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Johann Fichte

Pillole di Storia, Filosofia e...

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[0:00]Con questa videolezione iniziamo a parlare di idealismo. Per idealismo intendiamo una corrente filosofica che caratterizza il romanticismo tedesco e il cui iniziatore è Johann Fichte. Per capire che cosa si intende per idealismo, si può partire dal concetto di io come elaborato da Fichte in contrapposizione all'io cantiano. Quindi benissimo, ripasso. Cosa intendeva Kant per io? L'io per Kant era un un soggetto, il sottoscritto, finito, nel senso proprio, appunto, del termine. circoscritto nella sua esperienza, che conosce la realtà attraverso le strutture a priori, quindi, ricordiamo per Kant il soggetto conoscente si conosce la realtà esterna. Giudica la realtà esterna tramite una serie di strutture a priori, che sono le forme a priori e le categorie dell'io penso. E questa sua conoscenza, esperienza della realtà, è un'esperienza della realtà limitata, perché della realtà esterna l'io non conosce il noumeno, cioè la cosa in sé. Cosa significa? Che se eh di una mela eh lui ha una il soggetto conoscente ha una cioè questa mela che è una che mi manda una serie di informazioni, io ne recepisco alcune informazioni, ma non la loro totalità, non arrivo all'essenza della mela. Quindi non conosco il noumeno, non conosco la cosa in sé. C'è una sorta quindi di distinzione fra realtà fenomenica, cioè la realtà che appare al soggetto e che la elabora tramite le sue strutture a priori, e la realtà noumenica, che è la realtà che non appare al soggetto conoscente. Ora, secondo Fichte, questo discorso è contraddittorio, cioè si ammette la presenza del noumeno, ma si afferma che non si può conoscere. Quindi Fichte fa un passo in avanti rispetto a Kant, per lui l'io non è una struttura finita che conosce soltanto una parte della realtà, ma è una struttura infinita, innanzitutto, quindi, primo aspetto. Quando parla di io, Fichte intende l'io generale, l'io di tutti gli uomini nel corso di tutti i tempi, e soprattutto questo io conosce pienamente la realtà, anzi in qualche misura la crea la realtà. Quindi l'io perfetti è un'entità creatrice e infinita. Crea la realtà, l'esistenza umana rappresenta la ragione stessa dell'universo.

[4:39]Che cosa vuol dire? Vuol dire appunto che l'universo esiste in funzione dell'io, dell'umanità. L'umanità nella sua attività spirituale non materiale. Il mondo esiste perché esiste un io che la che conosce il mondo, sostanzialmente. E questo io, questo questa idea, questo spirito agisce nella realtà, nella storia in maniera dialettica. Ora, il termine dialettica è un termine essenziale quando parliamo di idealismo. Cosa intendono gli idealisti per dialettica? La dialettica è una è un movimento di contrapposizione in cui c'è un elemento che si contrappone a un altro, il primo elemento è detto tesi, che è il punto di partenza, l'elemento opposto è l'antitesi, cioè il momento di contrapposizione. E il processo il processo storico, il processo ideale può essere attivato proprio, anzi, esclusivamente perché c'è una contrapposizione. Per gli idealisti la storia, l'andamento delle attività umana è tale soltanto perché c'è contrapposizione fra opposti e questa contrapposizione, attenzione, non genera la vittoria di uno dei due opposti, ma genera una sintesi, qualcosa di nuovo, che in qualche misura recepisce i due momenti di partenza.

[6:12]Che cosa funge da contrapposizione all'attività ideale dello spirito, l'attività immateriale dello spirito, l'unica la contrapposizione non può che venire da qualcosa di materiale, ovvero dalla natura. Ma adesso andiamo a capire meglio.

[6:37]Eh, infatti, il movimento abbiamo detto che che quando parliamo di io, Fichte, parliamo di io infinito. Ma noi siamo tutti singoli io finiti. Come si passa dall'io infinito ai singoli io finiti? Proprio attraverso un movimento dialettico.

[7:03]Che contempla come elemento di disturbo, elemento di ostacolo, appunto, la materialità della natura. Questa attività dialettica, dice per altro Fichte, è infinita. Non termina mai, perché qualora venisse meno la contrapposizione fra questa attività spirituale e questa attività materiale, ci sarebbe una sorta di fine della storia. Quali sono i momenti di questa di questo movimento dialettico?

[7:38]Sono tre momenti, i primi tre tre principi esposti da Fichte, con cui, appunto, Fichte dimostra il passaggio dall'io infinito ai singoli io finiti.

