diversi, perché la scienza si occupa del mondo terreno, la Bibbia di quello ultraterreno. Usano magari due linguaggi distinti, uno la matematica, l'altro le parole, ma, in realtà, parlano della stessa cosa, cioè del mondo, della vita, di tutto ciò che Dio mi ha dato. Anche se, ovviamente, questo va precisato, per Tommaso d'Aquino, se una verità scientifica o comunque una scoperta va a negare o a confutare le verità rivelate, cioè, le verità contenute nelle Sacre Scritture, e allora quelle non vanno assolutamente bene. Bisogna rivedere qualcosa, perché la scienza o, comunque, le realtà scientifiche naturali, non possono smentire o contestare le Sacre Scritture. Ma questo, se ci pensate, è giusto a priori, perché il ragionamento parte da un assunto molto più importante. Se tutto ciò che esiste viene da Dio, Dio non può contraddirsi, ecco il motivo, cioè, quando c'è qualcosa che sembra smentire un'altra, e allora è chiaro che ho sbagliato io da qualche parte, non può aver sbagliato Dio. Cioè, il ragionamento partiva da questo assunto molto molto importante, però diciamo che la fede e la ragione potevano essere conciliate, quindi già questo mi sembra un passo enorme. Mi sembra una dimostrazione, la prova di una grande apertura mentale, comunque, già nel Medioevo, quindi non si può assolutamente parlare di secoli bui. Come vi dicevo prima, proprio tra il XII e il XIII secolo, ecco che la cultura inizierà gradualmente a laicizzarsi e, di conseguenza, subirà una laicizzazione anche l'intellettuale, cioè cambierà la figura dell'intellettuale. Nascono proprio nel Medioevo, sia le scuole, abbiamo appena detto, e le università. Per quanto riguarda le scuole, saranno sempre più laiche, cioè, gestite proprio anche da maestri laici, quindi non più membri del clero, però è chiaro che queste sono sempre delle scuole costose, quindi soltanto o i figli dei nobili o dei ceti più abbienti potevano effettivamente permettersi questi studi. E che cosa si studiava? Soprattutto si studiavano le arti liberali, chiamate così proprio perché ci si potevano dedicare le persone che non lavoravano, quindi che erano libere dal lavoro e, soprattutto, erano materie, questo è bellissimo, mi fa sempre un grande effetto, un grande piacere dirlo, ripeterlo, perché erano materie non legate ad un lavoro specifico, libere, cioè, dal lavoro meccanico, manuale. Quelle quelle tutte quelle materie, quelle discipline che anche Petrarca disprezzava tantissimo, cioè, quelle legate, appunto, al lavoro manuale, stiamo parlando delle arti, quindi, del trivio e del quadrivio. Quelle del trivio erano, soprattutto, più umanistiche, letterarie, quelle del quadrivio scientifiche. Stiamo parlando, appunto, di grammatica, retorica e dialettica e le altre quattro, invece, aritmetica, geometria, musica e astronomia. Quindi, di fatto, una grande preparazione culturale a 360°. Poi verranno, ovviamente, introdotte, eh, anche quelle meccaniche, senza dubbio, come la pittura, l'architettura, però erano considerate inferiori, proprio perché legate, poi, ad un lavoro manuale pratico e, quindi, legate ad un lucro. C'era uno scopo di lucro. E quindi erano viste in maniera negativa, come di serie B. La cosa divertente, secondo me, importante è che le arti, invece, liberali venivano studiate non perché utili, non perché servissero realmente a qualcosa, ma proprio per il puro amore del sapere. Per il desiderio di imparare, imparare ad esprimersi, imparare a conoscere, a sapere delle cose. Quindi pensate anche a quanto attuale sarebbe questo ragionamento, però ne parleremo in un'altra occasione, perché parleremo anche di scuola, eh. Anche lì ne abbiamo di cose da dire. E poi proprio nel Medioevo nascono le università. Già alla fine dell'XI secolo, alla fine del Mille, addirittura, le più importanti, le più antiche sono quelle di Bologna, la primissima, nel 1080, quella di Parigi nel 1090, quella di Oxford del 1096. Poi arriverà anche, appunto, l'Università di Padova, di Salerno e di tantissime altri luoghi, ovviamente, perché poi si diffondono un po' da per tutto, però sono importanti perché le università nascono come associazioni private. Proprio si chiama Universitas, proprio per questo motivo, perché indica la totalità, cioè, l'unione di docenti