[0:01]The President was assassinated. In no country on earth is it possible to talk about development, unless there is political stability. Haiti è uno stato al collasso, un corpo senza testa che si sta lentamente decomponendo. Parliamo della nazione più povera del cosiddetto Occidente, i cui abitanti versano in una situazione di miseria, tra le più desolanti e deprimenti al mondo. Haiti è un teatro di una tragedia che si protrae da secoli, alla quale la comunità internazionale non sembra voler né riuscire a porre rimedio. A colpa di un simile disastro è da attribuire non solo alle incontrollabili forze della natura, bensì anche alle grandi potenze, Francia e Stati Uniti su tutti, e agli stessi governanti haitiani, corrotti fino al midollo. Parliamo di uno stato in cui è comune mangiare mud cake, vere e proprie torte di fango, mescolate a polvere e grassi alimentari. Una soluzione molto diffusa a Cité Soleil, uno degli slum più poveri di Port-Au-Prince, la capitale, dove la fame è chimera quotidiana. Port-Au-Prince è ormai caduta in mano alle gang e si è trasformata in una sorta di terra di nessuno, i cui confini sono delimitati da posti di blocco e guardie armate. Ma quali sono le origini di un caos così diffuso? Difficile sintetizzarle. La storia di Haiti è forse una delle più angoscianti, più difficili da raccontare. It was just a year ago this week that François Duvalier, President for Life of the Caribbean Republic of Haiti, died. President Jovenel Moïse was assassinated early this morning. Un tempo chiamata il gioiello delle Antille, l'isola di Hispaniola, oggi divisa tra Haiti a ovest e Repubblica Dominicana ad est, era la colonia più ricca di tutto il Nuovo Mondo. L'antico popolo dei Taino, composto da amabili, trattabili, pacifici indiani, come li aveva descritti Cristoforo Colombo nelle sue lettere, venne rapidamente decimato dai conquistadores a colpi di spada e malattia. La scomparsa improvvisa dei locali, tuttavia, spinse i coloni europei a cercare in fretta un'altra fonte di manodopera da sfruttare nella coltivazione della principale risorsa di Hispaniola, lo zucchero. I colonizzatori optarono per reclutare quanti più schiavi possibile, volgendo il proprio sguardo, naturalmente, verso l'Africa occidentale, e trovando una soluzione nell'infame rotta atlantica. Nell'arco di 30 anni, dal 1517 al 1540, oltre 30.000 africani vennero, perdonate il termine, importati ad Hispaniola. E poco tempo dopo, la parte occidentale dell'isola, ancora poco frequentata dagli spagnoli, si trasformò gradualmente in luogo di ritrovo per i bucanieri, che commettevano scorribande nel Mar dei Caraibi, molti dei quali erano francesi. Francesi che, a metà del XVII secolo, riuscirono definitivamente a insediarsi nel quadrante occidentale dell'isola, ovviamente in forma del tutto illegittima, denominandolo Saint-Domingue. Sotto l'egida di Parigi, l'isola di Haiti, a metà del 1700, arrivò a rappresentare ben il 50% dell'intero prodotto nazionale lordo francese, esportando verso il vecchio continente non solo zucchero, ma anche caffè, cacao, tabacco, cotone, indaco e diversi altri prodotti considerati esotici. Più attivo del Nuovo Mondo, la cui produttività risiedeva, come avrete capito, nella forza lavoro schiavizzata e impiegata nelle culture. Per di più, a causa del grande squilibrio tra colonie e lavoratori, così come accadde nella maggior parte delle realtà colonizzate, nel XVIII secolo, l'intera società haitiana fu compressa da rigide caste sociali. Al vertice c'erano i grandi bianchi, i latifondisti, l'elite coloniale Pappa e Ciccia con la Francia metropolitana, che ammontava a circa 40.000 individui. La seconda classe sociale era quella dei mulatti, nati da unioni, nella maggior parte dei casi violente, tra bianchi e schiavi, che constava di appena 28.000 persone. Infine, c'erano i 450.000 schiavi che conducevano una vita di privazioni, fame e dolori. Era su di loro, di fatto, che si fondava l'intera Saint-Domingue. Una tale sproporzione numerica destava, naturalmente, timore tra i colonizzatori, che si aspettavano che, prima o poi, gli