[0:06]L'UNESCO nel 2021 dichiara i portici di Bologna patrimonio dell'umanità. Modestamente, io e i miei amici l'avevamo capito a 6 anni, quando sotto i portici giocavamo a nascondino. Non avremmo saputo dirlo, però lo sentivamo che quei 62 km di portici rappresentano un caso unico di spazio intermedio fra dentro e fuori. Sotto i portici sei in strada, ma anche in casa. Sei fuori, ma sei dentro, all'aperto, ma col tetto sopra. Se piove non ti bagni e se c'è il sole stai all'ombra. Ti senti protetto e circondato dal mistero allo stesso tempo. I portici sono l'origine della tradizionale socialità bolognese. In quel curioso mix tra mondo e casa, è più facile conoscersi, chiacchierare, discutere, litigare, corteggiare. Il portico crea uno spazio naturalmente teatrale. I suoi giochi di luce sembrano sempre allestiti da un direttore della fotografia. Per questo fare belle foto sotto i portici è facilissimo. Ci riescono tutti. Nel 1100 a Bologna c'era la prima università del mondo. La gente, quindi, costruiva stanze sporgenti da affittare agli studenti. Ma ogni tanto le sporgenze crollavano. Si iniziarono a costruire colonne per tenerle su. Nel 1288, la città rese i portici obbligatori. I proprietari di case dovevano costruirli a loro spese sul proprio terreno. L'altezza minima era fissata per legge: un uomo a cavallo. Col cappello. I portici sono quindi uno spazio ibrido tra pubblico e privato. Hanno un proprietario, ma sono di tutti. Per regolare queste contraddizioni, nei secoli sono uscite centinaia di leggi che hanno definito un prototipo urbano di bene comune. Per questo i portici sono dappertutto: in centro, in periferia, in collina. Quindi, grazie UNESCO per questo riconoscimento importantissimo. Però, scusate, ho una critica. Perché nelle motivazioni non dite che con tutte quelle colonne i portici di Bologna sono il posto perfetto per giocare a nascondino? Bologna, Emilia-Romagna, Italia.

Portici di Bologna raccontati da Stefano Accorsi
Fausto Faggioli
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