e di studenti, docenti discenti, che si uniscono insieme, che si danno un loro statuto, quindi un insieme di regole. Ed erano, quindi, dei luoghi in cui nessuno doveva entrare per imporre la sua volontà, la sua ideologia, propaganda, il suo controllo, ma erano, quindi, associazioni proprio nate con l'unico scopo di imparare, di sapere, delle isole felici, potremmo dire noi oggi. Ovviamente ci sono anche religiosi che insegnano all'interno delle università e per questo motivo, poi, coinvolgendo persone che vengono un po' da tutto il mondo allora conosciuto, da tutta da tutta l'Europa, è chiaro che si parlava in latino, era la lingua comune per potersi capire, un po' come oggi l'inglese. Inizialmente le facoltà erano quattro: c'erano le arti, appunto, le arti liberali, la medicina, il diritto canonico, il diritto civile e, ovviamente, la teologia, la più importante di tutte le discipline. Poi, ovviamente, si creerà una sorta di struttura gerarchica dalla più importante alla meno importante, però era, di fatto, il luogo forse più importante per la cultura. Al termine, poi, del percorso di istruzione, la persona riceveva la licenza ubique docendi, cioè la licenza di poter insegnare ovunque, dovunque, quindi si poteva insegnare dappertutto, cioè, otteneva la carica, la licenza di professore, oppure la persona poteva diventare magister o doctor, quindi, diventava un dottore o un maestro che poteva svolgere la sua professione di medico, oppure di notaio, quindi tutte professioni davvero importantissime. Professioni per cui si veniva pagati molto molto bene, però molto costose, quindi l'istruzione costa e non tutti possono permettersela, ovviamente. E poi all'interno delle università ci sono anche i Chierici vagantes, li nomino così, ampassant, molto velocemente, perché poi non li studieremo in letteratura perché loro scrivono in latino, invece noi adesso qui ci occuperemo della letteratura italiana, non latina, parleremo anche di quella, ma non in questo momento. Conosciuti anche come Goliardi, erano quei membri del clero che però non appartenevano, non erano assegnati a nessuna chiesa, nessuna diocesi e, quindi, si spostano continuamente, sono vagantes, proprio perché vagano di università in università e si spostano per ascoltare le lezioni dei più bravi, dei più grandi maestri dell'epoca. Vivono in maniera molto ribelle, spesso trasgrediscono le regole e parlano anche nelle loro opere, appunto, del vino, del gioco, sono restii a sottostare, ecco, alle regole dell'epoca. Ed è interessante perché, poi, appunto, scrivono dei componimenti in lingua latina, i famosi Canti Goliardici, e di cui noi abbiamo testimonianza. Pensiamo ai Carmina Burana, oppure al canzoniere di Cambridge, ecco, per esempio. Spesso, per poter sopravvivere e mantenersi, dove si spostano, poi, intrattengono le corti, il pubblico importante, quindi, sia laico, sia ecclesiastico. Però la cosa importante, mi raccomando, è che nel corso del tempo, quindi, già nel Medioevo, ecco che l'istruzione e la cultura non è più padronanza esclusiva della Chiesa, ma piano piano poi viene laicizzata, subisce questo processo di laicizzazione continuo e costante. E com'è facilmente intuibile, quindi, anche la figura dell'intellettuale si laicizza. Nel corso del tempo questa figura cambia, cambia completamente. Pensiamo all'intellettuale del Duecento, adesso io butto lì così due idee, giusto per farvi capire. Per esempio, Dante nel Duecento non è l'intellettuale del Trecento, quindi non è paragonabile, non è uguale a Petrarca o a Boccaccio, perché cambia ancora e non saranno uguali a Ariosto, a Tasso e a tanti altri che verranno dopo, cioè, mentre nel Duecento l'intellettuale vive all'interno della sua città, partecipa attivamente alla politica della sua città. Pensiamo, appunto, a Dante che fu, addirittura, priore di Firenze. Pensiamo al concetto stesso di nobiltà veicolato e diffuso attraverso il Dolce Stil Novo, per esempio, quante volte si parla di nobiltà d'animo contrapposta, invece, alla nobiltà di nascita, perché adesso quella che conta non è più la nobiltà di lignaggio, non è più legata, cioè, alla ricchezza, ai soldi o ai beni mobili o immobili, ma dipende dalla nostra interiorità, dalle nostre virtutes, dalle nostre qualità