stessi braccianti li avrebbero spodestati. Una situazione leggermente simile a quella dell'antica Sparta, dove l'esigua élite di spartiati teneva sotto controllo una vasta schiera di iloti al proprio servizio. Questa colonia di schiavi, osservava il marchese Drouveret alla fine del Settecento, è come una città pronta ad essere attaccata, stiamo camminando su barili carichi di polvere da sparo. Ebbene, a far saltare quei barili, nel 1789, ci pensò la Rivoluzione francese. Ispirati dagli ideali che avevano sconvolto Parigi e stanchi dei massacri sommari portati avanti dai bianchi, meticci e schiavi liberati, sotto la guida dell'ormai uomo libero Toussaint Louverture e dal fuggiasco Jean-Jacques Dessalines, si ribellarono al potere costituito e risposero alla violenza con la violenza. Assassinare i colonizzatori fu considerata una grave colpa degli schiavi haitiani, che trasmisero un'immagine decisamente negativa di loro stessi. Eppure, nel 1804, la storia era ormai compiuta. "Ho dato ai cannibali francesi sangue per sangue", proclamò Dessalines, considerato il padre della nazione haitiana e soprannominato il Napoleone Nero. "Ho vendicato l'America". La nuova Repubblica divenne così la prima nazione indipendente di tutta l'America Latina, la seconda del continente intero, anticipata unicamente dagli Stati Uniti. Non solo, in nessun altro caso un popolo schiavizzato è mai riuscito, nel corso della storia, a spezzare le catene della servitù, a sconfiggere con una risposta militare una potenza coloniale. Infine, il nome Saint-Domingue fu modificato, per l'appunto, in Haiti, che in lingua Taino significa aspro, come il territorio dell'isola. Purtroppo, si trattò di una vittoria di Pirro. La Rivoluzione aveva, infatti, distrutto gran parte delle infrastrutture agricole della vecchia Saint-Domingue e la società haitiana aveva preservato i propri tratti gerarchici, riscontrabili, ad esempio, nelle gravi disuguaglianze tra i mulatti e gli schiavi ormai liberi. Com'era inevitabile, alla scomparsa dei francesi, che, pure, erano rimasti a controllare la situazione dall'altra parte dell'isola, nel territorio dell'attuale Repubblica Dominicana, dove trovarono l'appoggio degli ex-coloni spagnoli, si accese una feroce lotta per il potere. A emergere dal caos, però, fu ancora una volta il potere dominante, l'élite, il 3% di popolazione che, sotto i vecchi colonizzatori, aveva goduto di maggiori benefici e libertà, e che ripropose il tipico sistema schiavista. In altre parole, l'eredità coloniale francese si perpetuò con un semplice passaggio di consegne. Per di più, gli haitiani, sebbene liberi, si trovavano ad abitare in un mondo del tutto ostile all'idea di un territorio autogovernato da neri. Un'Haiti indipendente rappresentava, infatti, un incubo per tutte quelle potenze per cui la schiavitù rientrava nella normalità, a partire dagli Stati Uniti. La comunità internazionale, o, meglio, l'Europa, condannò il modello haitiano, quello di una nazione di schiavi liberati, definendolo un pericoloso precedente. Fu per questo motivo che, negli anni successivi all'indipendenza, europei e statunitensi si coordinarono per predisporre un vero e proprio embargo diplomatico sull'isola. La Francia si rifiutò di riconoscerne l'esistenza come Stato, intimando che fosse necessario, piuttosto, pagare agli ex-schiavisti fuggiti gli indennizzi dovuti alla confisca delle terre dopo la Rivoluzione. Un'assurdità, dato che, solitamente, sono gli sconfitti a dover pagare i risarcimenti. La richiesta fu, per così dire, formalizzata nel 1825, quando una nave francese, carica di cannoni, entrò a Port-Au-Prince e un emissario di Re Carlo X intimò agli haitiani di pagare un debito di 150 milioni di franchi, da versare in cinque comode rate annuali. Nel 1838, l'allora Presidente haitiano, Jean-Pierre Boyer, accettò l'offerta, ma non si trattò, di certo, di una scelta lungimirante. Senza alleati potenti, temendo di essere invasa e ansiosa di poter avviare rapporti commerciali con altri paesi, per ripagare il debito, Haiti chiese un prestito a un gruppo di banche francesi.