[7:55]Vediamole. La tesi, il momento iniziale, è il momento della affermazione, che in cui l'io infinito pone se stesso, cioè esiste soltanto l'io infinito, che può pensare esclusivamente se stesso, secondo un principio di identità. A è A, l'io infinito pensa se stesso. Fichte chiama questo momento l'intuizione intellettuale di sé, cioè l'io, questa sorta di grande movimento, in questa entità spirituale, pensa all'esistenza di se stesso. Questo è il primo momento di questa creazione dell'io finito. Questo io infinito, che pensa se stesso, ha bisogno di qualcosa di opposto a sé per generare poi qualcos'altro. Che cosa può pensare di opposto a sé l'io infinito? Un qualcosa, prendiamo i due termini, io infinito, la contrapposizione non può che essere un non io finito, ovvero la natura. La natura è composta da una serie di elementi, sono che sono di non io, nel senso che non hanno spirituale, sono pura materia, ognuno di loro è finito. Quindi l'io infinito contrappone a sé un non io finito, ovvero la natura. E quindi abbiamo questi due opposti, un io finito da un lato che pensa se stesso e contrappone a se stesso la materia della natura. Da questa contrapposizione si genera la sintesi. La sintesi è il momento della limitazione. In che senso della limitazione? Di una limitazione rispetto all'io infinito iniziale. Perché? Leggiamo questa definizione un po' complessa e poi la capiamo. L'io oppone nell'io all'io divisibile un non io divisibile, si determina l'io finito, ovvero l'uomo. Sostanzialmente questo produce la nascita dell'io finito.

[10:08]Spieghiamo. La sintesi non può che essere, appunto, una sintesi fra questi due momenti contrapposti. Questi due momenti sono io finito e non io finito. Quindi la sintesi è un io, quindi una parte della tesi, con l'altra una parte dell'antitesi, finito. Quindi dall'incontro, dallo scontro fra io infinito e non io finito, nasce l'io finito come sintesi di questi due momenti.

[10:42]Cos'è questo io finito? È l'uomo. L'io infinito, quindi, per superare l'ostacolo prodotto dalla natura, genera l'uomo, perché che è un io finito e la cui attività, adesso vediamo bene, in qualche misura tende a superare costantemente l'ostacolo della natura. Ma questa produzione dell'io finito è infinita, appunto, perché altrimenti se questo movimento dialettico terminasse, terminerebbe anche la storia.

[11:19]Vediamo a questo punto alcune conseguenze, alcuni approfondimenti per chiudere questa prima parte dedicata alla funzionamento della dialettica fichtiana. Allora, tre punti. Primo, quando Fichte parla di io infinito, dunque parla di una sorta di somma di tutti gli io finiti. Questo aspetto abbastanza chiaro da quanto ho visto finora, cioè l'io infinito, banalmente, è la somma di tutti gli i singoli soggetti che vivono nel corso del tempo.

[11:59]Secondo punto, l'io infinito è la meta ideale degli io finiti, l'uomo tende a una esistenza senza limiti, alla ricerca della totale libertà.

[12:15]In cui si riflette anche il concetto del romanticismo.

[12:23]L'io infinito crea, per superare l'ostacolo della natura, l'io finito e l'io finito a che cosa tende? Tende a volersi ricongiungere all'infinito. Vuole un'esistenza, come dire, senza limiti, alla ricerca della totale libertà, dell'assoluto. Una un completo superamento degli ostacoli posti dalla natura. Ma, terzo punto, questa ricerca non può mai completarsi, come dicevo prima. Perché altrimenti si arresta il movimento dialettico e si pone fine alla realtà. Quindi questa tensione verso l'infinito del soggetto, dell'io, rimane tale, rimane una tensione, che si percorre, ma che non può mai concludersi. Cioè, quindi questo anelito all'infinito che spinge l'uomo nella sua esistenza, che caratterizza, che dà senso all'esistenza umana, senza che però questo anelito possa mai trovare uno sbocco conclusivo. E anche qua, appunto, il il c'è tutto lo spirito dell'uomo romantico che che ambisce, che ha qualcosa di spirituale, che supera i limiti della sua vita, senza mai, in qualche misura, però ma ma la sua la la tragedia, ma anche la grandezza di questa spinta nel fatto che poi questo infinito non si raggiunge mai. Dunque andiamo avanti. Entriamo un po', diciamo, nella seconda parte. Da come funziona il movimento dialettico, si determinano due cose: la modalità della conoscenza, cioè come l'uomo conosce la realtà esterna, e cosa molto più importante, la morale. La il discorso sulla morale è centrale nella filosofia fichtiana. Mariamoci un grado, innanzitutto vediamo cosa dice Fichte riguardo alla conoscenza.