interiori. Cioè, il vero nobile è colui che è gentile, cioè, che è nobile d'animo, che ha determinate qualità: la gentilezza, la raffinatezza, il saper ben parlare, Dante la definirà anche acutezza d'ingegno, colui, quindi, che è dotato di grande intelletto e di grande cultura. E, soprattutto, poi è un intellettuale impegnato, perché diffonde la cultura e propaganda determinati ideali, certi valori. Però è davvero interessato affinché tutti conoscano, quindi, vuole anche diffondere la cultura. Tant'è vero che il suo convivio non viene più poi scritto in latino, ma in volgare. E questo la dice lunga, perché doveva raggiungere il più ampio pubblico possibile. E questa è una grandissima novità ed è di grande interesse per noi, significa che il sapere non deve più essere riservato a pochi. Non è più di esclusiva competenza di una ristretta èlite, di una ristretta cerchia, ma deve essere aperto a tutti. Se non è apertura mentale questa, e siamo nel Medioevo. E poi Dante stesso, poi, sperimenta anche già la seconda fase, quella dell'intellettuale cortigiano, perché egli stesso, una volta esiliato all'inizio del Trecento, nel 1302, deve, per forza, essere ospitato nelle varie corti italiane e, quindi, proverà, come sa di sale lo pane altrui, quindi, dovrà assolutamente constatare di persona l'amarezza del doversi piegare, del dover chinar il capo e di obbedire a questi signori, per cui poi svolgerà altri incarichi, e dopo di lui Petrarca, Boccaccio e, sicuramente, Tasso, Ariosto, tantissimi altri, pensiamo ad Ariosto, che mal sopportava, mal tollerava questi incarichi politici o diplomatici, che però era costretto ad assumere e a ricevere per poter mantenere la sua famiglia, quindi, dovranno, poi, diventare dei servitori di questi signori, proprio per potersi, banalmente, mantenere e per poter sopravvivere. Però pensiamo già, appunto, a questa cultura vista da un lato come mezzo di propaganda e dall'altro come strumento di formazione e di educazione. Ho citato il convivio prima e poi ho citato anche il Novellino di questo autore anonimo fiorentino, ma ce ne sarebbero tante altre, adesso io ne ho scelte due, così, a mo' di esempio. Ecco, io spero che anche questa piccola, breve lezione introduttiva, che non ha alcuna pretesa di esaustività, vi possa essere utile, possa essere interessante, aver suscitato in voi la curiosità, l'interesse. In ogni video, poi, lo farò sempre, vi anticiperò l'argomento successivo, parleremo della nascita delle lingue volgari, quindi vedremo come dal latino, poi, si siano sviluppate le lingue volgari e inizieremo a leggere le prime testimonianze in antico volgare, che non è più lingua latina.
[44:23]Parleremo anche di quella, ma non in questo momento. Conosciuti anche come Goliardi, erano quei membri del clero che però non appartenevano, non erano assegnati a nessuna chiesa, nessuna diocesi e, quindi, si spostano continuamente, sono vagantes, proprio perché vagano di università in università e si spostano per ascoltare le lezioni dei più bravi, dei più grandi maestri dell'epoca. Vivono in maniera molto ribelle, spesso trasgrediscono le regole e parlano anche nelle loro opere, appunto, del vino, del gioco, sono restii a sottostare, ecco, alle regole dell'epoca. Ed è interessante perché, poi, appunto, scrivono dei componimenti in lingua latina, i famosi Canti Goliardici, e di cui noi abbiamo testimonianza, pensiamo ai Carmina Burana, oppure al canzoniere di Cambridge. Ecco, per esempio, spesso, per poter sopravvivere e mantenersi, dove si spostano, poi, intrattengono le corti, il pubblico importante, quindi, sia laico, sia ecclesiastico. Però la cosa importante, mi raccomando, è che nel corso del tempo, quindi, già nel Medioevo, ecco che l'istruzione e la cultura non è più padronanza esclusiva della Chiesa, ma piano piano, poi, viene laicizzata, subisce questo processo di laicizzazione continuo e costante. E com'è facilmente intuibile, quindi, anche la figura dell'intellettuale si laicizza. Nel corso del tempo questa figura cambia, cambia completamente. Pensiamo all'intellettuale del Duecento, adesso io butto lì così due idee, giusto per farvi capire. Per esempio, Dante nel Duecento non è l'intellettuale del Trecento, quindi non è paragonabile, non è uguale