[7:51]In tal modo, l'economia dell'isola affondò e le casse dello Stato vennero depauperate per le successive generazioni. L'impossibilità di avere una nazione economicamente solida fu terreno fertile per colpi di Stato e per assassini governativi, spie di una generalizzata instabilità politica. This money should have been spent on building villages around Port-Au-Prince, villages which would provide homes for I would say, tens of thousands of families. È fuori discussione che fare il presidente di Haiti non debba essere un lavoro piacevole. Può ricordarcelo l'ultimo Capo di Stato in ordine cronologico, Jovenel Moïse, ucciso nel 2021 nella sua residenza presidenziale da un gruppo di gang non meglio identificate. Come se non bastasse, nel passato di Haiti si misero in mezzo anche gli statunitensi, riproponendo un light motif che, ormai, conosciamo bene. Già agli inizi del Novecento, gli Stati Uniti avevano praticamente preso possesso della Repubblica Dominicana, la metà orientale di Hispaniola, che, nel secolo precedente, aveva ottenuto, a più riprese, l'indipendenza dalla Spagna. Nel 1915, poi, Woodrow Wilson diede ordine di avviare anche l'invasione di Haiti, allo scopo di aiutarla. In realtà, nelle parole dell'allora segretario di Stato, Robert Lansing, l'occupazione serviva come missione civilizzatrice per mettere fine all'anarchia, alla barbarie e all'oppressione della razza africana. L'interrotto imperialismo francese, allora, mutò unicamente nella provenienza del padrone. Haiti veniva vista come un insulto all'imperialismo e agli Stati Uniti, che temevano gli investimenti tedeschi, iniziati a fine Ottocento, nell'isola. E venne applicata, quindi, alla lettera, la dottrina Monroe, idealsticamente riassumibile in "America agli americani". Più pragmaticamente, Wilson cercava una base militare nel Mar dei Caraibi. I Marines, così, assunsero il controllo degli introiti fiscali di Haiti e della Banca Nazionale, imponendo il varo di una nuova Costituzione che, nella sostanza, annullava il divieto stabilito nel 1804 che impediva a qualsiasi straniero di possedere terre nel paese. Insomma, senza colpo ferire, Washington aveva creato un nuovo stato vassallo, che sarebbe rimasto fedele anche in seguito al termine dell'occupazione, nel 1934. L'occupazione, invece, della Repubblica Dominicana, era terminata dieci anni prima, nel 1924, ma, dopo sei anni di pace, gli Stati Uniti scatenarono, indirettamente, il colpo di Stato che portò al potere Rafael Leonidas Trujillo. Assassin's bullets put a bloody end to the 31-year dictatorship of Dominican strongman Rafael Trujillo. Here with his brother Hector. Sotto Trujillo, venne istituzionalizzato un pensiero nazionalista, che riconduceva le origini del popolo dominicano ai conquistadores, misto, tutto questo, a un sentimento anti-haitiano, che malvedeva la discendenza africana del popolo che abitava la parte sinistra dell'isola. Tale discriminazione sfociò in una vera e propria pulizia etnica, quando, nel 1937, Trujillo fece uccidere, sommariamente, decine di migliaia di haitiani che risiedevano nel territorio della Repubblica Dominicana, con un espediente tanto particolare quanto semplice e crudele. Ci si riferisce, infatti, all'intera operazione come massacro del prezzemolo, in relazione al fatto che ai soldati dominicani fu consigliato di andare in strada e portare con loro un rametto di prezzemolo. Incontrando le persone, i militari avrebbero chiesto loro di cosa si trattasse. Chi non fosse riuscito a pronunciare correttamente il termine perejil, cioè prezzemolo, in spagnolo, recitando la parola con una r moscia, sarebbe stato automaticamente considerato francofono, dunque haitiano, e soggetto, quindi, a eliminazione fisica. Nel frattempo, la situazione ad Haiti continuava a non essere delle più rosee. Dovete sapere che, sin dal 1915, ma, specialmente, dal 1946 in poi, gli Stati Uniti, attraverso vari pacchetti di aiuti economici e umanitari, hanno, sapientemente, giocato un ruolo chiave nella politica haitiana. Fantastico, la