[14:30]Allora, conoscenza vuol dire io conosce la realtà esterna e questa conoscenza è determinata dal fatto che la materia, la natura, cioè il non io, provoca un qualcosa sull'io. Cioè io vedo qualcosa nella natura, questo qualcosa quindi mi provoca una sensazione, ma attenzione, c'è un problema. Fichte ha detto che il non io, cioè la natura, è un prodotto dell'io dell'io infinito. Quindi è apparentemente contraddittorio questo aspetto. Cosa dice però Fichte?

[15:07]Dice che nella creazione della natura l'io infinito agisce in qualche misura in maniera inconsapevole, in maniera inconscia.

[16:16]Quindi poi non è consapevole del fatto che in realtà la natura deriva dall'io stesso. Quindi si chiede a Kant, eh si chiede Fichte, come ci si riappropria del non io? Cioè come terzo punto, come si torna ad avere una consapevolezza del fatto che la realtà esterna è creazione stessa dell'io, attraverso una serie di gradi della conoscenza che producono, dice Fichte, una progressiva interiorizzazione dell'oggetto? Cioè, il soggetto interiorizza in maniera crescente l'oggetto, ne comprende sempre di più la sua la natura. Questi gradi della conoscenza sono cinque: la sensazione, con cui l'io empirico avverte l'oggetto, cioè io so che c'è qualcosa. L'intuizione, con cui lo fisso nello spazio e nel tempo, questo questo qualcosa che è qui e ora. L'intelletto, con cui torna a Kant, l'oggetto viene fissato in categorie stabili, quindi io dico è una mela, anzi è è uno, è un qualcosa che si trova in un certo momento, che è il rapporto a me in una certa maniera. Poi da un giudizio, c'è con cui la sintesi diventa esplicitata, ovvero dico quella è effettivamente una mela, e la ragione, che appunto, è centrale, con cui io arrivo a concetti più ampi di mela, e sostanzialmente comprendo che quel che questo oggetto esterno è, in realtà, è un prodotto della mia stessa coscienza. E quindi l'io in qualche misura è tornato ad appropriarsi del non io, cioè a comprende che il non io è frutto della vita stessa dell'io. Andiamo a chiudere questa panoramica su Fichte affrontando il tema più importante, ovvero quello sulla morale. Abbiamo detto che appunto le conseguenze del movimento dialettico sono due, conoscenza e morale. Vediamo cosa dice Fichte sulla morale. Diciamo subito una cosa, l'idealismo Fichte è definito idealismo etico, proprio perché è centrale il discorso etico, il discorso sul concetto di bene che fa Fichte. Infatti, la morale, ricordo, è le azioni pratiche dell'uomo, cioè l'agire umano. E secondo Fichte, noi esistiamo per agire, cioè l'uomo esiste perché deve fare. Il mondo esiste, secondo punto, solo come teatro della nostra azione.

[19:11]Dunque l'attività pratica è il primato nell'impianto filosofico. Cioè, tutto ciò che ha a che fare con la morale, con l'agire, ha per Fichte un una centralità assoluta. Dunque, cosa significa per Fichte agire, il fare? Che cos'è il fare? Dice Fichte che imporre al non io, cioè alla natura, la legge dell'io.

[19:39]Primo aspetto, dunque, l'uomo esiste per agire, la natura esiste perché l'uomo possa agire su questo parco scenico. E l'agire è per l'uomo innanzitutto proprio imporre alla natura è proprio la propria legge, il nostro voler superare costantemente quello che la natura ci ostacola, quello che la natura ci impedisce.

[20:43]Da qua possiamo anche capire che c'è una morale, per esempio, dell'azione, che significa anche che che cos'è il male per Fichte? È è la cidria, la pigrizia e il non agire. L'uomo nasce per agire, dunque il non agire, lasciarsi andare al corso degli eventi e via dicendo è male, quindi il bene è agire, il male è non agire.

[21:09]Dal quanto abbiamo visto finora, se si determina una serie di conseguenze. Andiamo a vederle riguardo al rapporto fra l'io e la natura.

[21:26]Abbiamo detto che l'io, qualcosa di libero, l'io infinito, è di per sé libero creatore, ma questa sua libertà per essere tale deve essere sprigionata, e per essere libero l'io deve agire. Per agire ha bisogno di un ostacolo, questo è quanto abbiamo visto finora, e tale ostacolo va creato posto in qualcosa che è opposto all'io, quindi la materia, il non io. Quindi è evidente che la materia per quanto subordinata all'io, in realtà è un fatto necessario, perché se non ci fosse la materia l'io non potrebbe agire e dunque non potrebbe essere libero. Proprio questa presenza della materia permette all'io di compiere un'autoliberazione, e ma, scusate, tale azione, in realtà, quanto, come abbiamo visto finora, non può mai dirsi realmente conclusa, perché se si concludesse, si concluderebbe anche il ciclo del movimento dialettico, e dunque questa azione è infinita, questo tentativo di superare la natura è costante e ma, ma non giunge mai a un'ultima soluzione.