a Petrarca o a Boccaccio, perché cambia ancora e non saranno uguali a Ariosto, a Tasso e a tanti altri che verranno dopo, cioè, mentre nel Duecento l'intellettuale vive all'interno della sua città, partecipa attivamente alla politica della sua città. Pensiamo, appunto, a Dante che fu, addirittura, priore di Firenze. Pensiamo al concetto stesso di nobiltà veicolato e diffuso attraverso il Dolce Stil Novo, per esempio, quante volte si parla di nobiltà d'animo contrapposta, invece, alla nobiltà di nascita, perché adesso quella che conta non è più la nobiltà di lignaggio, non è più legata, cioè, alla ricchezza, ai soldi o ai beni mobili o immobili, ma dipende dalla nostra interiorità, dalle nostre virtutes, dalle nostre qualità interiori. Cioè, il vero nobile è colui che è gentile, cioè, che è nobile d'animo, che ha determinate qualità: la gentilezza, la raffinatezza, il saper ben parlare, Dante la definirà anche acutezza d'ingegno, colui, quindi, che è dotato di grande intelletto e di grande cultura. E, soprattutto, poi è un intellettuale impegnato, perché diffonde la cultura e propaganda determinati ideali, certi valori. Però è davvero interessato affinché tutti conoscano, quindi, vuole anche diffondere la cultura. Tant'è vero che il suo convivio non viene più, poi, scritto in latino, ma in volgare. E questo la dice lunga, perché doveva raggiungere il più ampio pubblico possibile. E questa è una grandissima novità ed è di grande interesse per noi, significa che il sapere non deve più essere riservato a pochi, non è più di esclusiva competenza di una ristretta èlite, di una ristretta cerchia, ma deve essere aperto a tutti. Se non è apertura mentale questa, e siamo nel Medioevo. E poi Dante stesso, poi, sperimenta anche già la seconda fase, quella dell'intellettuale cortigiano, perché egli stesso, una volta esiliato all'inizio del Trecento, nel 1302, deve, per forza, essere ospitato nelle varie corti italiane e, quindi, proverà, come sa di sale lo pane altrui, quindi, dovrà assolutamente constatare di persona l'amarezza del doversi piegare, del dover chinar il capo e di obbedire a questi signori, per cui, poi, svolgerà altri incarichi, e dopo di lui Petrarca, Boccaccio e, sicuramente, Tasso, Ariosto, tantissimi altri, pensiamo ad Ariosto, che mal sopportava, mal tollerava questi incarichi politici o diplomatici, che però era costretto ad assumere e a ricevere per poter mantenere la sua famiglia, quindi, dovranno, poi, diventare dei servitori di questi signori, proprio per potersi, banalmente, mantenere e per poter sopravvivere. Però pensiamo già, appunto, a questa cultura vista da un lato come mezzo di propaganda e dall'altro come strumento di formazione e di educazione. Ho citato il convivio prima e poi ho citato anche il Novellino di questo autore anonimo fiorentino, ma ce ne sarebbero tante altre, adesso io ne ho scelte due, così, a mo' di esempio. Ecco, io spero che anche questa piccola, breve lezione introduttiva, che non ha alcuna pretesa di esaustività, vi possa essere utile, possa essere interessante, aver suscitato in voi la curiosità, l'interesse. In ogni video, poi, lo farò sempre, vi anticiperò l'argomento successivo, parleremo della nascita delle lingue volgari, quindi vedremo come dal latino, poi, si siano sviluppate le lingue volgari e inizieremo a leggere le prime testimonianze in antico volgare, che non è più lingua latina. Parleremo anche di quella, ma non in questo momento. Conosciuti anche come Goliardi, erano quei membri del clero che però non appartenevano, non erano assegnati a nessuna chiesa, nessuna diocesi e, quindi, si spostano continuamente, sono vagantes, proprio perché vagano di università in università e si spostano per ascoltare le lezioni dei più bravi, dei più grandi maestri dell'epoca. Vivono in maniera molto ribelle, spesso trasgrediscono le regole e parlano anche nelle loro opere, appunto, del vino, del gioco, sono restii a sottostare, ecco, alle regole dell'epoca. Ed è interessante perché, poi, appunto, scrivono dei componimenti in lingua latina, i famosi Canti Goliardici, e di cui noi abbiamo testimonianza, pensiamo ai Carmina Burana, oppure al canzoniere di Cambridge. Ecco, per esempio, spesso, per poter sopravvivere e mantenersi, dove si