popolazione è salva. Sì, in un mondo utopico, abitato da unicorni e gnomi. In una realtà terra terra, come la nostra, questi sussidi sono, semplicemente, finiti nelle tasche sbagliate, cioè, quelle dei governanti haitiani. Il più rapace ad approfittare della benevolenza occidentale fu un intellettuale haitiano, all'inizio, ben visto da molti. Ma, allo stesso tempo, voi vi considerate una nazione molto indipendente, no? Io mi considero una nazione indipendente. Un medico, François Duvalier, soprannominato Papa Doc. Che, palesemente, sta per denominazione di origine controllata. Probabilmente appoggiato dall'esercito, scagliatosi contro l'élite mulatta al potere e, per questo, ricco di consensi da parte della popolazione povera del paese, Duvalier venne eletto presidente nel 1957. Tuttavia, impiegò ben poco per trasformarsi in un dittatore. Per prima cosa, Papa Doc organizzò una forza di vigilanza personale: i Volontari per la Sicurezza Nazionale, una milizia che, a differenza di quanto avvenuto a Cuba con Batista, rispondeva unicamente a lui. Questi squadroni della morte vennero soprannominati Tonton Macoutes, appellativo che, secondo il folklore haitiano, era attribuito all'Uomo Nero che, di notte, rapirebbe i bambini, nascondendoli in un sacco. È difficile dire quante persone siano scomparse per mano delle squadracce di Duvalier, ma le stime non sono delle più confortanti. Si parla di decine di migliaia di desaparecidos. La pratica bastava che Duvalier nutrisse qualche dubbio su un individuo per farlo finire in una qualche fossa comune, insieme a tutta quanta la famiglia. Ciò nonostante, la comunità internazionale non badò molto al comportamento schizofrenico di Papa Doc. Anzi, durante i primi quattro e più sanguinosi anni al potere, Duvalier ricevette da Washington la bellezza di più di 40 milioni di dollari, la maggior parte dei quali sotto forma di veri e propri regali. La Casa Bianca, come riferito nel saggio di Paul Farmer, The uses of Haiti, aveva un unico scopo: tenere Duvalier sul trono. In fin dei conti, Papa Doc era un terribile riflesso della Guerra Fredda: bisognava evitare che Haiti facesse la stessa fine della Cuba socialista e che continuasse a servire gli interessi del governo americano, nonostante, a partire dagli anni '60, migliaia di haitiani preferissero fuggire su imbarcazioni di fortuna verso le coste della Florida, in cerca di asilo politico, piuttosto che rimanere nell'isola. La fama di Duvalier come medico era stata presto scalzata da quella di profeta. Entrato in coma nel 1959, al suo risveglio aveva dichiarato di essere l'incarnazione di Baron Samedi, il traghettatore dei morti, secondo le credenze haitiane. Forse, grazie a queste sue capacità paranormali o Woodoo, nel 1971, anno in cui morì, Papa Doc riuscì a passare il testimone proprio a suo figlio, Jean-Claude Duvalier, detto Baby Doc. La corruzione, del resto, era così radicata da essere una pratica ormai accettata in tutta Haiti, tant'è che, ancora oggi, gli alti ufficiali di governo sfruttano la loro posizione per accumulare potere e ricchezze a scapito di cittadini comuni, e la polizia trafuga il carburante, di cui c'è scarsità, per venderlo sul mercato nero. A un'analisi più attenta, persino l'imposizione della lingua ufficiale, il francese, testimonia gli squilibri che serpeggiano in una nazione incapace, a livello istituzionale, di fare i conti con il proprio passato. Difatti, tutti gli affari di Stato si svolgono in francese, così come l'insegnamento nelle scuole. Tuttavia, solo il 10% degli abitanti è in grado di esprimersi in questa lingua e meno del 5% la parla in modo fluente. L'idioma delle masse, invece, è il creolo haitiano, una lingua a sé stante, con una propria sintassi e radicalmente differente dal francese. Il problema è che, per fare strada ad Haiti, bisogna, necessariamente, parlare francese. Uno dei risultati di questa oppressione linguistica è l'abominevole tasso di analfabetismo nazionale, che si avvicina al 90% nelle città e che è ancora