[22:42]Dice Fichte, l'io non può mai diventare indipendente fino a che dev'essere io. Lo scopo finale dell'essere razionale si trova necessariamente nell'infinito ed è tale che non lo si può raggiungere mai, sebbene ci si debba incessantemente avvicinare ad esso. Alla luce di quanto ho visto finora, ormai dovrebbe essere chiaro il concetto dell'uomo che è libero in questa sua tendenza all'infinito che però non giungerà mai a un ultimo al porto finale.

[23:21]Eh, e andiamo a chiudere il discorso fichtiano, eh, vedendo quanto eh, come lui stesso conclude il discorso sulla morale. Allora, finora abbiamo un un discorso di tipo singolo, cioè il singolo io che deve superare la natura, ma attenzione, dice Fichte, questo dovere morale, cioè questo dovere di agire, va realizzato insieme agli altri io finiti, insieme agli altri soggetti. L'uomo ha la missione di vivere in società. Egli deve vivere in società, se vive isolato, non è un uomo intero e completo, anzi, si contraddice se stesso. Dunque non è mai il singolo io che raggiunge la libertà, ma la si raggiunge collettivamente. D'altronde, dice Fichte, io sono libero, ma anche gli altri esseri umani sono sono liberi, quindi la mia libertà deve in qualche misura implicare il fatto che deve implicare la libertà altrui. Ma come può l'uomo la collettività raggiungere questa consapevolezza, deve essere nel suo complesso libero? E qua interviene quello che Fichte chiama il dotto. Il dotto chi è? È un uomo moralmente superiore agli altri, intellettualmente superiore agli altri, che deve guidare la collettività a comprendere questa sua missione etica. Infatti, qua Fichte parla di missione dei dotti. Lo scopo degli uomini moralmente superiori è quello di guidare la collettività. Facciamo un esempio di quello che potrebbe essere un dotto per Fichte. Mazzini è un dotto, cioè è colui che dice agli italiani, voi siete un'unica, noi siamo di cittadini di un'unica patria, dobbiamo essere indipendenti e uniti. Quindi da una una spinta ad agire in tal senso.

[25:20]Andiamo a, ovviamente, a concludere. Qual è lo scopo ultimo? L'ultimo tassello di questa liberazione collettiva, l'unità organica. Che cos'è l'unità organica? È una patria, è la patria. Con Fichte inizia il discorso tedesco sul concetto di patria, il concetto di nazione. La patria intesa come un organismo collettivo, organismo.

[25:54]Una patria, la nazione per Fichte, non è la nazione liberale, liberale in cui ogni singolo individuo ha il suo spazio privato e non vuole che lo Stato entri in quello spazio privato. No, la patria è un organismo, funziona perché ogni singolo individuo fa parte di un qualcosa di più grande. E ultima cosa che dice Fichte è che fra i vari popoli, il popolo tedesco che ha la missione di realizzare questo concetto di patria, in quanto ritenuto popolo puro per il sangue e la lingua. Nel momento in cui vive Fichte la Germania non esiste e la Germania è divisa, ormai c'è la Confederazione del Reno, è divisa la Germania mondo tedesco è divisa in tanti piccole realtà statuali. Eh sotto il controllo, di fatto, napoleonico, ma Fichte comincia a fare un discorso che poi crea il concetto di patria tedesca. E Fichte dice, perché deve devono deve essere il popolo tedesco il primo a a guidare appropriarsi del concetto di patria, perché, dice Fichte, qua se è un po' molto azzardato come concetto, è un popolo puro che nel corso degli anni dei secoli ha mantenuto intatti il sangue e la lingua. Ma attenzione, il discorso è fa Fichte non è tanto un discorso di superiorità tedesca. Siamo in un'epoca in cui il nazionalismo ancora non non si fonda sul concetto di supremazia rispetto alle altre nazioni, di contrasto rispetto alle altre nazioni. No. Popolo tedesco ha questa purezza sua e quindi è una sorta di popolo dotto che deve guidare anche gli altri popoli, cioè questa liberazione collettiva, questa creazione delle patrie non deve essere percorso di un unico popolo, ma di tutti i popoli a cui però si si riconosce il primato però al popolo tedesco appunto per queste caratteristiche.

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