spostano, poi, intrattengono le corti, il pubblico importante, quindi, sia laico, sia ecclesiastico. Però la cosa importante, mi raccomando, è che nel corso del tempo, quindi, già nel Medioevo, ecco che l'istruzione e la cultura non è più padronanza esclusiva della Chiesa, ma piano piano, poi, viene laicizzata, subisce questo processo di laicizzazione continuo e costante. E com'è facilmente intuibile, quindi, anche la figura dell'intellettuale si laicizza. Nel corso del tempo questa figura cambia, cambia completamente. Pensiamo all'intellettuale del Duecento, adesso io butto lì così due idee, giusto per farvi capire. Per esempio, Dante nel Duecento non è l'intellettuale del Trecento, quindi non è paragonabile, non è uguale a Petrarca o a Boccaccio, perché cambia ancora e non saranno uguali a Ariosto, a Tasso e a tanti altri che verranno dopo, cioè, mentre nel Duecento l'intellettuale vive all'interno della sua città, partecipa attivamente alla politica della sua città. Pensiamo, appunto, a Dante che fu, addirittura, priore di Firenze. Pensiamo al concetto stesso di nobiltà veicolato e diffuso attraverso il Dolce Stil Novo, per esempio, quante volte si parla di nobiltà d'animo contrapposta, invece, alla nobiltà di nascita, perché adesso quella che conta non è più la nobiltà di lignaggio, non è più legata, cioè, alla ricchezza, ai soldi o ai beni mobili o immobili, ma dipende dalla nostra interiorità, dalle nostre virtutes, dalle nostre qualità interiori. Cioè, il vero nobile è colui che è gentile, cioè, che è nobile d'animo, che ha determinate qualità: la gentilezza, la raffinatezza, il saper ben parlare, Dante la definirà anche acutezza d'ingegno, colui, quindi, che è dotato di grande intelletto e di grande cultura. E, soprattutto, poi è un intellettuale impegnato, perché diffonde la cultura e propaganda determinati ideali, certi valori. Però è davvero interessato affinché tutti conoscano, quindi, vuole anche diffondere la cultura. Tant'è vero che il suo convivio non viene più, poi, scritto in latino, ma in volgare. E questo la dice lunga, perché doveva raggiungere il più ampio pubblico possibile. E questa è una grandissima novità ed è di grande interesse per noi, significa che il sapere non deve più essere riservato a pochi, non è più di esclusiva competenza di una ristretta èlite, di una ristretta cerchia, ma deve essere aperto a tutti. Se non è apertura mentale questa, e siamo nel Medioevo. E poi Dante stesso, poi, sperimenta anche già la seconda fase, quella dell'intellettuale cortigiano, perché egli stesso, una volta esiliato all'inizio del Trecento, nel 1302, deve, per forza, essere ospitato nelle varie corti italiane e, quindi, proverà, come sa di sale lo pane altrui, quindi, dovrà assolutamente constatare di persona l'amarezza del doversi piegare, del dover chinar il capo e di obbedire a questi signori, per cui, poi, svolgerà altri incarichi, e dopo di lui Petrarca, Boccaccio e, sicuramente, Tasso, Ariosto, tantissimi altri, pensiamo ad Ariosto, che mal sopportava, mal tollerava questi incarichi politici o diplomatici, che però era costretto ad assumere e a ricevere per poter mantenere la sua famiglia, quindi, dovranno, poi, diventare dei servitori di questi signori, proprio per potersi, banalmente, mantenere e per poter sopravvivere. Però pensiamo già, appunto, a questa cultura vista da un lato come mezzo di propaganda e dall'altro come strumento di formazione e di educazione. Ho citato il convivio prima e poi ho citato anche il Novellino di questo autore anonimo fiorentino, ma ce ne sarebbero tante altre, adesso io ne ho scelte due, così, a mo' di esempio. Ecco, io spero che anche questa piccola, breve lezione introduttiva, che non ha alcuna pretesa di esaustività, vi possa essere utile, possa essere interessante, aver suscitato in voi la curiosità, l'interesse. In ogni video, poi, lo farò sempre, vi anticiperò l'argomento successivo, parleremo della nascita delle lingue volgari, quindi vedremo come dal latino, poi, si siano sviluppate le lingue volgari e inizieremo a leggere le prime testimonianze in antico volgare, che non è più lingua latina. Parleremo anche di quella, ma non in questo momento. E questo è quanto. Io vi aspetto alla prossima lezione. A presto.