più alto nelle zone rurali. Laddove un intero popolo è impossibilitato a leggere, è inevitabile che esso stesso venga tagliato fuori dalla diffusione della conoscenza, condannato a ripetere gli stessi errori, indipendentemente dal fatto che si renda conto di quanto essi siano gravi. È, diciamo così, il dilemma dell'ignoranza delle alternative, indotta, che ha permesso e permette tuttora gravissime mancanze a livello di tutela pubblica. In teoria, l'istruzione ad Haiti è gratuita e aperta a tutti, ma soltanto il 30% dei bambini frequenta la scuola e appena il 2% arriva al compimento della quinta elementare. Il motivo è che servono braccia, forza lavoro nei campi, per tutte quelle famiglie che non riescono a tirare avanti. Anche perché la ricerca di un lavoro ha spinto quasi tutti gli haitiani verso la capitale. Questo squilibrio demografico, per cui gli abitanti dell'intero paese ammontano a 11 milioni, in un territorio che è vasto quanto la Toscana, che ne ospita meno di quattro, grava, decisamente, su un altro annoso problema dell'isola: la continua distruzione degli ecosistemi e l'erosione del suolo. Provate a dare un'occhiata alle immagini satellitari nei pressi del confine di Haiti con la Repubblica Dominicana. Noterete come, a sinistra, la vegetazione sembri essere meno prominente. Cosa vuol dire? Haiti è un paese, prevalentemente, montuoso, e, negli ultimi 200 anni, gli abitanti hanno abbattuto, in maniera indiscriminata, gli alberi senza poi ripiantarli. Lo spettacolo che si ripropone ogni anno nei cinque mesi di pioggia ininterrotta, quando fiumi di fango scivolano lungo i pendii delle montagne, è soltanto uno degli effetti visibili di questa deforestazione selvaggia. Il motivo principale che ha spinto gli haitiani a diboscare il proprio territorio è la scarsità di combustibile, con il legno che rappresenta, da secoli, l'unico materiale per accendere un fuoco. Le persone possono permettersi di cucinare esclusivamente con la carbonella, che richiede grandi quantità di legna. E, come riportato da Paul Farmer, il suolo haitiano è talmente esausto e povero di minerali da riuscire a produrre soltanto 0,90 unità di riso per ettaro, mentre la Repubblica Dominicana ne produce 2,67, il Messico 3,28 e gli Stati Uniti 5,04. E qui arriviamo all'ennesima beffa per il popolo haitiano. La maggior parte delle terre migliori, a livello nazionale, produce colture per l'esportazione, non per il mercato interno.
[17:35]Se vi state chiedendo perché, vi basti sapere che la quasi totalità delle terre è controllata da quel 3% che rappresenta l'élite haitiana. Naturalmente, il denaro che con l'export affluisce nelle tasche dell'oligarchia locale non viene redistribuito nell'economia nazionale per costruire, che so, strade oppure ospedali, ma viene speso nei mercati stranieri: Stati Uniti, Europa e paesi del Golfo. E così, mentre un tagliatore di canna da zucchero può dirsi fortunato se guadagna 1$ al giorno, le aziende nazionali e straniere, esplicitiamo, per correttezza, statunitensi, che gestiscono i terreni, realizzano profitti stellari. Giusto per citare un esempio, quasi tutto lo zucchero importato negli States, circa 200.000 tonnellate all'anno, è il risultato finale della manodopera haitiana ed è impacchettato e distribuito sotto vari marchi, di proprietà della famiglia Bunge, i cosiddetti baroni dello zucchero, che, si stima, traggano da questo business un profitto annuale di più di 150 milioni di dollari. Di fronte a una condizione di sfruttamento permanente, non bisogna, quindi, stupirsi se moltissimi haitiani sono entrati a far parte della criminalità organizzata e delle gang, diretta prosecuzione delle squadre di Papa Doc, dissolvesi alla sua morte e che lacerano, ancora, il paese, tenendolo sotto scacco. Continuando, però, a navigare tra le onde della storia haitiana, arriviamo al 1990, anno in cui il presbitero Jean-Bertrand Aristide, favorevole alla democrazia, incredibilmente, dati i suoi predecessori, vinse le elezioni presidenziali con il 67% dei voti.
[19:07]In Haiti we have the same people who organized the invasion of 2004, after kidnapping me to put me in Africa. Beh, arrivarono, di nuovo, gli americani, costrinsero Aristide all'esilio, imposero un dittatore, l'ONU dichiarò un embargo su Haiti e, dopo quattro anni, Bill Clinton tornò a sistemare il disastro che gli Stati Uniti stessi avevano commesso. Aristide tornò, venne deposto, tornò, ancora, fu accusato di corruzione e, nel 2004, scoppiò una bella guerra civile, o, per lo meno, così l'ONU giustificò il dispiegamento delle forze MINUSTAH, cioè, la Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite ad Haiti, che avrebbe dovuto guidare il paese attraverso una transizione democratica. Ehm. Volete conoscere la beffa? Nel 2007, parte del contingente dello Sri Lanka commise abusi sessuali di ogni tipo, inimmaginabili e, nel 2017, al termine della MINUSTAH, numerose donne intervistate riportarono di essere state stuprate dai caschi blu nel corso della loro presenza ad Haiti. E se pensate di aver già visto l'inferno, sappiate che, fino ad ora, abbiamo unicamente visitato il Purgatorio. Haiti, infatti, è stata teatro, negli ultimi due decenni, di catastrofi naturali che hanno contribuito a distruggerne non solo il tessuto sociale, ma anche, soprattutto, ogni minuscola possibilità di rialzarsi. Nel 2004, gli uragani Ivan e Jeanne devastarono il nord-ovest del paese, uccidendo 3.000 persone e sfolladndone altre 250.000. Il 2010 fu segnato, invece, da interminabili mesi di morte, distruzione e sofferenza: a gennaio, un terremoto di magnitudo 7.0 distrusse gran parte di Port-Au-Prince, provocando, in base alle stime, tra le 200.000 e le 300.000 vittime. Stazioni di polizia ed edifici governativi vennero, letteralmente, rasi al suolo, rendendo, praticamente, impossibile, negli anni successivi, mantenere un controllo capillare, non dico, in tutto il paese, ma, per lo meno, nella sola capitale. A ottobre, poi, esplose una violenta epidemia di colera. Molto, probabilmente, il contagio sarebbe avvenuto tramite le acque di scarico, poi utilizzate dagli haitiani dell'accampamento dove alloggiavano qualche centinaio di operatori ONU, che provenivano dal Nepal. The poorest country in the Western Hemisphere, denuded, devastated, by another natural disaster. A sei anni dal terremoto, nel 2016, l'uragano Matthew portò altra distruzione. Il caso vuole che, nello stesso anno, Jovenel Moïse, sì, il presidente assassinato nel 2021, venne eletto, scatenando una nuova ondata di proteste. A dire il vero, ancora in atto nei confronti dell'attuale capo di Stato e primo ministro ad interim, Ariel Henry. Le motivazioni dell'opposizione popolare, del resto, sono rimaste, più o meno, le stesse da anni: aumento spropositato del costo del gasolio, mancanza di servizi essenziali, fame, inflazione galoppante e presenza di bande criminali. Come, già, detto, queste ultime hanno intenzioni ben chiare: prendere il controllo del mercato nero e gestire il traffico di droga, senza, però, assumere il potere. Anche qualora una gang fosse in grado di scalzare le altre, tentare un colpo di Stato sarebbe controproducente. Haiti è, già, in mano alle bande criminali e andare al governo significherebbe solamente perdere la fiducia di coloro che le sostengono e che le vedono come unica soluzione al disastro politico attuale. Lo sa bene uno dei più potenti leader di Port-Au-Prince, Jimmy Chérizier che, nel settembre 2022, ha dichiarato che i poveri dovrebbero cacciare Henry perché i veri criminali sono quelli in giacca e cravatta. Ironico, detto da un ex-poliziotto, autore di svariati massacri, il cui soprannome, tra l'altro, è Barbecue e vi lascio immaginare il perché. Insomma, eccoci qui, a scrutare con il binocolo le porte dell'inferno. Sì, perché, lo so, è facile studiare la situazione di Haiti da lontano, seduti comodamente ai nostri tavolini, con lo sguardo fissato di fronte a fonti giornalistiche e storiche da rielaborare. Credo che l'immagine che siamo in grado di ridare in soli 30 minuti di questo paese così travagliato non possa, in alcun modo, essere paragonabile alle vere difficoltà a cui gli haitiani devono essere sottoposti. E, vi confesso che, di fronte a tanta angoscia, io non ho alcuna soluzione né alcuna morale da enunciare al termine di questo video. Eppure, provo tanta frustrazione verso una comunità internazionale che, di concreto, non fa proprio nulla, se non elargire promesse, inviare aiuti, infine, a loro stessi. A ottobre del 2022, ad esempio, Henry ha richiesto il dispiegamento di forze militari straniere a Port-Au-Prince, allo scopo di placare il violento scontro tra gang scatenatosi nel luglio precedente a Cité Soleil. Sapete chi ha risposto alla chiamata? Eh, già, gli Stati Uniti. Un esito tragicomico, oserei dire, per la situazione di una nazione, cioè Haiti, che non riesce né a liberarsi del suo passato, né a svincolarsi dai mali che perennemente la affliggono e che, purtroppo, ricadono, inevitabilmente, sugli 11 milioni e mezzo di abitanti che, ogni giorno, vedono le loro speranze affievolirsi sempre di più. Purtroppo, ad Haiti, le stelle non brillano.



